Zingaretti sbarca in Parlamento,da lunedì corsa per successione Lazio

Zingaretti sbarca in Parlamento,da lunedì corsa per successione Lazio
di Askanews

Roma, 24 set. (askanews) - Quasi dieci anni al governo di una Regione che mai aveva avuto nella sua storia tanta continuità amministrativa e, ad inizio mandato, non ci avrebbe scommesso nessuno in questo traguardo, neanche il protagonista, Nicola Zingaretti. La Regione Lazio era considerata 'maledetta'. Tanti gli scandali che negli anni hanno animato i corridoi romani di via Cristoforo Colombo. Vite brevi per i governatori di turno, spesso costretti a lasciare l'incarico prima del tempo, schiacciati da questioni personali e non.Dopo la vicenda di Piero Marrazzo e le disavventure della giunta di Renata Polverini, la Regione faceva 'paura' a molti, se non altro per pura scaramanzia, il classico detto 'Non c'è due senza tre...'. E nel 2013 la prova di coraggio per il centrosinistra tocca a Nicola Zingaretti, fino ad allora presidente della Provincia di Roma. Nelle elezioni di febbraio batte gli avversari, tra loro Francesco Storace con il centrodestra, e lascia Palazzo Valentini direzione il Palazzo della Regione.Da allora l'esponente del Pd mantiene saldo il comando e colleziona due mandati consecutivi in un territorio difficile, in equilibrio precario sul fronte della sanità commissariata e appesantita da un debito miliardario, un territorio costretto in una crisi sistemica per la gestione dei rifiuti con Roma prigioniera della più grande discarica d'Europa, Malagrotta.Scherzando, ma fino a un certo punto, il presidente Zingaretti con un filo di scaramanzia ha sempre sottolineato questo suo personale record di durata al quale le elezioni politiche di domani potrebbero mettere un punto, considerato anche che dopo due mandati consecutivi nel Lazio non è possibile ricandidarsi. Il governatore è in corsa infatti per la Camera dei deputati, nel collegio plurinominale Lazio 1 come capolista del Partito democratico - Italia Democratica e Progressista, un territorio generalmente favorevole all'elettorato della sua area. Per la campagna elettorale Nicola Zingaretti ha girato la sua Regione in lungo e largo, in un tour nel corso del quale ha evitato di sovrapporre il ruolo di presidente a quello di candidato, una campagna 'pancia a terra' come ama sottolineare, vicino alle persone per portare proposte e ascoltare il territorio.Un entusiasmo ritrovato per il governatore che dopo tanti anni da amministratore guarda ad un ritorno alla politica pura che aveva riassaporato nel periodo che lo ha visto a capo della segreteria del Partito democratico. Due anni al vertice del Pd, dal marzo del 2019 al marzo del 2021. Due anni intensi attraversati dal maledetto 2020 del covid, con in testa il chiodo fisso di una piattaforma socialdemocratica e l'obiettivo di abbandonare le politiche liberali e centriste di Matteo Renzi, spostando il Pd più a sinistra, nel segno della giustizia sociale e della lotta alle disuguaglianze economiche. Due anni che Zingaretti chiude con un colpo di scena: l'annuncio delle dimissioni a sorpresa su Facebook.La storia dei segretari del Pd si ripete uguale a se stessa anche per lui e il suo destino ricalca quanto accaduto ai suoi predecessori. Contestazioni, lotte interne tra correnti, tensioni che lo portano allo strappo via social che anticipa il benservito da via Sant'Andrea delle Fratte. Tra i motivi delle tensioni interne al partito molti osservatori indicano i malumori per l'alleanza con il Movimento 5 Stelle. Nicola Zingaretti crede profondamente in questo progetto tanto da sperimentarlo nel Lazio.Nel marzo dello scorso anno avvia un rimpasto nella sua giunta regionale aprendo le porte a Roberta Lombardi, sua avversaria M5S alla corsa alla regione nel 2018, e a Valentina Corrado anche lei dei 5 Stelle. Alla prima affida le deleghe alla transizione ecologica, alla seconda il turismo. E' una collaborazione che si fonda su un programma e, da allora, Zingaretti la difende e la propone a tutti, anche all'attuale segretario del Pd Enrico Letta, come un modello che può funzionare