Non solo danni ai polmoni, il covid-19 colpisce anche cuore, reni e cervello

La polmonite è solo l'aspetto più evidente dei casi gravi. Il coronavirus sul corpo umano può provocare una tempesta infiammatoria, che ha come target non solo il polmone ma anche tutta un'altra serie di organi e apparati

Non solo danni ai polmoni, il covid-19 colpisce anche cuore, reni  e cervello
TiscaliNews

"Il Covid19 non attacca soltanto i polmoni ma anche il cuore, i reni e il cervello". E' qiuanto ha affermato a Che Tempo che fa Alberto Zangrillo, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare e Referente Direzionale Aree Cliniche dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. “Quello che stiamo notando da tempo è che la polmonite è solo l'aspetto più evidente dei casi gravi che giungono in terapia intensiva. È una costante, non vi è malato che non ce l'abbia”. Però, prosegue, “nel mio istituto abbiamo eseguito Tac total body a ogni singolo paziente e quello che stiamo vedendo è una tempesta infiammatoria, che ha come target non solo il polmone ma anche tutta un'altra serie di organi e apparati. Soprattutto l'endotelio, la parte interna dei vasi”.

Non solo danni al polmone

Pur essendo un patogeno respiratorio, il coronavirus SARS-CoV-2 può produrre gravi complicazioni che vanno ben oltre i polmoni, coinvolgendo anche reni, cuore, intestino e anche il cervello. A dimostralo ci sono le cartelle cliniche dei pazienti ricoverati negli ospedali di tutto il mondo e anche gli esami necroscopici (autopsie) dei deceduti, nei quali sono stati evidenziati danni acuti a vari organi. Il motivo per il cui il coronavirus SARS-CoV-2 può colpire più organi potrebbe essere legato al fatto che il recettore ACE2 delle cellule umane cui si lega la proteina S (Spike) del patogeno è presente in un gran numero di tessuti. È noto che il virus sfrutta le Spike (o spicole) come un grimaldello per scardinare le difese della parete cellulare e riversarsi al suo interno, dando vita al processo di replicazione e dunque all'infezione vera e propria. Il recettore ACE2 è ben presente nel tratto respiratorio, ma lo si trova in abbondanza nel tratto digerente, sulla superficie del cuore e in molti altri distretti dell'organismo umano. Il virus, una volta diffusosi nel corpo (è stato trovato anche in campioni di feci e sangue), potrebbe avere così accesso a più organi e determinare danni diffusi.

L'impatto multiorgano del Covid-19

La situazione è così seria da aver spinto un gruppo di scienziati britannici a lanciare un appello sull'impatto multiorgano della Covid-19, che a Londra sta determinando non solo una carenza di ventilatori polmonari, tra i dispositivi più preziosi per il contrasto alla patologia, ma anche macchine per la filtrazione del sangue, pompe per la somministrazione dei farmaci e altri ancora. “Su 690 pazienti del Regno Unito ricoverati in terapia intensiva con Covid-19 confermata, il 25 percento aveva bisogno di un supporto cardiovascolare avanzato, il 18,5 percento ha richiesto supporto renale e il 4,5 percento ha ricevuto supporto neurologico”, scrive il Financial Times, che ha visionato una nota redatta dal dottor Daniel Martin, primario del reparto di terapia intensiva legata a gravi malattie infettive presso il Royal Free Hospital.

La "tempesta di citochine" 

Le cardiopatie acute possono derivare da quella che gli immunologi chiamano "tempesta citochinica", un massiccio rilascio di molecole infiammatorie prodotte dal sistema immunitario, fortemente 'impegnato' a lottare contro un'infezione virale. Questa reazione incontrollata, legata a una sovrapproduzione di questi messaggeri chimici prodotti dalla continua attivazione delle cellule immunitarie (linfociti, macrofagi), è pericolosa per la vita in quanto è responsabile di infiammazione generalizzata, instabilità della pressione sanguigna e deterioramento del funzionamento di diversi organi (insufficienza multiviscerale). I pazienti con Covid-19 ricoverati in terapia intensiva hanno dimostrato di avere alti livelli ematici in citochine, tra cui interleuchina e Tnf-alfa. Queste molecole infiammatorie potrebbero portare alla morte dei cardiomiociti, cellule muscolari cardiache.

Il cuore

Recentemente è stato confermato che la sindrome respiratoria acuta grave legata al Sars-CoV-2 può talvolta essere accompagnata da un danno al miocardio. Gli studi hanno valutato il livello ematico di marker cardiaci, sostanze normalmente presenti nel muscolo cardiaco, ma che vengono rilasciate nella circolazione solo se il miocardio è danneggiato o necrotico. Rispetto ai pazienti senza malattie cardiache, quelli che hanno sviluppato questo tipo di lesione erano più anziani (età media 74 anni contro 60 anni). La presenza di una patologia preesistente (ipertensione, diabete, malattia coronarica, insufficienza cardiaca, malattia cerebrovascolare) era più frequente nei pazienti che hanno avuto un coinvolgimento cardiaco. Ma soprattutto, i pazienti con patologie cardiache erano quelli (il 58%) che presentavano un disturbo respiratorio acuto rispetto agli altri (4%). Tra questi, il tasso di mortalità era significativamente più alto (51%) rispetto ai pazienti senza coinvolgimento cardiaco (4,5%). Recenti articoli pubblicati su JAMA Cardiology, come quello dell'Università del Texas, hanno inoltre rilevato miocarditi (infezioni al cuore), vasculiti (ai vasi sanguigni), aritmie, insufficienza cardiaca e altre condizioni all'apparato cardiocircolatorio in pazienti affetti da COVID-19, anche in chi aveva un cuore perfettamente sano prima di restare contagiato. E non è un caso che l'ipertensione e le cardiopatie siano associate a un rischio di mortalità più elevato per i pazienti colpiti dal coronavirus.

