Non solo l’acqua, sulla Terra c’è una seconda risorsa a rischio che va tutelata

A breve, entro la fine del secolo, non avremo più a disposizione la sabbia. Quella dei deserti non ha valore, e non può essere utilizzata, ecco perché c’è chi sta depredando i fondali marini

Non solo l’acqua, sulla Terra c’è una seconda risorsa a rischio che va tutelata

L’uomo sta esaurendo le risorse del Pianeta. A rischio non vi è tuttavia soltanto l’acqua dolce. Tra i beni che non ci si aspetterebbe di trovare nella lista delle materie sovrasfruttate c’è anche l’apparentemente inutile sabbia. Questa, contrariamente al sentire comune, non è un bene infinito . Se l’uomo continuerà a servirsene con i ritmi attuali, già entro il 2100, le spiagge saranno soltanto uno sfumato ricordo, da tramandare alle future generazioni tramite nostalgiche foto o video. La sabbia, infatti, è al momento la seconda risorsa più sfruttata del pianeta.

Per alcuni può esser considerata come il nuovo petrolio, e già ci sarebbe in atto una corsa all’accaparramento delle licenze di sfruttamento. C’è persino una sorta di mafia disposta a uccidere pur di ottenere delle nuove risorse. Ogni anno vengono prelevati dai fondali marini qualcosa come 40 miliardi di tonnellate di sabbia. Il 9% più del petrolio estratto nel medesimo lasso di tempo. Utilizzata nell’industria del vetro, per la produzione dei pannelli solari e fotovoltaici, ma anche per i chip.

Un business senza controllo

La sfuggente sabbia viene utilizzata anche nel settore dell’estrazione. Per ogni singolo giacimento vengono usati mediamente 1800 tonnellate di sabbia per il cosiddetto fracking, tecnica della fratturazione idraulica che consiste nel perforare il terreno fino a raggiungere le rocce che contengono i giacimenti di gas naturale e successivamente iniettare un getto ad alta pressione di acqua mista a sabbia e altri prodotti chimici per provocare l’emersione in superficie del gas. E il settore delle costruzioni? Per una abitazione di medie dimensioni sono necessarie 200 tonnellate di sabbia, per una struttura ospedaliera ne servono 3mila mentre per un singolo chilometro di autostrada ne servono ben 30mila tonnellate.

Il primo responsabile dell’ormai imminente disastro ambientale è la Cina che da sola, negli ultimi anni, ha estratto e usato il 60 per cento di tutta la sabbia consumata nel pianeta.

Soltanto dal lago di Poyang, la più grande miniera del pianeta, Pechino ha estratto quotidianamente qualcosa come 980mila tonnellate di sabbia, e lo ha fatto ogni giorno, con lo stesso ritmo, per tutto il biennio 2016-2017. Il dato appare ancor più inquietante se si pensa che una quantità simile è stata consumata dagli Stati Uniti dal 1901 al 2000. E poi ci sono Dubai, che si serve della sabbia per costruire le sue isole artificiali; Singapore, che a seguito della crescita esponenziale della popolazione ha la necessità di espandere i propri territori e tanti altri Paesi che in maniera spesso non controllata attingono a mercati spesso clandestini.

Le mafie della sabbia, infatti, speculano e incassano milioni di euro dietro a questo vero e proprio business. Il mercato nero, ogni anno, ruba miliardi di sabbia in tutto il mondo. Ma il costo di questo “mercato” è anche di tipo ambientale. Le spiagge e i fondali marini saranno presto prive di granelli.

Un problema che non toccherà da vicino soltanto i vacanzieri ma anche il settore agricolo, la perdita della barriera naturale causerà infatti l’impoverimento dei terreni, facilmente raggiungibili dall’acqua salmastra, e il mercato ittico: molte specie saranno inevitabilmente condannate a morte. Le alternative già esistono. Dove possibile sarebbe auspicabile l’utilizzo di calcestruzzo o vetro riciclato, ma anche quello dell’argilla e della terra battuta.