e funziona se portato alla pratica. Un modello malvisto da molti nel Pd, un 'errore' di visione per Zingaretti che nei giorni scorsi si è tolto qualche sassolino dalla scarpa: ha sbagliato chi ha picconato tutti i tentativi fatti per costruire l'alleanza con i 5 Stelle, dal 26 settembre vedremo - ha tuonato. E dal 26 settembre il possibile passaggio alla Camera dei deputati del governatore, l'unico presidente di Regione candidato alle elezioni di domani, apre nuovi scenari in via Cristoforo Colombo. Qualora eletto Zingaretti, una volta accettato il nuovo incarico, dovrà dimettersi dalla carica che ricopre, lasciando così il passo provvisoriamente al suo vicepresidente Daniele Leodori. Da quel momento, entro 90 giorni, i laziali dovranno tornare alle urne e le ipotesi che vengono dalla Regione indicano come data possibile gennaio o, al massimo, febbraio del 2023.Il tempo in queste giornate pre-elettorali sembra essere sospeso nella sede della regione e in quella del consiglio regionale alla Pisana. Quasi 10 anni di governo del centrosinistra si fanno sentire e peseranno nei prossimi mesi, certo è che i risultati che le urne restituiranno, i vincitori e i vinti, contando anche gli astenuti, offriranno un quadro più chiaro ai partiti per ora distratti dalle vicende nazionali. Il Lazio è sempre stato un territorio contendibile dalla sinistra e dalla destra e, secondo la logica dell'alternanza che ha spesso caratterizzato le elezioni a livello locale e il pensiero va al cambio al vertice del Campidoglio tra Walter Veltroni e Gianni Alemanno, è verosimile che possa accadere lo stesso in Regione il prossimo anno. Il centrosinistra intanto attende.Nei mesi scorsi quando la crisi del governo di Mario Draghi non era all'orizzonte, Daniele Leodori attuale vicepresidente della regione Lazio e assessore al bilancio, si era detto disponibile per battersi alle primarie per individuare il candidato del Pd. Qualche giorno dopo fa lo stesso l'assessore alla sanità Alessio D'Amato protagonista assoluto dal 2020 sulla scena della lotta al covid. Due candidature che hanno spaccato, questi i rumors, il già dilaniato Pd che, sia a Roma che nel Lazio, sta attraversa da tempo non poche divisioni.La vicenda che ha visto protagonista Albino Ruberti, ex capo di gabinetto di Zingaretti e del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, fa sospettare che nel Pd il clima sia molto caldo ma, per ora, non incandescente, una attesa per la resa dei conti, anche se ad oggi in pochi scommettono sullo strumento delle primarie. Vedremo se nei prossimi giorni tra i papabili candidati per il centrosinistra circolerà ancora il nome di Enrico Gasbarra, evocato ad ogni elezione, possibile candidato buono per tutte le stagioni. Da quel che si dice nei corridoi regionali l'ex presidente della Provincia di Roma proprio non intenderebbe cimentarsi nella sfida. Se a sinistra regnano l'incertezza e il timore di non farcela a tenere la Regione, a destra si aspetta e si è convinti di potercela fare ad arrivare alla poltrona di governatore.I numeri del voto potranno fornire indicazioni su quale partito tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia, andrà ad indicare un candidato nel Lazio, anche se dal partito di Giorgia Meloni si rivendica il diritto alla scelta vista la vittoria attesa per domani e il passaggio di testimone in Sicilia tra Nello Musumeci di FdI e il Renato Schifani (Fi). Francesco Lollobrigida per FdI è tra i nomi che circolano insistentemente. Conosce bene la regione dove è stato assessore alla mobilità e ai trasporti nella giunta di Renata Polverini. Un altro evergreen tra i candidabili è Maurizio Gasparri di Forza Italia. Da anni, come Gasbarra per il Pd, viene puntualmente indicato come possibile candidato alle regionali poi però, come ha ironizzato lui stesso in varie occasioni, scelgono sempre qualcun altro. Il filo rosso che lega i due schieramenti è la dead line di domani. Da lunedì il quadro sarà più chiaro e si comincerà a studiare la strategia per la poltrona di governatore del Lazio, assicurano dal centrosinistra e dal centrodestra.