Biotestamento: l'indagine, solo 3 italiani su 10 pensano a fine vita

Biotestamento: l'indagine, solo 3 italiani su 10 pensano a fine vita
di Adnkronos

Roma, 13 dic. (Adnkronos Salute) - In Italia solo 3 persone su 10 si sono poste concretamente il problema di pianificare il proprio fine vita e meno dell'1% (lo 0,7%) della popolazione ha redatto una Dat, disposizioni anticipate di trattamento. Un dato che in Lombardia sale al 3%. Le più sensibili al tema sono le donne di età compresa fra i 26 e i 40 anni. A tracciare il quadro, a due anni dall’approvazione della legge sulle Dat (dicembre 2017), è la prima ricerca nazionale sulla percezione della popolazione sul testamento biologico diffusa da Vidas, associazione di assistenza sociosanitaria alle persone con malattie inguaribili. Un'indagine realizzata nei mesi di giugno e luglio dalla società di consulenza strategica Focus management su un campione di 1.602 cittadini maggiorenni. Dalla ricerca emerge in particolare che la conoscenza degli italiani della normativa è ancora superficiale, solo il 19% infatti dichiara di essere ben informato mentre il 28% non ne ha mai sentito parlare. Ma gli italiani sono anche mediamente favorevoli al testamento biologico: tra quanti conoscono la legge (72% degli intervistati) e non hanno sottoscritto le Dat si dichiarano convinto il 51,4%, contrario il 27,4% e indeciso e poco informato il 21,3%. I più preparati, e favorevoli, sono cittadini residenti nelle regioni del nord-ovest, atei o agnostici, tra i 26 e i 40 anni e con un livello di istruzione medio-alto. I meno informati vivono al Sud e sono credenti over 70. Misurando il livello di favore a redigere il biotestamento con una scala da 1 a 7, dove 1 è 'assolutamente contrario' e 7 è 'assolutamente favorevole', il valore medio nazionale è 4,5. Le tre regioni più favorevoli sono Basilicata (5,3), Piemonte (4,9) e Lombardia (4,7). Per il 32% il momento perfetto per sottoscrivere le proprie disposizioni è prima possibile, anche in condizioni di perfetta salute, mentre per il 25% è opportuno in caso di grave malattia. Ciononostante la tendenza è quella di posticipare a un tempo non definito la decisione e la sua attuazione. Il biotestamento infatti, pur essendo considerato il mezzo per garantire il diritto a una morte dignitosa (4,8 in una scala da 1 a 7) e per tutelare le volontà della persona (4,8), è ancora circondato dalla paura di possibili abusi e dell’abbandono dei malati (4,1). Il timore principale (4,6) è che possa introdurre nel nostro ordinamento giuridico il diritto alla morte (suicidio assistito ed eutanasia). Secondo gli intervistati, i principali ostacoli alla diffusione del testamento biologico sono legati al tema, inteso sia come argomento che spaventa (25,8%), sia come scelta difficile e personale (37,5). Anche la forte influenza cattolica nel nostro Paese è percepita come un impedimento dal 39,6% delle persone mentre il 23,2% lamenta una scarsa informazione da parte dei media. Chi si è informato lo ha comunque fatto attraverso la televisione (67,8%) e i quotidiani (42,6%). Rispetto alla possibilità di nominare un fiduciario durante la sottoscrizione del biotestamento, cioè una persona che si assume la responsabilità di interpretare le volontà in esso contenute e di prendere decisioni per conto del firmatario qualora non fosse in grado di farlo, dalla ricerca emerge che secondo il 52% degli intervistati la figura più adatta a ricoprire questo ruolo è un familiare, per il 6% è il medico curante. Solo il 14% non ne nominerebbe uno. "A preoccupare non è il numero delle Dat già depositate presso i Comuni, tanto più che la legge garantisce il diritto all’autodeterminazione e non obbliga nessuno alla stesura del documento - spiega Barbara Rizzi, direttore scientifico di Vidas e medico palliativista - ma che troppi Comuni ancora non si siano attrezzati per la loro raccolta. Ancora più preoccupante è la scarsa conoscenza della legge nel mondo sanitario e in particolare tra i medici, da quelli di base fino a quelli di pronto soccorso e agli anestesisti rianimatori. I primi, in quanto medici di fiducia, dovrebbero essere il punto di riferimento di ogni cittadino in materia di salute e quindi anche per la stesura delle Dat. I secondi, in quanto impegnati nella gestione delle emergenze e dei post acuti, dovrebbero chiedersi per primi se il paziente che stanno curando e che non è più in grado di esprimere le proprie volontà, le abbia espresse in anticipo". "La ricerca evidenzia che Fondazioni e associazioni no profit sono gli attori considerati più affidabili per veicolare informazioni sul biotestamento (5,13 su una scala da 1 a 7) - chiarisce Erika Mallarini, associate partner della Focus Management - seguiti da rappresentanti ministeriali (5,01), esperti del mondo sanitario (4,95) e persone non famose (4,89) che raccontano il proprio vissuto personale. La politica è percepita come non affidabile per parlare di una questione puramente personale". "La ricerca - commenta Emilia De Biasi, già senatrice e relatrice della legge sulle Dat nella scorsa legislatura - mette in evidenza il problema della scarsa informazione sulla legge e sulla sua accessibilità. La novità di questi giorni può essere un punto di svolta: la firma da parte del ministro della Salute del decreto di attuazione della banca dati nazionale per la registrazione delle Dat consente finalmente la piena operatività della legge". "La banca dati sarà alimentata con le dat raccolte dai Comuni di residenza, dai notai e dalle Regioni che abbiamo con proprio dato regolamentato la raccolta di copia delle dat. Possiamo guardare al futuro con maggiore serenità se riusciremo a mettere in rete i luoghi istituzionali privati e di volontariato, e se sapremo costruire un’alleanza virtuosa con il mondo dell’informazione. Con un obiettivo su tutti: fare in modo che il cittadino sia consapevole del suo diritto, sappia come esigerlo nella sicurezza che la sua volontà sia rispettata in tutto il territorio nazionale", conclude De Biasi.