Isis in Libia: la trappola della paura

­Si moltiplicano in queste settimane le notizie sui movimenti in Libia di Daesh (il sedicente Stato Islamico, o Isis). Da un lato, il Pentagono ha confermato di aver ucciso uno dei leader dell’organizzazione in Libia, Wissam Najm Abd Zayd al Zubaydi noto come Abu Nabil, che prima militava in al Qaeda: l’intenzione degli americani è enfatizzare la loro capacità di colpire obiettivi sensibili. Dall’altro lato, le forze di Daesh (che d'estate avevano perso Derna, la prima zona urbana che aveva aderito al Califfato) hanno messo nel mirino Sabratha, città nota e apprezzata per i suoi monumenti romani: l’intenzione è creare un “effetto-Palmira”, dove alla morte dei civili e al controllo dei terroristi si affianca la distruzione nel patrimonio culturale mediterraneo. Infatti l’Anfiteatro di Sabratha, riportato alla luce dagli scavi avviati dall’archeologo italiano Renato Bartoccini nel 1923, è un monumento imponente, testimonianza di una città che aveva un ruolo importante negli scambi e negli traffici del Mediterraneo.

Daesh agisce avendo in mente una precisa mappa del mondo, una mappa delle risorse e delle fragilità delle aree in cui penetra: l’ha dimostrato la sua strategia tra Siria e Iraq, non solo per i pozzi petroliferi, ma anche per le dighe, per il controllo difensivo e offensivo dell’acqua in quella che una volta chiamavamo “Mezzaluna fertile”.

L’occupazione del patrimonio culturale, nella strategia dei terroristi, è stata ed è una fonte di sostentamento utilizzata in modo spregiudicato. Attraverso la vendita di opere d’arte sul mercato nero (su cui è difficile per definizione conoscere stime attendibili), ma anche attraverso la distruzione dei monumenti più visibili. In questo senso, la cultura per loro conta, eccome. È un messaggio molto chiaro: il terrorismo che vuole farsi Stato combatte la realtà del Mediterraneo come crogiolo di culture e stratificazione di storia. Vuole distruggere la pluralità. Questa distruzione, quando ha successo, diventa un fattore di reclutamento, un elemento che può raggiungere le prime pagine delle sue riviste patinate, che può bucare lo schermo. Non è mai solo un’operazione militare, ma è un messaggio rivolto a noi: per farci sentire sotto assedio, per intrappolare le nostre vite nella paura. In ultima analisi, mentre l'obiettivo materiale è "mangiare" con la cultura per fare i propri interessi economici e di reclutamento, l’obiettivo ideologico è cancellare la storia condivisa del Mediterraneo, la storia plurale del Mediterraneo, trasformando il nostro mare nel simbolo di uno scontro apocalittico. Ed è questa la trappola in cui non dobbiamo cadere.

Avendo ben presente questo scenario, dobbiamo essere consapevoli della situazione sul campo. Il New York Times, con i servizi di David D. Kirkpatrick, ha raccontato a partire da marzo 2015 la “nuova frontiera” dello Stato Islamico in Libia. Per questo vale la pena di sentire le parole di Kirkpatrick che, pochi giorni fa, di ritorno da Sirte, ha sottolineato l'importanza della Libia come "piano B" per lo Stato Islamico: “Sono rimasto scioccato e allarmato da quello che ho visto. A febbraio e a marzo a Sirte, vedevo un gruppo di milizie locali con la loro agenda che usavano la bandiera dello Stato Islamico per sembrare tosti. Questa volta, non ho notato solo che hanno ampliato notevolmente il loro territorio, e la parte di territorio con checkpoint e confini, ma la città di Sirte è diventata una sorta di colonia dei leader dello Stato Islamico a Raqqa, che mandano i loro amministratori, molti dal Golfo, e i loro comandanti militari, spesso iracheni già ufficiali nell'esercito di Saddam Hussein per gestire le operazioni e reclutare foreign fighters dalla regione, molti tunisini, ma anche egiziani, siriani, sudanesi. E' diventato un vero hub per i combattenti dello Stato Islamico”.

Qual è la risposta dell’Italia, che è esposta più degli altri agli effetti del caos libico? Il nostro paese, ancora scottato dagli effetti della campagna di Libia di Sarkozy e Cameron (come si evince da ogni dichiarazione più o meno esplicita su “non fare della Siria una nuova Libia”) ha accelerato l’azione diplomatica, ospitando la Conferenza Internazionale sulla Libia del 13 dicembre. Prima del vertice il ministro degli Esteri ha affermato che la sfida, sulla Libia, è mostrare che la diplomazia internazionale può essere più veloce della minaccia terroristica. Il complicato percorso della diplomazia in Libia richiede un accordo di fondo tra le potenze regionali più coinvolte, oltre che tra un'ampia maggioranza delle varie e diversificate componenti libiche. Senza una soluzione politica sostenibile, la realtà è che Daesh in Libia potrà approfittare dei conflitti e dei vuoti di potere, ampliando le sue operazioni. Il difficile processo libico ha già conosciuto molti stop-and-go e delusioni, e di sicuro non sarà risolto definitivamente dalla firma dell'accordo politico del 16 dicembre a Skhirat in Marocco?, ma il filo sottile della diplomazia resta essenziale per non farci cadere nella trappola della paura.