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L’alluvione in Romagna. Una mai finita catena di disastri. E una urgente necessità: prevenire

di Italia Libera   
L’alluvione in Romagna. Una mai finita catena di disastri. E una urgente necessità: prevenire

I primi due miliardi di euro (dei 5 che si ritiene servano) già sono stati stanziati. Per pagare i danni del disastro, per rilanciare l’economia dell’Emilia Romagna piegata da due alluvioni nel giro di pochi giorni, il secondo dagli effetti micidiali. Ma non ci sono solo danni da riparare. Serve prevenire. Opere che permettano di “governare” le sciagure ambientali che in Italia si susseguono costantemente. Questo consentirà di limitare i danni e di salvare vite umane. È per questo utile un viaggio nella storia per ricordare la lunga catena di disastri che ha colpito il Belpaese. Serve scuotersi, e prepararsi all’alluvione – o frana, o terremoto – prossimo venturo. Senza rassegnazione, ma programmando, e facendo tutto il possibile. Prima

L’analisi di ALESSANDRO MARTELLI

ORA OCCORRE TROVARE, ed in gran fretta, tanti soldi per riparare i gravi danni causati dalle recenti alluvioni in Emilia-Romagna. I danni in una prima stima ammonterebbero addirittura a 5 miliardi di euro. Il Governo avrebbe già stanziato i primi due miliardi necessari. Ma gli altri 3 miliardi? C’è da dubitare che, in questa situazione, le nostre Istituzioni possano trovare (almeno rapidamente), quanto necessario. E quindi anche i fondi indispensabili per attuare, finalmente, corrette politiche di prevenzione, sia del rischio idrogeologico che anche degli altri rischi naturali, in particolare di quello sismico (come risulterà evidente dai dati riportati di seguito, il terremoto è la catastrofe naturale che ha causato più vittime, e di gran lunga, in Italia).

Per quanto riguarda il rischio idrogeologico, le recenti alluvioni in Emilia-Romagna non sono state certamente le prime disastrose ad essersi verificate in Italia: infatti, solo l’anno scorso, tra il 15 ed il 16 settembre 2022, se ne erano verificate, di pure devastanti, nelle Marche (pochi, chissà perché, le stanno ricordando in questi giorni). Esse avevano provocato almeno 13 vittime, 50 feriti, 150 sfollati e danni per 2 miliardi di euro. E già solo 2 anni prima, dal 27 al 29 novembre 2020, la Sardegna era stata colpita da intense precipitazioni, soprattutto nel nuorese. In particolare, Bitti fu investita da un’onda di piena del torrente Cuccureddu, fuoriuscito dalla tombatura che corre sotto all’abitatoLe acque, cariche di detriti, invasero le strade della cittadina, causando danni ingentissimi. Morirono 3 persone e vi furono 68 sfollati. Fu a seguito di quest’evento che lanciai, su change.org, la petizione “Che si inizino finalmente ad attuare serie politiche di prevenzione dai rischi naturali!”, che, a tutt’oggi, è stata firmata da 1.001 persone.

Comunque, numerose erano già state le alluvioni calamitose nel secolo scorso. Da ricordare sono quelle verificatesi:

– nel 1910 in Campania, isola di Ischia compresa (150 vittime); – nel 1924, ancora in Campania, in particolare ad Amalfi (61 vittime); – nel 1951 in Calabria, Sardegna e Sicilia (110 vittime) e nel Polesine, tra il Veneto e l’Emilia-Romagna (più di 100 vittime, 180.000 sfollati); – nel 1953 a Reggio Calabria e provincia (101 vittime); – nel 1954 in Campaniala più disastrosa del secolo (303 vittime, oltre 5.000 sfollati ed oltre 45 miliardi di lire di danni); – nel 1966 sia in Toscana (a Firenze), che in altre Regioni del Nord Italia, in particolare in Friuli-Venezia Giulia, in Veneto ed in Trentino – Alto Adige (118 vittime, almeno 78.000 sfollati, circa 1.000 miliardi di lire di danni); – nel 1968 in Piemonte (74 vittime, circa 30 miliardi di lire di danni); – nel 1994 ancora in Piemonte (68 vittime, oltre duemila sfollati, 20.000 miliardi di lire di danni); – nel 1998 a Sarno, Quindici, Siano e Bracigliano, in Campania (160 vittime).

