Ictus, il killer silenzioso che si può fermare: ecco i 6 campanelli d’allarme salva vita
Colpisce 15 milioni di persone ogni anno ma si può battere sul tempo. L’Istituto Superiore di Sanità spiega come riconoscerlo subito e come ridurre il rischio con abitudini sane e un pizzico di attenzione quotidiana
Ogni anno 15 milioni di persone nel mondo vengono colpite da un ictus cerebrale. Di queste, circa 5 milioni perdono la vita e altrettante riportano una disabilità permanente. Numeri che fotografano una delle principali cause di morte e di disabilità su scala mondiale. In occasione della Giornata mondiale dell’Ictus del 29 ottobre, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha diffuso un nuovo aggiornamento sulla situazione epidemiologica, ribadendo l’importanza della prevenzione e del riconoscimento tempestivo dei sintomi. Un aspetto fondamentale, spiegano gli esperti, è la rapidità: “L’ictus è una patologia tempo-correlata: più precoce è l’intervento, più alte sono le probabilità di recupero completo”, sottolineano Luigi Palmieri e Chiara Donfrancesco, ricercatori del Dipartimento malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell’invecchiamento dell’ISS. Sebbene l’incidenza si sia ridotta nei Paesi più avanzati, grazie al miglior controllo dell’ipertensione e alla diminuzione del fumo, l’aumento dell’età media della popolazione fa sì che il numero assoluto dei casi continui comunque a crescere.
Italia: mortalità in calo, ma tenere alta la guardia
Nel nostro Paese le malattie del sistema circolatorio, che comprendono ictus, infarti e altre patologie cardiache, rappresentano la prima causa di morte, con il 30,9% dei decessi totali registrati nel 2022. Tuttavia, il quadro è in progressivo miglioramento. Negli ultimi trent’anni, la mortalità per ictus si è ridotta di oltre il 70%, mentre tra il 2017 e il 2022 il calo è stato del 14,8%, passando da 7,77 a 6,62 decessi ogni 10.000 abitanti. Un risultato attribuito a migliori misure di prevenzione, terapie più efficaci e un potenziamento degli interventi assistenziali e riabilitativi.
“Il miglioramento dell’efficacia delle strategie preventive e terapeutiche ha ridotto sia la mortalità sia la disabilità associate a queste patologie”, affermano Palmieri e Donfrancesco.
Il trend positivo è proseguito anche durante la pandemia da Covid-19, nonostante l’aumento generale dei decessi: segno che il sistema di cura dedicato alle malattie cerebrovascolari è oggi più solido e capillare rispetto al passato.
I sei segnali d’allarme da non ignorare
Secondo l’ISS, riconoscere in tempo un ictus può fare la differenza tra la vita e la morte. Questi sono i sei sintomi principali da conoscere e comunicare subito ai soccorsi:
- Intorpidimento improvviso di viso, braccio o gamba, spesso su un solo lato del corpo;
- Confusione o difficoltà a parlare e comprendere il linguaggio;
- Disturbi visivi a uno o entrambi gli occhi;
- Perdita di equilibrio, vertigini o difficoltà a camminare;
- Forte mal di testa improvviso senza causa apparente;
- Svenimento o perdita di coscienza.
Gli specialisti raccomandano di chiamare immediatamente il 118 anche se i sintomi sembrano lievi o transitori. Un ictus, infatti, può evolvere rapidamente e un intervento tempestivo è essenziale per ridurre i danni cerebrali.
La prevenzione resta la cura più efficace
Anche nei Paesi con sistemi sanitari avanzati, sei pazienti su dieci colpiti da ictus muoiono o riportano una disabilità significativa. Per questo la prevenzione rimane la strategia più efficace. I comportamenti più utili sono semplici ma determinanti:
- Evitare il fumo, principale fattore di rischio modificabile;
- Seguire un’alimentazione equilibrata, limitando l’uso di sale e grassi;
- Praticare attività fisica regolare, anche moderata.
Scelte scorrette nello stile di vita favoriscono tre condizioni critiche (ipertensione, diabete e iperlipidemia) che aumentano esponenzialmente la probabilità di ictus. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 40% dei decessi per ictus potrebbe essere evitato con un adeguato controllo della pressione arteriosa, mentre tra i soggetti sotto i 65 anni due decessi su cinque sono legati al fumo.
Il progetto CUORE e i dati più recenti
L’Istituto Superiore di Sanità conduce da anni il Progetto CUORE, volto a monitorare la salute cardiovascolare della popolazione italiana e a promuovere strumenti di autovalutazione del rischio individuale.
Dai dati più recenti (2023–2024) emergono indicazioni importanti: tra i 35 e i 74 anni, il 49% degli uomini e il 37% delle donne presenta valori elevati di pressione arteriosa o segue una terapia specifica. Tuttavia, una parte significativa non è consapevole della propria condizione.
Anche il consumo di sale resta eccessivo: 9,3 grammi al giorno per gli uomini e 7,2 per le donne, ben oltre il limite di 5 grammi raccomandato dall’Oms. Solo una minoranza, il 9,2% degli uomini e il 23,7% delle donne, rispetta la soglia indicata. Questi numeri evidenziano quanto sia ancora necessario diffondere la consapevolezza dei rischi cardiovascolari e l’importanza di controlli regolari.
Investire nella salute per ridurre le disuguaglianze
In occasione della Giornata mondiale dell’Ictus, l’ISS ha ribadito l’importanza di investire nella prevenzione e di garantire equità nell’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.
“Servono azioni coordinate e integrate lungo tutto il percorso di cura”, affermano i ricercatori. Un obiettivo condiviso anche a livello europeo attraverso il progetto JACARDI, una joint action che coinvolge 21 Paesi e 81 partner con l’obiettivo di rafforzare la risposta alle malattie non trasmissibili, in particolare quelle cardiovascolari.



di Roberto Zonca













