[La polemica] I pensionati burocrati chiamati a combattere il pizzo pagato alle mafie

Nonostante i successi nel contrasto giudiziario - ancora oggi nell anniversario della morte di Libero Grassi - il racket condiziona fortemente la vita delle imprese e non solo nelle tradizionali regioni meridionali; come se non si voglia capire che non si tratta solo di una questione di ordine criminale ma di qualcosa che ostacola seriamente la crescita delle imprese

Libero Grassi
Libero Grassi
di Tano Grasso

E’ passato un altro anno da quel 29 agosto del 1991, quando uscendo da casa per raggiungere la sua azienda Libero Grassi cadde sotto il piombo dei mafiosi di Cosa nostra in Via Alfieri a Palermo. Il ricordo del coraggioso industriale, come è stato in tutti questi anni, non si limita al dovuto rispetto della memoria e del dolore dei familiari, ma ha un valore aggiunto che caratterizza ogni anniversario; una ragione che è stata, allo stesso tempo, il movente dell’omicidio.

Tra la fine del 1990 e nei mesi del 1991 si registrarono alcuni eventi che per la prima volta segnarono una rottura nel rapporto tra mafia e imprese, ovvero in quelle relazioni che per i mafiosi sono indispensabili quanto quelli con i settori istituzionali e politici; perché il pizzo non è solo una tangente che arricchisce le casse mafiose, ma lo strumento indispensabile per affermare il controllo del territorio e dell’economia, fattori decisivi per la definizione della stessa identità mafiosa. La rottura di quei mesi, tra la costituzione della prima associazione antiracket a Capo d’Orlando, la denuncia pubblica di Libero Grassi e poi il suo omicidio, la sentenza del novembre 1991 contro gli estorsori del piccolo centro messinese; e, ancora, la nascita di una legislazione di solidarietà nel nome di Libero Grassi; con quella rottura per la prima volta nel nostro Paese si avvia una pianificata strategia di contrasto al racket al di là dei momenti di indignazione. 

Il movimento antiracket, gli operatori organizzati in associazione per autogestire la propria sicurezza in collaborazione con le forze dell’ordine, nasce nel confronto con la tragedia palermitana: impedire che altri imprenditori, isolati e in solitudine come lo fu Libero Grassi, paghino con la vita la scelta di opporsi alla mafia. E, per fortuna, in questi ventisei anni, nessun imprenditore sostenuto dalle associazioni antiracket si è ritrovato in quelle condizioni del 29 agosto, un dato che da solo dimostra la validità e l’insostituibilità dell’esperienza dell’associazionismo antiracket.

Allora, per tutte queste ragioni, ritornare a Libero Grassi significa riflettere su cosa è stato il movimento antiracket, sui suoi limiti e, soprattutto, sulla complessiva azione di istituzioni e società civile contro il racket. Certo, sotto il profilo dei governi non siamo più alla situazione di quando ai funerali di Libero qualche ministro dichiarò di non sapere quanto fosse invasivo e radicato il fenomeno del pizzo. Oggi c’è una legislazione che è stata negli anni migliorata, per le incisive lotte del movimento antiracket, e che assicura alle vittime del racket una efficace risposta in termini di risarcimento dei danni. Spesso, però, questo strumento è diventato un alibi per chi governa, un sentirsi con la coscienza a posto; ma così non può essere: la legge antiracket è solo uno degli strumenti di contrasto e, soprattutto, acquista un senso solo se vi è un forte e costante impegno politico di tutti i soggetti istituzionali.

