Nei mari più plastica che pesci, stock ittici in caduta libera: ecco cosa sta accadendo

Pesca indiscriminata, ma anche cambiamenti climatici troppo repentini e inquinamento. La vita marina è sotto attacco ma l’uomo ne prenderà coscienza quando sarà troppo tardi

Foto di Pierre Gleizes - Greenpeace
Foto di Pierre Gleizes - Greenpeace
di R.Z.

Un team di ricercatori della Rutgers University ha realizzato un nuovo studio che fa luce sulla condizione degli oceani e dunque sullo stato di salute della fauna ittica marina. L’equipe di scienziati, coordinati dal professor Christopher M. Free, ha confermato quanto da tempo sospettato da altri ricercatori, ossia che in mare c’è ormai più plastica che pesce. Il problema, non considerato tale dalla maggior parte delle persone, risulta esser causato da una moltitudine di motivi, spesso riconducibili alle attività dell’uomo. I cambiamenti climatici sono naturalmente uno di questi, ma non il solo: anche la pesca indiscriminata e l’inquinamento pesano sul futuro della vita marina.

Nei mari più plastica che pesci

Il crollo nel numero di pesci che popolano i mari è stato certificato dai ricercatori della Rutgers University che, in base ai dati raccolti, pubblicati sulle pagine della rivista Science, ritengono siano letteralmente scomparsi dai nostri oceani 1,4 milioni di tonnellate di pesce. Le specie prese in esame dagli scienziati sono quelle definite “di interesse commerciale e alimentare”, ma il dato appare comunque drammatico. Tra il 1930 e il 2010 gli stock ittici sostenibili, quelli che possono essere pescati senza impoverire le popolazioni a lungo termine, e dunque senza mettere a rischio i delicati equilibri di Madre Natura, si sono ridotti mediamente del 4,1 percento.

In alcune aree certificato crollo del 35%

I biologi americani, che hanno misurato l'impatto del riscaldamento globale sulla produttività di 235 popolazioni di pesci appartenenti a 124 specie differenti, distribuite in 38 ecoregioni, hanno analizzato anche lo stato di salute di molluschi e crostacei, e la fotografia ottenuta non è certo incoraggiante. Nel Mare Cinese Orientale, come anche nel Mare del Nord, il crollo degli stock ittici è stato definito “drammatico”, e oscilla tra il 15 e il 35 per cento. Il team di ricerca, che ha collaborato con un’equipe di biologi del NOAA Fisheries, dell'Università della California e dell'Università di Washington, ha ribadito l’urgenza di agire in tempi brevi, diversamente il costo che l’intera umanità andrà a pagare sarà estremamente salato.

La mappa delle attività di pesca nel mondo - Fonte: Valori.it

Agire tempestivamente su tutti i fronti

In diverse parti del mondo si stanno già adottando delle strategie di pesca sostenibile, ma l’azione di pochi non potrà mai contrastare le pratiche scorrette, i cui effetti si sommano a quelli sempre negativi causati da inquinamento e cambiamenti climatici. Nel mondo c’è anche chi sostiene vi siano una moltitudine di specie che, in controtendenza, stanno godendo di un momento particolarmente positivo, ma anche in questo caso si tratterebbe di un “vantaggio transitorio”. Alcune specie di pesci, infatti, hanno proliferato grazie alle acque più calde, ma tale dato è temporaneo e l’aumento determinerà una rapida decrescita nei numeri. “Le popolazioni ittiche - ha evidenziato Olaf Jensen, autore senior dello studio - possono tollerare il riscaldamento fino a un certo punto. Molte delle specie che hanno beneficiato del riscaldamento fino ad ora sono destinate a decrescere con l'aumentare delle temperature”. L’unica speranza per il mondo è dunque quella di agire su tutti i fronti, in maniera coordinata e congiunta.

Riferimenti