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Nobel Medicina ai vaccini Covid, 'hanno salvato milioni di vite'

di Adnkronos   
Nobel Medicina ai vaccini Covid, 'hanno salvato milioni di vite'

Milano, 2 ott. (Adnkronos Salute) - Il Nobel per la Medicina 2023 va di fatto ai vaccini anti-Covid che, scrive l'Assemblea del Nobel al Karolinska Institutet, "hanno salvato milioni di vite e prevenuto malattie gravi, consentendo alle società di aprirsi e tornare a condizioni normali" di esistenza. "Attraverso le loro scoperte fondamentali sull’importanza delle modifiche di base nell'mRna, i premi Nobel di quest'anno hanno contribuito in modo cruciale a questo sviluppo trasformativo durante una delle più grandi crisi sanitarie del nostro tempo". E' per questo che si è scelto di assegnare il premio "congiuntamente" a quelli che possono essere considerati i 'genitori' dei vaccini a mRna, Katalin Karikó e Drew Weissman, con questa motivazione ufficiale: "Per le loro scoperte riguardanti le modifiche delle basi nucleosidiche che hanno consentito lo sviluppo di efficaci vaccini a mRna contro Covid".

Scoperte, evidenziano gli esperti dell'assemblea del Nobel nella nota ufficiale, che "sono state fondamentali per lo sviluppo dei vaccini a mRna durante la pandemia scoppiata all'inizio del 2020". E "rivoluzionarie", perché "hanno cambiato radicalmente la nostra comprensione di come l'mRna interagisce con il nostro sistema immunitario". Così i vincitori del Nobel per la medicina 2023 "hanno contribuito al ritmo senza precedenti di sviluppo di vaccini durante una delle più grandi minacce alla salute umana dei tempi moderni".

Com'era il mondo dei vaccini prima della pandemia? La vaccinazione, spiegano gli esperti, "stimola la formazione di una risposta immunitaria verso un particolare agente patogeno. Questo dà al corpo un vantaggio nella lotta contro le malattie in caso di esposizione successiva. Da tempo erano disponibili vaccini basati su virus uccisi o indeboliti, come nel caso dei vaccini contro la poliomielite, il morbillo e la febbre gialla. Nel 1951, Max Theiler ricevette il premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina per aver sviluppato il vaccino contro la febbre gialla". Negli anni c'è stata un'evoluzione continua.

"Grazie ai progressi della biologia molecolare negli ultimi decenni, sono stati sviluppati vaccini basati su singoli componenti virali, piuttosto che su virus interi. Parti del codice genetico virale, che solitamente codificano per le proteine ​​presenti sulla superficie del virus, vengono utilizzate per produrre proteine ​​che stimolano la formazione di anticorpi che bloccano il virus. Ne sono un esempio i vaccini contro il virus dell'epatite B e il papillomavirus umano. In alternativa, parti del codice genetico virale possono essere spostate in un virus portatore innocuo, un 'vettore'. Questo metodo viene utilizzato nei vaccini contro il virus Ebola. Quando vengono iniettati i vaccini vettori, la proteina virale selezionata viene prodotta nelle nostre cellule, stimolando una risposta immunitaria contro il virus bersaglio.

La produzione di vaccini a base di virus, proteine ​​e vettori interi richiede colture cellulari su larga scala. Questo processo ad alta intensità di risorse limita le possibilità di una rapida produzione di vaccini in risposta a epidemie e pandemie. "Pertanto, i ricercatori tentavano da tempo di sviluppare tecnologie vaccinali indipendenti dalla coltura cellulare, ma ciò si è rivelato impegnativo", si legge ancora nella nota. Poi è arrivata un'idea promettente: nelle nostre cellule le informazioni genetiche codificate nel Dna vengono trasferite all'Rna messaggero (mRna), che viene utilizzato come modello per la produzione di proteine. Durante gli anni '80 furono introdotti metodi efficienti per produrre mRna senza coltura cellulare, chiamati metodi di trascrizione in vitro. Questo passo decisivo ha accelerato lo sviluppo di applicazioni della biologia molecolare in diversi campi. Anche l’idea di utilizzare le tecnologie dell'mRna per vaccini e terapie ha preso piede. Ma il passaggio dall'intuizione a qualcosa di concreto è frutto della "perseveranza" di una biochimica ungherese, Karikó appunto, che non si è arresa di fronte agli ostacoli scientifici che si profilavano lungo il percorso. E sulla sua strada fa un incontro cruciale, quello con l'immunologo Weissman.

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