Le prove deboli del cold-case senza Dna

?di ENZO BERETTA

VARESE – Il delitto di Lidia Macchi, la scout trovata cadavere nei boschi di Varese nel lontano 1987, è il primo omicidio in Italia sul quale vennero eseguite rudimentali analisi di Dna. Il magistrato inquirente Agostino Abate contattò perfino Scotland Yard nel tentativo di rintracciare il colpevole di un caso rimasto irrisolto ma, forse, arrivato ad una svolta 29 anni dopo. Ora, infatti, in carcere con l’accusa di aver violentato e assassinato la 21enne, c’è Stefano Binda, «filosofo» compagno di liceo della vittima conosciuta negli ambienti di Comunione e liberazione.

Ad incastrare Binda, 48 anni, lunghi trascorsi da eroinomane, non ci sono i test scientifici quanto una lettera anonima rispolverata dalla procura generale di Milano che qualche mese fa ha avocato il fascicolo al collega Abate, nel frattempo trasferito dal Csm per aver compiuto «comportamenti improntati a gravi violazioni di legge e inescusabile negligenza» durante l’inchiesta. Nel duro provvedimento il Consiglio superiore della magistratura parla di «incompatibilità ambientale» accusando Abate di aver «arrecato indebito vantaggio all’ignoto autore del reato affievolendone la possibilità di identificazione». In quale modo? Avendo «omesso o ritardato ingiustificatamente di compiere atti che gli incombevano».

Il cold-case di Cittiglio prova a farsi strada tra mille difficoltà. Anche perché, tra le altre cose, i reperti biologici prelevati nel 1987 con lo sperma dell’assassino e i vestiti della ragazza accoltellata sono stati inspiegabilmente distrutti nel 2000 su autorizzazione del gip Ottavio D’Agostino. Può bastare una poesia per risolvere un mistero degli anni Ottanta? A far riaprire l’inchiesta, infatti, sono alcune rime intitolate «In morte di un’amica» che vennero recapitate ai familiari di Lidia ancor prima dei suoi funerali. Quella morbida scrittura è stata riconosciuta da una vecchia amica dell’indagato in seguito alla pubblicazione della poesia sul giornale locale «La Prealpina»: la grafia di quella lettera era familiare a Patrizia Bianchi che in questura ha consegnato le cartoline ingiallite ricevute da Binda in gioventù.

L’ordinanza di custodia cautelare che ha portato l’uomo in carcere si fonda su un teorema: quella lettera è la confessione dell’assassino. E la pagina in cui sarebbe stata scritta – primo indizio a carico – è stata strappata dall’agenda sequestrata durante la perquisizione di settembre nell’appartamento in cui viveva l’«intellettuale dannato» insieme all’anziana madre. Ci sono altri due appunti sconcertanti trovati nella libreria: «Stefano è un barbaro assassino», «Ho distrutto tutto, giuro». Secondo il gip Anna Giorgetti «l’autore dell’anonimo indica particolari che solo una persona presente al momento del delitto poteva conoscere». In quelle sestine si parla del «cielo stellato» ma anche dei «non lamenti» di un «agnello senza macchia». Quella macabra poesia – secondo il magistrato che ha ordinato l’arresto di Binda – descrive il «rapporto sessuale e il sacrificio ineluttabile» della studentessa di legge, la «soppressione violenta della giovane» costretta ad arrendersi. La consulenza calligrafica dice che la scrittura è la stessa delle cartoline della Bianchi, il criminologo incaricato dalla procura rincara parlando di «dettagliata confessione». Attenzione, però, perché si tratta di interpretazioni. Criminologia e grafologia non sono scienze esatte, tanto meno possono esserlo i versi di una poesia. Esatta, piuttosto, sarebbe potuta essere la comparazione tra il Dna dell’arrestato e quello repertato sulla scena del crimine. Purtroppo l’incrocio non si può più fare e l’indagine è appesa alle strofe di una poesia. Stefano nega di averla scritta: «Non l’ho ammazzata io, le volevo bene e non avrei mai potuto farle del male». Qualora risultasse l’autore della missiva i riferimenti «ossessivi» alle immagini sacre da parte di un fervido credente di Cl non sarebbero impossibili da giustificare per la difesa. In più gli esami genetici svolti sull’incollatura della busta contenente la lettera non rimandano a Stefano. Patrizia Bianchi ha inoltre parlato di una poesia di Cesare Pavese, «cavallo di battaglia» di Binda, trovata nella borsa della vittima uccisa con 29 coltellate. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», in ogni modo, potrebbe essere stata consegnata da Stefano alla vittima in qualsiasi altro momento.

In questa vicenda avvolta nella nebbia degli errori potrebbero ancora risultare determinanti i testimoni. Don Giuseppe Sotgiu, un ex chierichetto, nell’immediatezza raccontò una bugia smentita dall’amico Stefano, ossia che la sera in cui Lidia veniva assassinata stavano vedendo un film insieme. Binda invece spiegò agli investigatori che si trovava a Pragelato in settimana bianca con altri ciellini. Il sacerdote è stato indagato per aver detto il falso. Restano molti dubbi su quell’alibi offerto e ritrattato. L’inchiesta ha vissuto altre fasi turbolente: per 27 anni è stato indagato per omicidio don Antonio Costabile, il primo a raggiungere il bosco a venti chilometri da Varese. L’inferno del religioso è terminato nel luglio 2014 quando è stato scagionato e gli inquirenti hanno concentrato le attenzioni sull’ergastolano Giuseppe Piccolomo, il «killer delle mani mozzate» che con le figlie si vantava di aver ucciso Lidia Macchi. Anche le accuse contro quel padre «crudele come un demonio» sono state accantonate con le cartoline di Patrizia Bianchi. Negli ultimi mesi, quando l’«intellettuale» Stefano Binda ha saputo di essere nel mirino della magistratura, ha ripreso «i contatti con le figure del suo passato», tra cui il nunzio apostolico in Africa, Piergiorgio Bertoldo. E’ rimasto a condurre la solita vita a Brebbio: caffè al bar al mattino, birra al pomeriggio, a messa tutte le domenica.