I politici inaffidabili e la speranza di Paolo Borsellino

Lorenzo Baldo, giornalista pubblicista, è il vicedirettore del periodico Antimafia Duemila, periodico fondato il 25 marzo del 2000 in versione cartacea e on line. Ha partecipato come relatore a numerosi convegni sul tema mafia. Dal 2000 è inviato a Palermo per il suo giornale. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Tiscali Notizie.

`L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, […] però la magistratura non l'ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto`. Era il 26 gennaio 1989 quando Paolo Borsellino si rivolgeva agli studenti dell'Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa (Vi) con queste parole. A rileggerle oggi quelle dichiarazioni danno ancora di più il senso del baratro nel quale siamo sprofondati.

`La magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale – spiegava Borsellino ai ragazzi – però siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati dati perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza`.

Agli studenti presenti il magistrato palermitano rivolgeva un'immaginaria domanda che a distanza di anni risuona più che mai attuale. `Ma tu non ne conosci gente che è disonesta ma non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla però c'è il grosso sospetto che dovrebbe quanto meno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reato?`.

A distanza di quasi vent'anni dalla strage di via D'Amelio l'integrità morale e professionale dell'uomo e del giudice Paolo Borsellino stride prepotentemente contro il lassismo dell'attuale classe politica. Quotidianamente assistiamo al degrado più assoluto dei dibattiti politici intrisi di insulti e menzogne. Giorno dopo giorno siamo testimoni della mercificazione politica dell'essere umano capace di vendersi al migliore offerente sull'altare di una carriera o di un breve momento di gloria.

Come gocce di acqua pura restano le ultime parole scritte da Paolo Borsellino a una professoressa il 19 luglio 1992, poche ore prima di saltare in aria insieme agli agenti della sua scorta. `E sono ottimista – scriveva Borsellino riferendosi alla lotta alla mafia – poiché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant'anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta`.

Ma a tutt'oggi brucia invece la consapevolezza di come la politica di chi ci governa (troppe volte `favorita` dal tacito consenso di un'opposizione a tratti inesistente), in stretta sinergia con i media compiacenti, continui a narcotizzare le coscienze di quei giovani verso i quali Borsellino nutriva quell'ultima speranza. Al di fuori di qualsiasi retorica picchia in testa la domanda ossessiva sul significato della morte di Borsellino per uno Stato che non vuole ammettere di aver intavolato una `trattativa` con Cosa Nostra nel biennio '92-'93, i cui strascichi si protraggono ancora oggi.

Paradossalmente in questi ultimi anni si sono materializzati uno dopo l'altro tanti `smemorati di Stato`. Uomini e donne con ruoli istituzionali importantissimi alle spalle che, `folgorati` sulla via di Damasco, hanno bussato alle porte delle procure per raccontare dettagli importantissimi relativi al periodo delle stragi, fino a quel momento taciuti. Uno dopo l'altro i pezzi mancanti di questo mosaico si ricompattano mostrando il volto perverso di uno Stato che ha consentito a quei poteri forti di `trattare` con Cosa Nostra l'eliminazione di Paolo Borsellino per la sua conoscenza della `trattativa` in corso. Ed è il ritratto di un Giano Bifronte quello che emerge, il volto di uno Stato capace di proseguire questo patto scellerato rispondendo a determinate richieste di Cosa Nostra (dalla chiusura delle supercarceri allo svuotamento del regime del 41bis, dalla modifica dell'istituto dei collaboratori di giustizia all'indebolimento della legge sulla confisca dei beni ecc.).

Alcuni di quegli uomini politici coinvolti a vario titolo nelle indagini sulle stragi hanno avuto la propria posizione archiviata, magari per insufficienza di prove, ma con gravissimi elementi riscontrati a loro carico. Quegli stessi personaggi siedono ancora ai posti di comando. Le archiviazioni di Marcello dell'Utri e Silvio Berlusconi, indagati per le stragi del '92 e del '93, sono due esempi emblematici di come non vi siano stati i sufficienti riscontri per poter avviare l'azione penale nonostante la gravità morale dei rapporti intrapresi tra gli indagati ed alcuni elementi di Cosa Nostra. Ecco quindi che tornano attuali le parole del giudice assassinato il 19 luglio '92 sulla necessità di una classe politica onesta, trasparente, capace di rinnovarsi una volta per tutte estromettendo quei soggetti che attraverso le loro azioni si sono resi `inaffidabili nella gestione della cosa pubblica`. Non c'è più tempo da perdere. Tutti noi abbiamo un debito morale nei confronti di Paolo Borsellino. Solamente mantenendo `vive` quelle sue parole potremo rendergli giustizia. Solo così potremo non tradire la sua speranza nelle nuove generazioni.