E non sono da dimenticare eventi (anche se non considerabili alluvioni) come la tragedia del Vajont (al confine tra il Friuli – Venezia Giulia ed il  Veneto) nel 1963 (quasi duemila vittime). Inoltre, si abbattono frequentemente sull’Italia anche frane e colate di fango, usualmente dopo piogge particolarmente intense. Riguardo a queste ultime, ricordo quella che devastò Casamicciola, ad Ischia, il 26 novembre 2022, causando 12 vittime. Però, non era certamente la prima volta che ciò accadeva nell’isola. Infatti, complessivamente, negli ultimi 113 anni sono state 42 le vittime di alluvioni e frane in diverse sue zone, a seguito di eventi avvenuti anche negli anni 1910, 1939, 1978, 1983, 1987, 2006, 2009 e 2015.

Ma non è solo Ischia ad essere a rischio frane, in Italia: nel nostro Paese, dal 2006, sono state censite oltre 620.000 frane (le frane che avvengono in Italia sono quasi l’83% di quelle che si verificano in Europa). Dal 1972 al 2021 esse risultano aver causato 1.071 vittime (337 dal 2007 al 2021) e 1.423 feriti (oltre a numerosi sfollati). Le Regioni più colpite sono state la Sicilia, Il Trentino – Alto Adige e la Lombardia.

E i terremoti? Il terremoto violento più antico del quale si hanno notizie in Italia è quello (di magnitudo stimata Ms = 6,5) che colpì l’Italia Centrale nel 217 a.C. Le fonti storiche ne riportano numerosi altri nei secoli successivi, di cui molti di magnitudo pari o superiore. I più antichi di questi si verificarono nella Sabina nel 174 a.C., a Reggio Calabria nel 91 a.C., nel Reatino nel 76 a.C., nello Stretto di Messina nel 361÷363 d.C. (probabilmente seguito da uno tsunami) ed in Sicilia (con epicentro a Creta) nel 365 d.C. (di Ms = 8,0, seguito da uno tsunami).

Fra gli eventi sismici successivi più violenti o che, comunque causarono il maggior numero (stimato) di vittime, talvolta seguiti da tsunami, sono anzitutto da ricordare quelli che avvennero:

– nel 1117 a Verona (Ms = 6,5, 20.000÷30.000 vittime); – nel 1169 nella Sicilia Orientale (Ms = 6,6, seguito da uno tsunami, 10.000÷15.000 vittime); – nel 1349 in Abruzzo, Lazio e Molise (Ms = 6,6, migliaia di vittime); – nel 1456 in Abruzzo, Campania e Molise (Ms = 7,1, 1.500 vittime nella sola Isernia); – nel 1511 in Friuli e Slovenia (Ms = 6,5, 10.000 vittime stimate); – nel 1542 nel Siracusano (Ms = 6,6, decine di vittime); – nel 1627 nel Gargano (Ms = 6,7, seguito da uno tsunami, 4.000 vittime); – nel 1638 nella Calabria Tirrenica (Ms = 7,0, circa 10.000 vittime) e nel Crotonese (Ms = 6,7, almeno 1.000 vittime); – nel 1646 nel Gargano (Ms = 6,6, 132 vittime); – nel 1654 nel Frusinate (Ms = 6,1, ma almeno 3.000 vittime); – nel 1659 in Calabria (Ms = 6,5, almeno 2.000 vittime); – nel 1688 nel Sannio (Ms = 6,7, almeno 5.000 vittime); – nel 1693 nella Val di Noto, in Sicilia (magnitudo stimata massima Ms max = 7,4).

Quest’ultimo evento è il terremoto noto più violento e distruttivo ad aver colpito l’Italia; le sue scosse furono seguite da tsunami; complessivamente, le vittime furono circa 60.000.

