L’Europa e Erdogan: una scommessa pericolosa

La fotografia attuale della politica estera europea è stata scattata il 18 ottobre 2015. Ritrae Angela Merkel e Recep Tayyip Erdo?an l'una accanto all'altro. Entrambi sono seduti su poltrone dorate, simili a troni, nella residenza presidenziale di Erdo?an. La cancelliera tedesca, in quell'occasione, ha fornito un formidabile assist di legittimazione internazionale al presidente turco prima delle decisive elezioni del 1 novembre, in cui il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) ha ottenuto una vittoria ben al di là delle aspettative, dopo l'incertezza seguita alle elezioni di giugno.

I recenti accordi con la Turchia in materia di rifugiati rientrano tra le conseguenze di quella foto. La tensione tra Russia e Turchia non ha cambiato lo scenario. Al di là della retorica, l'asse tra Merkel e Erdo?an si basa soprattutto sugli interessi elettorali tedeschi. Per due ragioni: in primo luogo, nelle elezioni del 2013 i socialdemocratici hanno perso parte del tradizionale supporto della comunità turca in Germania, e la cancelliera vuole consolidare questo cambiamento; in secondo luogo, accordarsi con la Turchia in materia di sicurezza per Angela Merkel vuol dire coprirsi sulla critica bavarese sulle politiche per i rifugiati che potrebbe costarle il posto. Questa è la principale posta in gioco, il resto dell'Europa si accoda.

Il vertice del 29 novembre mette nero su bianco tre miliardi di risorse aggiuntive come contributo europeo iniziale per sostenere i siriani in Turchia, ma anche una roadmap per rivitalizzare l'annosa questione dell'ingresso della Turchia nell'Unione europea. I cosiddetti "valori europei" non ne escono bene. La situazione per la stampa in Turchia è difficile. Nel nuovo governo turco, il posto chiave di ministro dell'Energia è ricoperto dal genero di Erdo?an.

Nel comunicato le parole "libertà d'espressione", "diritti umani", "pluralismo" non compaiono, nemmeno nel solito linguaggio burocratico e generico di consigli, prese d'atto, osservazioni. Si parla solo di "parametri di riferimento". Vi sono legittimi dubbi che questo possa veramente fare gli interessi europei e portare più sicurezza nel nostro continente. Un diplomatico avveduto come Roberto Toscano si è chiesto: "Come si fa oggi, senza perdere credibilità, a essere più indulgenti nei confronti di una Turchia non solo islamica, ma islamista - una Turchia al cui interno si reprime il dissenso politico e si attacca la libertà di stampa, e la cui politica regionale è caratterizzata da una pesante ambiguità sulla questione siriana, con una connivenza di fatto nei confronti del jihadismo più radicale?".

La condotta turca, nonostante i proclami di "zero problemi coi vicini", sembra avere alla sua radice un'idea rivoluzionaria, che si riflette sia nelle ambizioni territoriali del suo vicinato sia nell'influenza politica in tutta l'area mediterranea, per non parlare del conflitto coi curdi. Ogni accordo in materia di rifugiati con la Turchia, per ragioni di sicurezza, va quindi guardato molto da vicino nella sua implementazione. L'Unione europea ha forse le risorse strategiche e intellettuali per farlo?

Allora, cosa dovrebbe fare l'Europa e qual è l'interesse dell'Italia?
In primo luogo, occorre un bagno di realismo. Sono stati commessi errori sul rapporto tra Turchia ed Europa e sull'interpretazione del partito di Erdo?an, ma non possiamo pensare di forzare la storia verso l'ammissione all'UE in questo momento, né credere che una strategia di trasferimenti di risorse simile a quella utilizzata con Gheddafi possa essere riprodotta con Erdo?an. È solo un'illusione. Non funzionerà e potrebbe allontanare, non avvicinare, una soluzione politica in Siria.

In secondo luogo, c'è un tema di priorità strategiche. Anche nella nostra cooperazione economica, dobbiamo avere altre priorità, dare maggiore attenzione ad altri Stati in difficoltà, nel panorama mediorientale dove proliferano le fragilità e i fallimenti degli Stati. Penso soprattutto alla Giordania e al Libano, dove l'Italia peraltro svolge un apprezzato ruolo. Sul fronte del Nord Africa, penso alla Tunisia.

In terzo luogo, dobbiamo agire con grande prudenza, ponderando le conseguenze delle nostre azioni al di là degli interessi elettorali di alcuni paesi e alcuni leader. La Turchia, oggi, non è un fattore di stabilità, anche in un contesto mediorientale che presenta diversi gradi di grigio, più che il bianco e nero. Rischiamo di pentirci amaramente di questa scommessa pericolosa.