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Il torrente Vanoi, una diga per ucciderne la bellezza. E la risorsa ignorata di un lago “nascosto”

di Italia Libera   
Il torrente Vanoi, una diga per ucciderne la bellezza. E la risorsa ignorata di un lago “nascosto”

L’altra faccia del Pnrr sono l’uso che si fa di quei soldi. Le risorse messe a disposizione dall’Unione europea, sotto forma di prestiti o a fondo perduto, sono un’occasione formidabile e forse irripetibile per mettere in moto l’economia ma anche per mettere in sicurezza il Paese, dall’edilizia scolastica agli interventi per prevenire i disastri del dissesto idrogeologico. Ma contemporaneamente sono finanziamenti su cui si scatenano gli appetiti degli speculatori e le manie di grandezza di amministratori inadeguati. L’eccessivo costo di una diga imponente aveva fin qui salvato il torrente Vanoi, gioiello della natura, dalla volontà di sacrificarlo per produrre energia. Ma ora il “partito del cemento” si rifà vivo con ambizioni devastanti per un ecosistema fluviale che verrebbe profanato definitivamente. In questa intervista ne parliamo con Daniele Gubert, del Comitato per la difesa del torrente Vanoi e delle acque dolci. E leggerete il racconto di una sfacciata e sciagurata minaccia alla bellezza

◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con DANIELE GUBERT

► Sull’arco alpino la “digomania” imperversa, un po’ giustificata dalle scarse precipitazioni di questi anni, un po’ dall’energia rinnovabile che si ricava dall’idroelettrico. Di tutte le nuove opere quella sicuramente più devastante sarebbe quella sul torrente Vanoi, a cavallo tra Veneto e Trentino Alto Adige. Ne parliamo in questa intervista con Daniele Gubert, del Comitato per la difesa del torrente Vanoi e delle acque dolci.

Daniele, innanzitutto perché il torrente Vanoi è importante e quali sono le caratteristiche del territorio che attraversa?

«Il torrente Vanoi nasce tra i selvaggi monti della catena del Lagorai e corre vivace a valle attraversando Canal San Bovo nel Trentino orientale per raggiungere il torrente Cismón al confine con la provincia di Belluno; il corso d’acqua risultante si tuffa quindi nel fiume Brenta in Valsugana, che sfocia infine nel mare Adriatico. Nel primo come nell’ultimo tratto del suo percorso, in Val Cortella, il Vanoi corre libero come un vero torrente alpino, arrivando a spostare capricciosamente il suo letto e plasmando un paesaggio caratterizzato da elevata naturalità e bassissimo carico antropico. È un paradiso per il kayak e per la pesca sportiva, ma ci vuole coraggio ad avventurarvisi a causa della perenne instabilità dei versanti: l’ultima frana si è portata via la strada costruita dall’esercito italiano nella prima guerra mondiale.

Anticamente le valli di Primiero e Vanoi, già distretti minerari austroungarici, erano “giacimenti” di legname per i cantieri navali veneziani, fluitato lungo il Cismón ed il Brenta; dalle nostre montagne scendeva in città anche il giallo botiro, pregiatissimo prodotto caseario dell’alpeggio in quota. Nel secolo scorso il bacino idrografico è stato pesantemente infrastrutturato con dighe, invasi, prese, condotte forzate, centrali idroelettriche… c’era da alimentare la nascente industria di pianura. Poi, sapientemente, la speciale autonomia trentina è riuscita ad ottenere dallo Stato il controllo sulla risorsa idrica, ed oggi i proventi della produzione e della distribuzione di energia rinnovabile ricadono sugli enti locali (ahinoi solo indirettamente sugli abitanti)».

Nonostante la sua rilevanza dal punto di vista ambientale, vi si vuole realizzare una imponente diga. Se ne parla da circa un secolo ma ora è tornata di moda: mi puoi aggiornare? E ti pongo una domanda che è anche una provocazione: è necessaria?

«Il Vanoi si è salvato perché, fin dai primi progetti di sbarramento del 1922, si sono dovuti fare i conti con l’elevato rischio idrogeologico, con le difficoltà di accesso alla gola, con i costi necessari alla realizzazione di una diga a gravità massiccia: ci vuole infatti un enorme blocco di calcestruzzo (alto 116 metri, di almeno 250.000 mc di volume) per reggere un lago lungo chilometri, della superficie di 1,2 Kmq e della capacità di 33 milioni di metri cubi d’acqua, che cancellerebbe in un sol colpo un prezioso ecosistema fluviale. Negli ultimi decenni l’obiettivo dei proponenti, i soci del Consorzio di bonifica Brenta (tra Vicenza, Padova e Treviso), si è spostato sulla tesaurizzazione dell’acqua, identificando il “Serbatoio del Vanoi” come la migliore soluzione (sebbene a casa d’altri) per contrastare i fenomeni siccitosi connessi con il mutamento climatico e l’ipersfruttamento della falda freatica.

