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Lo sfregio di Bagnoli: 30 anni per (non) demolire la colmata di cemento e loppa. Milioni di euro sprecati 

di Italia Libera   
Lo sfregio di Bagnoli: 30 anni per (non) demolire la colmata di cemento e loppa. Milioni di euro...

Per risanare un tratto di mare celebre per le cure termali, devastato da un secolo di produzione dell’acciaio dell’Ilva e dell’Italsider (gli antichi romani lo chiamavano non a caso Balneolum), nel 1996 fu approvata una legge dello Stato. Si doveva restituire l’area alla sua vocazione originaria, ripristinando la sola spiaggia a disposizione dei cittadini napoletani. L’ultimo decreto legge del 7 maggio scorso ha deciso invece di buttare a mare un altro miliardo e 200 milioni di euro di denaro pubblico per lasciare in piedi la colmata di cemento e di rifiuti industriali. Un giro di soldi e di malagestione (per la Corte dei Conti sono stati spesi 900 milioni al 2020) che ha coinvolto tutte le amministrazioni locali di centrosinistra e di centrodestra e l’intera classe dirigente partenopea. La parola fine sulla possibilità di rimuovere la colmata, quindi del recupero del sito ai suoi originari valori culturali e paesaggistici, è stata scritta con il decreto Meloni che ha abrogato la parte della legge su Bagnoli del 1996 per la ricostituzione della morfologia naturale della costa. Nessuna forza politica di opposizione ha ancora fiatato

◆ L’analisi di CARLO IANNELLO

► La vicenda relativa alla colmata di Bagnoli (un manufatto di 20 ettari che sfregia orribilmente il golfo di Napoli tra Nisida e Bacoli) è paradigmatica. Essa spiega chiaramente il motivo del mai avvenuto recupero dell’ex area industriale dell’Italsider di Bagnoli, per il quale governo, regione e comune sembrano lavorare da 30 anni, con un solo tangibile risultato: un enorme spreco di danaro pubblico. L’ultima tappa di questa vicenda è un decreto legge del 7 maggio scorso, che oltre a stanziare un miliardo e 200 milioni per l’area, è intervenuto pure sulla destinazione paesaggistica ed urbanistica del sito. Una breve ricostruzione della storia di Bagnoli è utile alla sua comprensione. 

Quando l’industria siderurgica si insediò, ad inizio Novecento, Bagnoli era una periferia non abitata di Napoli, celebre per le cure termali e i bagni di mare. Dopo la Seconda guerra mondiale, interi quartieri residenziali circondarono lo stabilimento industriale, impedendo ad esso ogni possibilità di espansione a terra. Fu così che, all’inizio degli anni Sessanta, per ampliare la fabbrica venne realizzato un manufatto di 20 ettari a mare, occupando metà della storica spiaggia termale, utilizzando gli scarti della produzione dell’acciaio. Dopo la chiusura dell’Italsider, una legge dello Stato del 1996 ne impose la rimozione (assieme alla bonifica dei suoli, posti a carico dell’Ilva, cioè dell’inquinatore). L’idea era quella di restituire l’area alla sua vocazione originaria, ripristinando la sola spiaggia a disposizione dei cittadini napoletani. Un’idea anticipata dalla pianificazione urbanistica comunale e sposata poi dal ministero dei Beni culturali, che vincolò il sito, nonostante lo stato di degrado in cui versava, proprio per imporre il recupero dei valori culturali perduti, primo fra tutti, la ricostituzione della spiaggia. 

Dall’entrata in vigore della legge del 1996, tuttavia, tutti gli schieramenti politici (e la classe dirigente nel suo complesso) hanno agito con pervicacia per non applicare la legge. Una storia che dura da 30 anni. Gli stessi amministratori che avevano scritto il piano urbanistico si sono subito dopo adoperati per stravolgerlo. Furono, infatti, comune, regione e governo, nel novembre 2003, a firmare un accordo di programma per scavare un porto immenso all’interno della colmata. Un accordo salutato dal favore generale dell’opinione pubblica, nazionale e napoletana, entusiasta per l’ennesima grande occasione che era alle porte: la possibilità di ospitare la coppa America a Bagnoli. Si opposero solo alcuni intellettuali (da Piero Craveri a Edo Ronchi, da Alda Croce a Vezio De Lucia), come sempre inascoltati. L’accordo fu firmato e la città seguì con trepidazione la scelta della sede. Alla fine furono gli stessi organizzatori dell’evento a far decadere l’accordo di programma perché scelsero come sede Valencia. La storia, come si sa, si ripete e, dopo essere stata proposta come luogo per svolgervi un altro grande evento, il Forum delle culture, da utilizzare come terrazza a mare, la colmata nel 2011 fu nuovamente proposta come sede per la coppa America.

