Dolcificanti e cervello, scoperto il legame che porta al declino cognitivo
Sette dolcificanti artificiali sotto accusa: un nuovo studio rivela che possono accelerare lo sviluppo delle malattie neurodegenerative, soprattutto tra i 40 e i 60 anni
Li abbiamo scelti per restare in forma, per ridurre le calorie e sentirci “più sani”. E invece potrebbero essere una trappola per il cervello. Secondo un nuovo studio condotto da un gruppo di ricercatori brasiliani, con a capo Natalia Gomes Gonçalves e Claudia Kimie Suemoto, sette dei dolcificanti artificiali più diffusi al mondo, tra cui aspartame, saccarina ed eritritolo, sarebbero legati a un declino accelerato delle capacità cognitive, in particolare tra gli adulti sotto i 60 anni. L’effetto? Stando a quanto evidenziato dagli scienziati sulle pagine della rivista medica Neurology si rischia un invecchiamento cerebrale anticipato di quasi due anni per chi ne consuma regolarmente.
La ricerca, condotta su oltre 12.000 adulti seguiti per otto anni, ha esaminato l’impatto del consumo di dolcificanti su memoria, linguaggio e fluidità verbale. I risultati hanno lasciato poco spazio ai dubbi: chi beve spesso bibite “senza zucchero” o assume alimenti “light” mostra un calo cognitivo del 62% più rapido rispetto a chi li evita.
Non si tratta solo di un dettaglio statistico: le analisi indicano un collegamento concreto con condizioni che anticipano Alzheimer e demenza, aprendo una nuova pagina nel dibattito sulla sicurezza degli edulcoranti. “Il consumo di dolcificanti può accelerare un processo naturale di declino cognitivo, anche negli adulti di mezza età”, ha spiegato Claudia Suemoto, professoressa associata di geriatria presso l’Università di San Paolo e coautrice dello studio.
I sette dolcificanti sotto accusa
Gli studiosi hanno individuato sette composti chiave che, singolarmente o in combinazione, mostrano legami con la perdita cognitiva:
- Aspartame
- Saccarina
- Acesulfame-K
- Eritritolo
- Sorbitolo
- Xilitolo
- Tagatosio
I partecipanti hanno compilato questionari alimentari dettagliati, seguiti da test cognitivi periodici. I peggiori risultati si sono osservati nei soggetti con un consumo elevato di dolcificanti come aspartame e saccarina, spesso presenti in bevande gassate e prodotti “senza zucchero”.
Secondo gli autori, l’impatto più forte è stato rilevato “nelle persone di mezza età e in chi soffre di diabete”. Ciò suggerisce che le abitudini alimentari a 40 o 50 anni possano avere effetti permanenti sul cervello.
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Dal cervello all’intestino: come agiscono i dolcificanti
Il sospetto principale riguarda la neuroinfiammazione e l’interruzione dell’asse intestino-cervello, cioè il complesso sistema che collega i neuroni ai batteri intestinali. “L’aspartame può scatenare infiammazioni nel cervello”, spiega la Suemoto. “Altri dolcificanti, come eritritolo e sorbitolo, possono invece alterare la composizione del microbiota e indebolire la barriera emato-encefalica”, il filtro che protegge il cervello dalle tossine.
I ricercatori sottolineano che il problema non riguarda solo un singolo ingrediente, ma l’effetto combinato dei dolcificanti artificiali e degli alcoli di zucchero. “I nostri risultati suggeriscono la possibilità di danni a lungo termine derivanti dal consumo di dolcificanti ipocalorici o privi di calorie, in particolare artificiali e alcoli di zucchero”, hanno scritto gli studiosi.
Dove si nascondono davvero i dolcificanti
Non si trovano solo nelle bibite “zero”, ma praticamente ovunque. Yogurt, barrette proteiche, caramelle, chewing gum, dessert dietetici, perfino alcuni sciroppi per la tosse: tutti possono contenere uno o più dei sette dolcificanti incriminati. Secondo l’indagine, il problema è proprio l’esposizione quotidiana inconsapevole. Chi pensa di “stare attento allo zucchero” finisce per ingerire dolcificanti artificiali a ogni pasto, spesso senza accorgersene. E l’effetto cumulativo, nel tempo, può essere significativo.
Non è la prima volta che questi composti finiscono nel mirino: studi precedenti avevano già segnalato un possibile legame con diabete di tipo 2, disturbi cardiaci, depressione e infiammazioni intestinali. Ora si aggiunge l’ipotesi di un impatto diretto sulla funzione cognitiva, rendendo più urgente una revisione del loro uso nei prodotti alimentari.
Addio zucchero o addio memoria?
Siamo cresciuti con lo slogan “senza zucchero è meglio”. Ma se a lungo andare il cervello ne paga il prezzo, forse è il caso di riscrivere la ricetta. I ricercatori non invitano a tornare allo zucchero tradizionale, ma suggeriscono di ridurre entrambe le fonti dolci, puntando su alimenti naturali e non processati. L’alternativa? Educare il palato al gusto autentico, meno dolce e più equilibrato. Come ricordano gli autori dello studio, “il cervello si adatta, ma anche si difende: sovrastimolare i suoi circuiti con dolcificanti può generare un effetto opposto a quello desiderato”.
In sintesi: le bibite “light” e gli snack “fit” non sono il nemico da demonizzare, ma un campanello d’allarme. E come spesso accade nella nutrizione moderna, la differenza la fa la quantità. Un bicchiere ogni tanto non farà male, ma trasformarlo in abitudine quotidiana potrebbe costare caro alla memoria.



di Roberto Zonca













