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Blocco dell’infiammazione promosso dagli antinfiammatori può portare al dolore cronico

La scoperta è giunta grazie alla ricerca condotta da un’equipe di scienziati della McGill University. I risultati ottenuti potrebbero rivoluzionare le tecniche attualmente adottate per il trattamento del dolore acuto

Roberto Zoncadi R.Z.   
Foto Shutterstock
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L’Italia è uno dei paesi della Comunità europea che vanta - primato infelice - il record nel consumo di farmaci antinfiammatori. Facilmente accessibili, e disponibili oltre che nelle farmacie anche nelle parafarmacie e nei supermercati, questi prodotti vengono considerati dai più come un’ancora di salvezza: l’unico sistema per ottenere un rapido sollievo dal dolore. Ma una ricerca condotta da un’equipe di scienziati della McGill University, e da altri colleghi italiani, potrebbe ora rovinarne la reputazione, trasformandoli da salvatori a “seria minaccia per la salute”.

Secondo i ricercatori, che hanno visto i risultati del proprio studio pubblicati sulle pagine della rivista Science Translational Medicine, i cosiddetti FANS possono avere effetti collaterali paradossali. L’uso eccessivo, infatti, può aumentare il rischio di sviluppare dolore cronico. Per il recupero da un grave infortunio, evidenziano gli esperti, si consiglia di solito il trattamento dell’infiammazione con antinfiammatori che possono tuttavia causare dolore più difficile da trattare. “Abbiamo scoperto che questa soluzione a breve termine potrebbe portare a problemi a lungo termine, spiega Jeffrey Mogil, professore presso il Dipartimento di Psicologia della McGill University ed EP Taylor Chair in Pain Studies.

Le differenze genetiche

I ricercatori si sono accorti che ci sono poi delle differenze sostanziali, a livello genetico, tra i soggetti che migliorano e quelli che non traggono alcun beneficio dai trattamenti tradizionali. “Nell’analizzare i geni delle persone che soffrono di mal di schiena - afferma Luda Diatchenko, professore presso la Facoltà di Medicina, Facoltà di Odontoiatria e Canada Excellence Research Chair in Human Pain Genetics - abbiamo osservato cambiamenti attivi nei geni nel tempo, nelle persone il cui dolore è scomparso. I cambiamenti nelle cellule del sangue e nella loro attività sembravano essere il fattore più importante, specialmente nelle cellule chiamate neutrofili”, un tipo di globuli bianchi specializzato nell’aiutare il corpo a combattere le infezioni e che svolgono un ruolo chiave nella risoluzione del dolore.

L’utilizzo dei FANS interferisce di fatto con l’azione dei neutrofili che dominano le prime fasi dell’infiammazione e hanno l’importante compito di preparare le basi per la riparazione del danno tissutale. “L’infiammazione si verifica per una ragione – sottolinea il professor Mogil, membro dell’Alan Edwards Center for Research on Pain insieme al professor Diatchenko - e sembra pericoloso interferire con essa”.

Il blocco dei neutrofili può prolungare la durata del dolore fino a dieci volte, benché i farmaci inizialmente si sono dimostrati utili. I risultati sono stati confermati da un altro studio condotto su 500mila individui nel Regno Unito: “Coloro che usavano farmaci antinfiammatori per alleviare il dolore avevano maggiori probabilità di soffrire di dolore da due a dieci anni dopo: ma l’effetto non è stato osservato nei soggetti che hanno assunto paracetamolo o antidepressivi”.

Riconsiderare il modo in cui trattiamo il dolore acuto

“Potrebbe essere il momento di riconsiderare il modo in cui trattiamo il dolore acuto – conclude il dottor Massimo Allegri, medico del Policlinico dell’Ospedale di Monza in Italia e dell’Ensemble Hospitalier de la Cote in Svizzera -. Fortunatamente il dolore può essere trattato in altri modi che non implicano l’interferenza con l’infiammazione”. “Questi risultati – aggiunge il professor Diatchenko - dovrebbero essere da stimolo a nuovi studi clinici che confrontano i farmaci antinfiammatori con altri antidolorifici che alleviano dolori ma non interrompono l’infiammazione”.

Riferimenti
Roberto Zoncadi R.Z.   
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