I reni

Altri organi fortemente esposti al coronavirus sono i reni, in particolar modo lo sono i tubuli dei nefroni deputati alla filtrazione del sangue, tanto che i pazienti più gravi possono sviluppare un'insufficienza renale acuta potenzialmente fatale. “Nelle autopsie finora condotte, si è visto che un terzo dei pazienti è deceduto a causa di un’insufficienza renale acuta. Sappiamo che l’infezione determina un aumento della microcoagulazione del sangue nei vari organi. Alcune persone potrebbero essere morte perché i reni si sono bloccati proprio a causa di questo evento”, ha spiegato il professor Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale (SIMG).

Fegato e cervello

Meno evidente l'impatto della Covid-19 sul fegato. Benché infatti siano state rilevate delle alterazioni nei livelli delle aminotransferasi e della bilirubina, non è chiaro se il coronavirus riesca a invadere anche questo organo. Per quanto concerne il cervello, il neurologo e neurofarmacologo Luca Steardo dell’Università Sapienza di Roma ha supposto che il SARS-CoV-2 possa essere in grado di invadere anche il Sistema Nervoso Centrale, esattamente come i virus responsabili della SARS e della MERS (che condividono ampia parte del proprio patrimonio genetico col nuovo patogeno). In un paziente cinese ricoverato presso il Ditan Hospital di Pechino sono state identificate tracce del coronavirus nel suo liquido cerebrospinale. L'uomo presentava una riduzione della coscienza, ma la TAC non mostrava danni evidenti. Stato confusionale e danni neurologici sono stati invece osservati in una donna di 50 anni ricoverata a Detroit con coronavirus, come riportato dal New York Times.

Sintomi dermatologici

Molto recentemente, anche le manifestazioni cutanee legate a Covid-19 hanno attirato l'attenzione dei dermatologi. In questo caso di quelli lombardi che, nella fase emergenziale, si sono trovati, come gli altri medici, in prima linea. Le loro osservazioni quotidiane si sono tradotte in uno studio, pubblicato il 26 marzo sulla rivista 'European Academy of Dermatology'. Un articolo anomalo, per questa branca della medicina, perché privo di fotografie, in quanto ai medici era impossibile girare da una stanza all'altra con una macchinetta potenzialmente contaminata dal virus. In totale, degli 88 pazienti studiati, 18 (20%) hanno presentato manifestazioni cutanee: 8 all'inizio della malattia e 10 durante il ricovero. Si trattava di eruzioni cutanee eritematose (arrossamento), orticaria diffusa o addirittura vescicole, lesioni più spesso concentrate sul tronco che guarivano in pochi giorni, non proporzionali alla gravità della malattia, e che assomigliavano più ai sintomi osservati nelle comuni infezioni virali.

Disturbi gastrointestinali

In un report dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS) basato sulle cartelle cliniche di circa mila pazienti deceduti, la diarrea è stata rilevata nel 7 percento dei casi, mentre gli scienziati dell'Istituto di virologia e ricerca sull'HIV dell'Università di Bonn (Germania) guidati dal professor Hendrik Streeck l'hanno evidenziata nel 30 percento dei loro assistiti, tutti cittadini della città di Heisenberg, considerata il principale epicentro dell'epidemia in Germania. Lo stesso team di ricerca ha osservato perdita dell'olfatto (anosmia) e alterazione perdita del senso del gusto (disgeusia), tutte condizioni associate al tratto gastrointestinale, che suggeriscono un'interazione tra il coronavirus SARS-CoV-2 e le cellule dell'apparato digerente (note per essere ricche di ACE2).

Pazienti positivi anche dopo la "guarigione"

Un'altra situazione complessa è quella dei pazienti curati da Covid-19 in cui il virus Sars-CoV-2 continua a essere rilevabile. I radiologi e i biologi dell'ospedale di Hongnan dell'Università di Wuhan hanno riferito il 27 febbraio sul 'Journal of the American Medical Association' (Jama) il caso di 4 pazienti, operatori sanitari, che erano stati esposti al coronavirus. Tutti hanno un test Pcr positivo e gli Rx al torace mostrano immagini polmonari anormali. In questi 4 pazienti la malattia di Covid-19 è da lieve a moderata, dunque viene permesso loro di lasciare l'ospedale dopo che l'équipe medica ha osservato la risoluzione dei sintomi e delle anomalie polmonari, nonché la mancanza di rilevamento dell'Rna virale in due serie di campioni di vie aeree superiori a intervalli di 24 ore. A seconda dei casi, tra 12 e 32 giorni trascorsi tra l'insorgenza dei sintomi e la cura. Non solo: al momento della dimissione dall'ospedale e alla fine della quarantena il test Pcr su campioni respiratori tra il 5 e il 13esimo giorno continuano ad essere positivi. Casi emblematici, questi, che suggeriscono quindi come una piccola percentuale di pazienti curati può ancora essere portatore del coronavirus.