Trovata un’area del cervello immune agli attacchi dell’Alzheimer

Lo studio che potrebbe cambiare la comprensione del morbo e aprire la strada allo sviluppo di nuove strategie per combatterlo

Trovata un’area del cervello immune agli attacchi dell’Alzheimer
di R.Z.

Alcune parti del cervello umano risultano essere in grado di difendersi dagli attacchi dell’Alzheimer. E’ l’incredibile scoperta fatta da un’equipe di ricercatori dell’University of Manchester. Gli esperti, si legge sulle pagine della rivista scientifica Communications Biology, che ha riportato i dati dello studio, hanno notato le straordinarie capacità di autodifesa nel “cervelletto” e ora confidano nel riuscire a sfruttare questa capacità per sviluppare quanto prima delle strategie di lotta efficaci contro il morbo. Il cervelletto, nell’uomo, svolge un ruolo importante nel controllo dei movimenti ma risulta avere anche un ruolo in alcune funzioni cognitive, quali l'attenzione, la memorizzazione e il linguaggio, nonché nella regolazione delle risposte alla paura o al piacere.

Cervelletto è in grado di tener testa all'Alzheimer

Il team ha notato che il cervelletto subisce sì dei cambiamenti a causa del morbo, ma limitati. Il cervelletto, come la corteccia motoria e la corteccia sensoriale, era da tempo sospettato di essere quasi immune agli effetti della malattia, ma nessuno fino ad oggi aveva mai avuto conferma di questo fenomeno, ne aveva compreso il perché. La parte, rivelano i ricercatori, subisce delle alterazioni successive agli attacchi del morbo di Alzheimer, ma le stesse non si riflettono nella corteccia motoria né in quella sensoriale. Sembra insomma che qualcosa di unico stia accadendo nel cervelletto, e questo qualcosa potrebbe aiutare nello sviluppo di trattamenti efficaci contro il morbo.

Armi speciali molto esclusive

"Il cervelletto, che un tempo si riteneva non venisse sfiorato dal morbo - ha spiegato Richard Unwin - mostra una risposta significativa a livello molecolare. Molti dei cambiamenti non sono evidenti in altre regioni, e questo potrebbe implicare che quest’area si protegga attivamente dalle malattie. Non lo sapremo per certo fino a quando non porteremo avanti ulteriori ricerche". Per il momento è soltanto un'ipotesi ma i ricercatori ritengono che il "piccolo cervello" possa disporre di alcune armi speciali molto esclusive. Meccanismi di sopravvivenza insomma, che il resto del cervello non possiede.

Lo studio

Gli scienziati, che sono giunti a tali conclusioni dopo aver esaminato 9 cervelli prelevati da persone decedute, tutte affette da Alzheimer, e altri 9 provenienti da persone morte per altre cause (malattie cardiache, malattie polmonari e cancro), hanno mappato 5.825 tipi di proteine ​​rinvenute in sei diverse regioni del cervello. I dati, disponibili online, sono estremamente preziosi per la ricerca. "Questo database - spiega Unwin - offre un'enorme opportunità ai ricercatori di demenza in tutto il mondo per progredire e seguire nuove aree della biologia e sviluppare nuove terapie. Potrebbe anche aiutare a convalidare le osservazioni osservate nei modelli di malattia animale o cellulare nell'uomo ed è molto eccitante essere in grado di rendere pubblici questi dati in modo che gli scienziati possano accedere e utilizzare queste informazioni vitali".

Il morbo di Alzheimer rimane incurabile

La ricerca ha esaminato da vicino la corteccia entorinale, il giro del cingolo e l'ippocampo, dove si pensa che l'Alzheimer inizi. Sappiamo già che queste regioni del cervello tendono a subire un malcontento dall'Alzheimer. Fu nelle altre regioni in cui fu trovata la sorpresa principale: la corteccia motoria e la corteccia sensoriale rimasero in gran parte intatte, come previsto, ma il cervelletto mostrò un diverso modello di cambiamenti proteici che potrebbero essere protettivi. Allo stato attuale il morbo di Alzheimer rimane incurabile, nonostante i molti recenti progressi. Nell'ultimo anno i ricercatori hanno identificato una speciale immunità, che possiedono soltanto pochissime persone al mondo, e un collegamento potenzialmente cruciale alle malattie gengivali.

Riferimenti