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Greta Stella: «la resistenza silente dei liguri per riavvicinarsi alla natura, rispettosi e consapevoli»

di Italia Libera   
Greta Stella: «la resistenza silente dei liguri per riavvicinarsi alla natura, rispettosi e...

L’autrice di “Cementum” (il racconto visivo del consumo di suolo e della cementificazione che scorre parallelo a quello delle storie di chi lo custodisce ogni giorno) si sofferma in questa intervista sul salto di coscienza nelle nuove generazioni liguri. «Il senso di superiorità ci ha portato a predare senza alcun contegno la nostra stessa terra, senza capire quanto questa fosse invece vitale alla nostra specie». La “valorizzazione” della natura ha nella Liguria, in negativo, un esempio perfetto, racconta la fotografa freelance di Pietra Ligure, nominata a ventotto anni cavaliere del lavoro dal Presidente Mattarella: «Il suolo qui ha principalmente un valore economico, quello immobiliare. La speculazione edilizia degli anni Sessanta sulle coste liguri ha scambiato terra per palazzi, orti per appartamenti. Una svendita, sotto occhi inconsapevoli e nel pieno del boom economico». Una depredazione sfacciata che esiste ancora: «pensiamo al progetto della miniera di Titanio nel Parco del Beigua», nonostante «la resistenza molto spesso silente, ma efficace, di chi osserva il suolo evolvere lasciandolo libero di respirare»

◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con GRETA STELLA, fotografa 

► Greta Stella, di professione fotografa, nata in Liguria e tornata a vivere in Liguria. Di lei lessi su Vanity Fair un’intervista in cui si parlava di un suo reportage fotografico sul consumo di suolo in Liguria dal titolo “Cementum”. http://www.stellagreta.com/cementum-suolo-perduto-e-terre-resistenti/ Incuriosito, la contattai ed ebbi modo di vedere questo toccante documento. Con Greta condivido l’amarezza per la distruzione di quella bellissima terra ligure che ha dato i natali ad ambedue.

— Tu sei ligure e mi sento di dire che “Cementum” sia nato dal profondo amore che nutri per la tua terra. A fronte del consumo di suolo agricolo tu porti anche l’esempio di chi resiste. Me ne puoi parlare? E ti chiedo: in qualche modo sei speranzosa?

«Quando si parla di problematiche ambientali e di conseguenze sociali è facile essere pessimisti. Oggi la realtà dei fatti ci restituisce un’immagine chiara: il modello che abbiamo creato sessant’anni fa ha fallito e noi continuiamo ad usarlo con grande spirito di onnipotenza. Oggi la cultura dominante in Liguria sembra essere quella votata al guadagno, alla vendita, all’indifferenza, al consumo. La speranza sta nel ricordare che la nostra è una regione discreta, e più discretamente del potere porta avanti da sempre una contro-cultura, di tutela, di uguaglianza, di politiche sociali locali. Già negli anni Sessanta c’era chi pensava diversamente, chi ha sempre creduto che fosse indispensabile conservare il proprio ecosistema. Oggi la consapevolezza è maggiore anche perché è alimentata da problematiche ormai troppo evidenti per essere ignorate: il continuo e sfrenato consumo di suolo, di spazi pubblici e naturali a favore di interessi di pochi. “Cementum” è infatti un racconto visivo del consumo di suolo e della cementificazione che scorre parallelo a quello delle storie di chi lo custodisce ogni giorno. Io li considero guardiani inconsapevoli, capaci di testimoniare una umanità ancorata al proprio suolo e attaccata alle radici di casa, mentre attorno la terra soffoca. È una resistenza molto spesso silente, ma efficace. Quella che osserva il suolo evolvere lasciandolo libero di respirare».

— A seguito del Covid ci fu chi profetizzò che ci sarebbe stato un fenomeno contrario all’urbanesimo: ti sembra che questo fenomeno di avvicinamento alla Natura o di ritorno alla Natura sia in atto?

«Il Covid è stata una grande riflessione di massa e fortunatamente per molti anche una grande presa di coscienza, tardiva forse, ma comunque necessaria. Già negli Ottanta scienziati e naturalisti misero in guardia il mondo dal cambiamento climatico. Furono contraddetti, taciuti, non creduti. Oggi è più semplice informarsi e gli effetti delle nostre azioni sono evidenti a tutti. È necessario riavvicinarsi all’ambiente naturale con un piede diverso: rispettoso e consapevole. Dobbiamo abbandonare l’arroganza che ha contraddistinto il nostro approccio agli spazi naturali negli ultimi decenni. Un senso di superiorità che ci ha portato a predare senza alcun contegno la nostra stessa terra, senza capire quando questa fosse invece vitale alla nostra specie».

— Cosa pensi del termine “valorizzazione” della Natura?

«Se lo interpretiamo come profitto, la Liguria è l’esempio perfetto. Il suolo qui ha principalmente un valore economico, quello immobiliare. La speculazione edilizia degli anni Sessanta sulle coste liguri ha scambiato terra per palazzi, orti per appartamenti. Una svendita, sotto occhi inconsapevoli e nel pieno del boom economico. Oggi questo valore esiste ancora: pensiamo al progetto della miniera di Titanio nel Parco del Beigua. È chiaro a tutti che esistano concezioni diverse della parola “valore”. Il guadagno infatti non si ferma neanche davanti a una magnifica area naturale protetta. È una depredazione sfacciata, ma non è l’unica a preoccuparmi. Prendiamo i pannelli fotovoltaici. Credo che coprire ettari di suolo per produrre energia sia la più grande ipocrisia della nuova economia “green”. Di verde non ha proprio niente. È sempre eccesso di consumo, a discapito della natura. Oltre al suo valore d’uso e al valore culturale, gli ecosistemi naturali hanno soprattutto un valore intrinseco a sé stante, nel quale noi esseri umani siamo coinvolti limitatamente al ruolo di custodi. L’unico modo per valorizzare realmente l’ambiente naturale è tutelare e custodire la biodiversità, ovvero la magnifica varietà degli organismi viventi e dei sistemi ecologici che tengono in vita il nostro pianeta. È una somma di vite diverse che vivono in continua relazione l’una con l’altra, garantendo l’equilibrio alla base delle nostre vite. Serve a ricordarci ogni giorno che siamo parte di un mondo più grande del nostro, di una vita nata più di 3 miliardi di anni fa. Questo è il nostro pianeta ed è ora che comprendiamo veramente come funziona».

— A parte “Cementum”, tu continui a fotografare il consumo, ma anche la salvaguardia.

«Sì, fotografo proprio chi il suolo lo salva ogni giorno coltivandolo con grande rispetto. Sono persone che credono nella terra, che è oggi il bene più prezioso. Nelle prime storie di resistenza che ho raccolto c’è la terra di Paola Cenere, salvata negli anni Sessanta dalla speculazione edilizia. C’è la collina incontaminata di Gabriele Timossi, stretta in mezzo a Begato e Bolzaneto, due dei quartieri più cementificati della città di Genova. E poi c’è Orto Collettivo, progetto di agricoltura sociale che si prende cura di un pezzo della collina di Coronata, proprio davanti ai principali hub logistici della città».

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