Non siamo al 1991, ma è innegabile che tende a prevalere una visione “burocratica” della lotta al pizzo; come se non si voglia vedere che, nonostante i successi nel contrasto giudiziario, ancora oggi il racket condiziona fortemente la vita delle imprese e non solo nelle tradizionali regioni meridionali; come se non si voglia capire che non si tratta solo di una questione di ordine criminale ma di qualcosa che ostacola seriamente la crescita delle imprese e, quindi, dell’economia meridionale. Ad esempio, stupisce che negli ultimi anni alla guida dell’importante ufficio del Commissario antiracket, individuato dal legislatore nel 1999 come lo strumento fondamentale di promozione dell’associazionismo e di coordinamento e di impulso delle varie iniziative, siano stati nominati degnissimi funzionari dello Stato, ma sempre alla vigilia della pensione e mai per la durata dei quattro anni previsti dalla legge.

Molto opportunamente la Federazione antiracket (FAI) in una recente audizione all’Antimafia ha proposto di ripensare questo strumento assicurando in primo luogo una maggiore stabilità, in analogia con quanto avviene con le autorità anticorruzione o antitrust. E’ questo il primo aspetto da affrontare: il ministro dell’Interno, e con lui il governo, deve emanciparsi da questa “antimafia burocratica” per far diventare questa battaglia contro il pizzo una occasione di liberazione dell’economia meridionale.

Perché, ed è un altro aspetto della nostra riflessione, il movimento antiracket, che ha accompagnato in questi anni migliaia di operatori economici nelle aule dei tribunali a testimoniare contro i mafiosi, ancora oggi resta in una dimensione di avanguardia. In alcune aree, ed è dove va meglio, a fronte di dieci imprenditori che si oppongono ce ne sono cento che continuano a essere acquiescenti; per non parlare, poi, di alcune aree della Calabria dove non c’è neanche quell’unità che denuncia. L’esperienza concreta sul campo ha dimostrato che senza la denuncia dei commercianti ci può essere sì qualche arresto ma, sicuramente, non ci può essere quella liberazione del territorio che si è vista a Capo d’Orlando e poi a Ercolano in Campania o a Vieste in Pugliae in altri importanti centri. Se l’associazionismo antiracket si è rivelato l’unico strumento in grado di motivare e sostenere le vittime del racket nella denuncia, perché manca quell’investimento politico che potrebbe veramente segnare un punto di non ritorno?

Infine, è necessario porre una questione che riguarda lo stesso movimento antiracket. In questi ultimi anni, a Palermo come a Napoli, si è assistito ad un inquietante fenomeno, quello del tentativo di infiltrazione mafiosa nelle associazioni. Per fortuna in alcuni casi la solidità delle organizzazioni ha consentito un rapporto di collaborazione con la polizia giudiziaria e in alcuni casi i dirigenti delle associazioni antiracket sono stati testimoni d’accusa. Ciò non attenua però il pericolo. Non si tratta di situazioni di soggetti borderline su cui investire per la loro “redenzione” -si ha difficoltà a definire così imprenditori che hanno subito sequestri di beni per centinaia di milioni di euro - né può valere l’eventuale denuncia di alcune situazioni estorsive residuali; bisogna sapere che sulla ferma reazione a questi tentativi si gioca la credibilità di quanto costruito sinora dalle associazioni antiracket.

Devono essere le stesse associazioni antiracket a invocare maggiore rigore nella valutazione degli imprenditori che tentanodi avvicinarsi alle associazioni. La FAI non a caso ha proposto che tra i requisiti soggettivi richiesti dal regolamento ministeriale per far parte di associazioni venga introdotto l’approfondimento che si realizza con la certificazione antimafia. Più le associazioni saranno rigorose, aiutate anche dalle norme, più risultati concreti potranno aversi e migliore potrà essere la percezione nell’opinione pubblica del valore dell’antiracket. Non tutti sanno che, tra le tante associazioni antimafia, solo quelle antiracket sono sottoposte alla verifica dei requisiti soggettivi dei soci e dell’attività realizzata. Bene, serve adesso un ulteriore passo in avanti per contribuire al recupero di quella credibilità spesso in questi tempi indebolita da vari episodi su cui, fra l’altro, indaga l’autorità giudiziaria.