Nel mondo bimbi sardi e finlandesi i più colpiti da diabete tipo I

Nel mondo bimbi sardi e finlandesi i più colpiti da diabete tipo I
di Adnkronos

Roma, 12 ago. (AdnKronos Salute) - L'ultima vittima del diabete infantile è stato il piccolo Giulio, morto all’ospedale di Santorso nel Vicentino. Il bimbo era stato portato in ospedale ben due volte, prima di effettuare gli esami da cui sarebbe emerso che era diabetico. Ma ormai era troppo tardi. In Italia si stima siano almeno 16.000 i bambini affetti da diabete di tipo I e che ogni anno circa 1500 bambini presentino l'esordio della malattia. Ad essere più colpiti sono i piccoli sardi, che insieme ai finlandesi, detengono questo primato mondiale. "Non è stata ancora trovata la spiegazione a questo primato condiviso da due popolazioni così lontane e differenti geneticamente", afferma all'Adnkronos Salute Riccardo Schiaffini, responsabile di Diabetologia e patologia dell'accrescimento dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il diabete di tipo I ha una insorgenza in bambini sino a quel momento apparentemente sani. In realtà la malattia nasce diverso tempo prima ma non dà sintomi sino al momento della sua insorgenza acuta o addirittura del coma, la cui causa può sfuggire alla diagnosi vista l’assenza di marcatori di rischio. Uno studio, pubblicato tempo fa su 'Acta Daiabetologica', condotto da un gruppo di endocrinologi dell’Università di Cagliari e dell’ospedale Brotzu - Fernanda Velluzzi, Stefano Mariotti, Marco Songini e Andrea Loviselli - in collaborazione con il Bambino Gesù e l’Italian Hospital di Londra, ha scoperto come alcuni marcatori immunologici possono predire il rischio di contrarre il diabete giovanile e quindi possono essere assai utili quando compaiono i primi sintomi per una diagnosi corretta. Lo studio, è stato condotto su oltre 8.000 scolari delle elementari e delle medie di 35 paesi e città della Sardegna, e ha permesso di identificare, in oltre 10 anni di osservazione continua, dei marcatori immunologici che possono predire il rischio di diabete giovanile. "Il diabete di tipo I - continua Schiaffini - è una malattia multifattoriale nella quale gli elementi ambientali, per altro non bene identificati, hanno un peso nello scatenare la malattia. Sul primato dei bimbi sardi e finlandesi ci sono solo delle ipotesi: tra quelle più accreditate c'è l'esposizione ad antigeni virali che innescano una risposta immunitaria, mentre un'altra ipotesi è che ci sia un problema nel meccanismo di regolazione immunologica dell'organismo". Se la causa del diabete di tipo I non è ancora nota, è invece noto il meccanismo specifico che porta alla carenza di insulina: "si tratta di un processo di autodistruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina. In particolare alcune cellule del sistema immunitario, i linfociti, iniziano ad aggredire le cellule del pancreas che producono insulina, fino a distruggerle completamente. Attraverso lo stesso meccanismo che normalmente i linfociti attuano contro i virus e i batteri che causano le comuni malattie infettive", ricorda l'ospedale Bambino Gesù sul proprio sito. Di conseguenza dall'organismo vengono prodotti nel sangue alcuni autoanticorpi, diretti contro particelle specifiche del proprio organismo, che sono importanti indicatori di malattia o pre-malattia. Per tali motivi il diabete mellito di tipo I viene classificato tra le patologie autoimmuni. Secondo i diabetologi "è necessario mantenere buoni livelli di glicemia poiché una glicemia elevata per lunghi periodi - la cosiddetta iperglicemia cronica- dovuta a un diabete mal controllato, può causare dei danni più o meno reversibili a carico dei piccoli vasi sanguigni, soprattutto in alcuni distretti dell'organismo, in particolare retina, rene, sistema nervoso. Vengono così a determinarsi quelle che si chiamano complicanze microvascolari del diabete di tipo I, malattie importanti che danneggiano l'occhio (retinopatia diabetica), il rene (nefropatia diabetica) e il sistema nervoso (neuropatia diabetica)". Mantenendo un buon controllo delle glicemie e aiutando i piccoli pazienti e le loro famiglie a gestire anche autonomamente la malattia, queste complicanze possono essere prevenute, o comunque rallentate.