Però terremoti assai violenti e/o distruttivi continuarono a colpire l’Italia. Limitandomi a quelli che causarono più di 900 vittime, ricordo gli eventi che avvennero nel:

– 1694 in Irpinia e Lucania (Ms = 6,8, circa 6.000 vittime); – 1703 nell’Italia Centrale (Ms = 6,6, almeno 10.000 vittime); – 1706 nella Maiella (Ms = 6,6, almeno 2.500 vittime); – 1731 nel Foggiano (Ms = 6,3, circa 2.500 vittime); – 1732 in Irpinia (Ms = 6,6, 2.000 vittime); – 1783 in Calabria (eventi di magnitudo stimata massima Ms max = 6,9, seguiti da tsunami, circa 25.000 vittime); – 1805 in Molise (Ms = 6,5, circa 5.000 vittime); – 1851 in Basilicata 1851 (Ms = 6,5, probabilmente 1.000 vittime); – 1857 nuovamente in Basilicata (Ms = 6,9, 11.000÷19.000 vittime); – 1908 a Messina e Reggio Calabria (Ms = 7,1, seguito da tsunami60.000÷80.000 vittime); – 1915 nella Marsica (Ms = 7,0, 30.000÷35.000 vittime); – 1930 nel Vulture e nell’Irpinia (Ms = 6,7, 1.400 vittime); – 1976 in Friuli del 1976 (magnitudo massima Mmax = 6,4, 989 vittime); – 1980 in Irpinia (M = 6,9, 3.000 vittime). Infine, non sono da dimenticare i più recenti terremoti degli anni: – 1997-98 nelle Marche e dell’Umbria (Mmax = 6,0, 11 vittime); – 2002 nel Molise e nella Puglia (Ms = 5,7, 30 vittime, tra le quali 27 bambini ed una maestra uccisi dal crollo della scuola Francesco Jovine, Figg. 4 e 6); – 2009 in Abruzzo (Ms = 5,9, 309 vittime); – 2012 in Emilia (Mmax = 6,0, 27 vittime); – 2016 nell’Italia Centrale (Amatrice e Norcia), gli ultimi terremoti violenti ad aver colpito l’Italia (magnitudo momento massima Mw max = 6,5, 299 vittime).

Infine, circa i rischi naturali dai quali dobbiamo difenderci, occorre non dimenticare le eruzioni vulcaniche. Esse sono eventi più rari, almeno in Italia, di quelli prima citati, ma, pure essi, possono essere catastrofici. Ancor più che prevedere misure adeguate per contenere gli effetti di possibili nuove eruzioni di vulcani come l’Etna e lo Stromboli, ritengo vitale farlo per il Vesuvio, che è caratterizzato da eruzioni di tipo esplosivo: tutti ricorderanno, ad esempio, la sua eruzione del 79 d.C., che portò alla distruzione di Ercolano, Oplontis, Pompei, e Stabia, uccidendo (si stima) duemila persone. Purtroppo, però, non sembra che la localizzazione dell’Ospedale del Mare (il più grande del Napoletano) in quella che, attualmente, è la Zona Rossa del Vesuvio e la realizzazione prevista (almeno pare) di un secondo ospedale in tale zona depongano a favore di un’adeguata attenzione al rischio vulcanico.

Se non ci sono più fondi per la prevenzione (né, ancora una volta, c’è volontà di farla), vuol forse dire che dobbiamo rassegnarci ancora una volta (solo per fare un esempio) all’idea di dover piangere la morte dei nostri figli e nipoti sotto le macerie delle loro scuole, Quando (non “se”!) il prossimo terremoto violento colpirà l’Italia, da qualche parte?

Non è mia intenzione fare terrorismo: se potessi impedire l’accadimento di future catastrofi naturali lo farei; non le auspico certamente, ma, purtroppo, prima o poi, esse accadranno nuovamente e mi pare che, tuttora, si faccia assai poco in termini di prevenzione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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