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Nella cannabis sativa un super cannabinoide 33 volte più potente del Thc

Roberto Zoncadi Roberto Zonca   
Nella cannabis sativa un super cannabinoide 33 volte più potente del Thc

Un’equipe di scienziati italiani ha scoperto nella cannabis sativa un super Thc che risulta essere ben trenta volte più potente dell’originale. Aver isolato la molecola, evidenziano gli autori della scoperta, potrebbe rivoluzionare l’utilizzo della cannabis in medicina, aprendo scenari oggi inimmaginabili. La sostanza, stando a quanto ribadito da Giuseppe Cannazza, consulente scientifico dell'OMS e responsabile dell’equipe che ha visto i risultati della propria ricerca pubblicati sulle pagine di Scientific Report (che fa parte del network della rivista Nature), si chiama tetraidrocannabiforolo (Thcp).

Le proprietà della sostanza sono state studiate inizialmente in vitro e poi in vivo, su topi da laboratorio: i risultati sono stati definiti da Cannazza e colleghi “molto promettenti”. Nel caso in cui test sull’uomo dovessero confermare i risultati ottenuti fino a questo momento si apriranno inevitabilmente nuove strade in ambito terapeutico. Oltre al Thcp, gli autori della ricerca hanno isolato un altro cannabinoide, il Cbdp. Anche in questo caso si tratta di una molecola molto interessante, imparentata con il famoso Cbd. “Per questo lavoro abbiamo utilizzato la Fm2, una cannabis prodotta in Italia dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze - racconta Cannazza, considerato nel settore tra i più grandi esperti a livello mondiale - e abbiamo isolato, per la prima volta al mondo, un composto potenzialmente più attivo del Thc. Per quantificare l’attività del Thcp, che è un cosiddetto derivato alchilico a 7 termini, ne abbiamo studiato in vivo l’interazione con i recettori per i cannabinoidi, scoprendo in questo modo che è circa 33 volte più affine a essi rispetto al Thc. Siamo poi passati ai test in vivo, inoculando il composto su topi da laboratorio e osservando che il Thcp è attivo a dosi più basse rispetto al Thc, che se somministrato sotto i 10 millligrammi per chilo di peso non ha alcun effetto”.

Ancora non sappiamo con certezza se e come le proprietà cannabinomimetiche della sostanza possano osservarsi negli esseri umani. È come se si trattasse, per l’appunto, di un Thc potenziato, che potrebbe agire come il Thc ma già a dosi molto più basse. Sull’altro componente isolato si sa invece ancora poco, anche perché non sono ancora conosciuti con esattezza i meccanismi d’azione del suo analogo Cbd. I possibili utilizzi della sostanza isolata sono molteplici.

Il Thcp potrebbe trovare applicazione nella terapia del dolore, per il trattamento dell’ansia, della depressione, per i disturbi da stress post traumatico e dell’epilessia, ma prima si dovranno condurre ricerche e test molto accurati. “Bisogna anzitutto cercare altre varietà di cannabis che producano il Thcp in quantità più significative: la Fm2 - quella che abbiamo studiato noi - ne produce infatti troppo poco perché abbia un qualche effetto terapeutico”. L’equipe di scienziati ha intenzione di continuare la ricerca di ulteriori classi di cannabinoidi sconosciuti: “Le varietà di cannabis sono tantissime - commenta Cannazza -. E potrebbero esserci tante sostanze ancora da scoprire. Abbiamo appena aperto una porta: c’è lavoro per un’intera generazione”.

Sui social network sono tantissimi i colleghi che si complimentano con il chimico Cannazza. Per molti la scoperta gli consentirà di passare alla storia, ed esser ricordato come il professor Raphael Mechoulam, il leggendario scopritore del THC e padre della ricerca sulla cannabis. “Lui - dice il ricercatore, che non sente però di meritare così tante lodi  - è stato il primo a scoprire il THC e il CBD che sono quelli più importanti. Rimane e sarà sempre il maestro e colui che ha dato la svolta”.

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Roberto Zoncadi Roberto Zonca   

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