Ogni pretesto per legittimare la permanenza degli scarti industriali di cui si compone la colmata è stato colto. Inoltre, tutti coloro che hanno avuto responsabilità nella gestione del sito (dalla Bagnoli Spa, società dello Stato, a Bagnoli Futura, società del comune, fino al commissariamento del governo, iniziato il 2014), hanno sempre incredibilmente considerato la rimozione della colmata (cioè l’unica possibilità per restituire la spiaggia ai cittadini) un’opera irrealizzabile nonostante fosse prevista dalla legge. Il paradosso è che la cosa prioritaria da fare è stata considerata una follia, mentre è stata data precedenza ad innumerevoli opere che si sono risolte in un inutile spreco di danaro pubblico. Un parco sportivo con misure non regolamentari dei campi, una ‘porta del parco’ (struttura di un ettaro di cemento armato) senza che alcun reale parco alberato sia mai stato realizzato, bonifiche non-bonifiche per cui occorre ancora farne altre, quando una messa in sicurezza del sito sarebbe stata veloce ed economica. Non si capisce, poi, perché la messa in sicurezza sia idonea (ed economica) per la colmata (dovendo restare se ne ipotizza, infatti, la sua messa in sicurezza), ma non sia altrettanto idonea ed economica per i suoli, nonostante le fonti di inquinamento siano le medesime. 

Da ultimo, per difendere la permanenza della colmata, si è sfiorato il paradosso. Si è richiamato il pericolo che Bagnoli potrebbe essere invasa dalle acque a causa del cambiamento climatico. Per gli altri 7999 chilometri di costa italiana si prevede forse una diga? Una motivazione non meno criticabile di quella ricorrente: gli altissimi costi della rimozione (stimati inverosimilmente sempre al rialzo: in 42 milioni nel 1998, per un ampliamento del Porto di Napoli; circa 200 nel 2007 per ampliare il porto di Piombino; circa 600 ultimamente, secondo notizie giornalistiche). Quando, in realtà, la sua rimozione sarebbe un’opportunità economico-gestionale per la miglior realizzazione dell’intera trasformazione urbana, non solo dal punto di vista urbanistico, paesaggistico ed ambientale. La colmata è composta da pietre (le loppe di altoforno) ed è per due terzi pulita e per un terzo inquinata dei medesimi inquinanti dell’area (Ipa e Pcb). Le parti pulite potrebbero essere usate per le opere previste a terra, come quelle contaminate, dopo essere state pulite. Così farebbe qualsiasi ragionevole proprietario dell’area: userebbe il materiale di cui dispone per nuove opere, piuttosto che acquistarlo sul mercato. Se la bonifica a terra si deve realizzare attraverso il soil washing, cioè pulizia dei terreni e la loro risistemazione nel sito, non si comprende perché lo stesso non si possa fare per la colmata, riusandone (in modo economico e sostenibile) i materiali per le opere previste nel sito. Nessuno ha mai risposto a questo argomento, nonostante sia stato sollevato da autorevoli professionisti di fama internazionale.

La parola fine sulla possibilità della rimozione della colmata, quindi del recupero del sito ai suoi originari valori culturali, è stata scritta dal decreto del 7 maggio 2024 che ha abrogato la parte della legge su Bagnoli del 1996 che prevedeva la ricostituzione della morfologia naturale della costa. Unica scelta del governo Meloni, per il resto costantemente sotto attacco, che nessuna forza politica di sinistra ha osato criticare. Nemmeno i sedicenti ambientalisti. Su questa scelta del decreto sono intervenuti solo alcuni intellettuali, associazioni e comitati (Italia Nostra, Wwf, Assise di Palazzo Marigliano, Mirella Barracco, Antonella Caroli, Marta Herling, Tomaso Montanari, Vezio De Lucia, Fulco Pratesi, Gianfranco Amendola e tanti altri) che hanno sottoscritto un appello perché l’obbligo di rimozione della colmata non venga definitivamente cancellato dal Parlamento. 

L’unico modo per dare un futuro realistico a Bagnoli è, infatti, quello di restituire l’intera zona alla sua vocazione originaria, cioè quella delle cure termali e dei bagni di mare. Da qui deriva il suo nome antico, Balneolum. La colmata è una permanente testimonianza che la ferita più grave inferta dall’industria metallurgica al paesaggio, all’ambiente, alla cultura e alla storia, è ancora lì. Come se la fabbrica non fosse mai andata via. Una classe dirigente lungimirante avrebbe immediatamente recuperato la balneazione e il termalismo, ancora attivo, e creato un grande parco urbano. Bagnoli non può avere una vocazione residenziale anche perché si trova in piena zona rossa della caldera dei campi flegrei. L’unica scelta urbanistica sensata, ancora più attuale oggi di quanto non lo fosse nel 1996, sarebbe proprio quella di creare un parco idrotermale, compatibile con la “giustizia climatica”, predicata anche dalla recente proposta di pianificazione urbanistica comunale. 

A Bagnoli abbiamo assistito a un paradossale immobilismo in nome del fare: si è speso tanto per fare molte cose inutili e la situazione è sempre la stessa (salvo che per l’erario) da 30 anni. Un’area interdetta non solo alla fruizione, ma persino alla vista dei cittadini, perché circondata da un muro. Come se fosse sequestrata. Speriamo che il Parlamento nazionale e il Consiglio comunale di Napoli pongano rimedio a questo perdurante gravissimo errore. Finché non si rimuoverà la colmata la dismissione della fabbrica non solo non potrà dirsi completata ma la sua più mortificante testimonianza, rappresentata da una massa di rifiuti industriali non rimossi, ci ricorderà il degrado culturale in cui versiamo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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