Siccome di questi tempi, con il Pnrr, piovono più soldi che acqua, il mito della “grande opera” ha risvegliato non solo la sete di espedienti deresponsabilizzanti, ma anche gli appetiti delle lobby del cemento, che puntano sui “pieni poteri” conferiti alla gestione commissariale dell’emergenza idrica per scavalcare le normative ambientali e le volontà delle popolazioni locali. Il problema politico, di lesa maestà autonomistica, non è trascurabile: la diga poggerebbe per una spalla in territorio veneto, per l’altra in provincia di Trento, ma il lago risultante occuperebbe quasi totalmente il territorio trentino.  La forzatura che la Regione Veneto vuole imporre ai vicini è paradossale: che siano “i più leghisti del re” ad invocare il superiore interesse nazionale quando da decenni invocano per sé le speciali attribuzioni di autogoverno di cui godono le regioni e le province a Statuto speciale, la dice lunga sull’etica politica di arruffapopoli ormai ampiamente disorientati. L’opera, invisa alle genti di montagna di qua e di là del vecchio confine di Pontét-Montecroce, non è affatto necessaria in quanto i risultati da essa attesi possono essere raggiunti in molti altri modi, che purtroppo hanno il difetto di costare molto meno».

— Ecco, la grande opera è “giustificata” come bacino di accumulo per fornire acqua in pianura. Sempre ammesso che si voglia andare in questa direzione (non si pensa mai al risparmio della risorsa e neppure a cambiare il nostro stile di vita), non vi sono alternative?

«L’acqua è un bene comune universale ed un diritto umano essenziale, perché l’accesso ad essa è determinante per la vita delle persone: il risparmio idrico è pertanto un dovere di chiunque assuma consapevolezza del destino collettivo della nostra e delle altre specie che condividono questo pianeta. Gli invasi attuali, realizzati a principale scopo idroelettrico, sono pesantemente interrati a causa delle alluvioni e del trasporto solido dei torrenti: solo sull’asta del torrente Cismón si potrebbero recuperare fino a 15 milioni di metri cubi di capacità dragando ghiaia e limi accumulati in certi casi in pochi decenni di storia dei bacini artificiali.

L’utilizzo della risorsa a fini agricoli è ampiamente ottimizzabile, sia efficientando le reti di distribuzione ed i sistemi di irrigazione, sia perseguendo scelte colturali e tecniche agronomiche più razionali. Si possono realizzare in pianura laghetti più piccoli e dislocati, ma la vera soluzione, già sperimentata e ampiamente sbandierata dal Consorzio di Bonifica Brenta e da Veneto Agricoltura, agenzia veneta per il settore primario, è rappresentata dalle Afi, le Aree Forestali di Infiltrazione. Si tratta di sistemi di ricarica della falda acquifera che scorre sotto la pianura e che poi riaffiora con le risorgive: attraverso scoline poste tra filari alberati, l’acqua viene fatta infiltrare nel terreno, molto permeabile, nelle stagioni di abbondanza, per ritrovarla poi nei periodi di più intensa utilizzazione. Quindi un grande lago naturale esiste già, e ce l’hanno sotto i piedi: si tratta di gestirne intelligentemente l’alimentazione a seguito dell’intensa attività antropica di prelievo. L’estensione delle Afi ad un’area di circa 100 ettari porterebbe a poter facilmente tesaurizzare “qualche decina di milioni di metri cubi d’acqua”». 

— Tu fai parte di un comitato per la difesa del Vanoi, segno che la popolazione locale non vede di buon occhio la diga.

«Il “Comitato per la Difesa del Torrente Vanoi e delle Acque Dolci” nasce nel 1998 con lo scopo di contrastare la coeva iterazione del progetto di Diga del Vanoi: da subito aggrega un ampio fronte di realtà associative trentine e venete, portando ad evidenza le numerose criticità ambientali e sociali connesse con il sacrificio di uno degli ultimi torrenti a corsa libera dell’arco alpino. Si organizzano eventi culturali e feste creative che fanno perno sulla località Bellotti, piccolissimo insediamento semiabbandonato, raggiungibile solo a piedi, abbarbicato sopra quella che sarebbe potuta diventare la sponda destra di un lungo lago. Il progetto viene accantonato e ricade nell’oblio, il Comitato “seppelisce” l’ascia di guerra ed i suoi aderenti si dedicano ad altre azioni di difesa del territorio da opere insensate e dannose (campi da golf, collegamenti funiviari in riserva integrale, raduni motoristici in quota, ennesime centraline idroelettriche, riapertura di discariche, etc.). Oggi, dopo più di 25 anni, veniamo inaspettatamente “richiamati in servizio”, e siamo per fortuna in buona compagnia: di recente sia il Consiglio provinciale di Belluno che quello della Provincia autonoma di Trento all’unanimità si sono espressi chiaramente per un “non luogo a procedere”. Si apre però un nuovo pericoloso contenzioso tra montagna e pianura, con quest’ultima che, forte del suo peso economico e politico, persevera nell’immaginare soluzioni impositive e non cooperative; è invece attraverso una reciproca assunzione di responsabilità rispetto alla fruizione delle risorse naturali, che sono di tutti, che si potranno avvicinare gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Sempreché qualcuno ci creda ancora…».

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