[Il caso] Pd, si scrive Sì ma significa “libertà di voto”. Due votazioni distinte per blindare il segretario. In attesa delle urne

Cinque ore di Direzione diradano un po’ le tensioni dentro il Pd. L’escamotage della doppia votazione è stata la scelta vincente per non zavorrare il segretario alla battaglia sul referendum. Due messaggi per gli alleati 5 Stelle

[Il caso] Pd, si scrive Sì ma significa “libertà di voto”. Due votazioni distinte per blindare il segretario. In attesa delle urne

Cinque ore di discussione bella e appassionata. Ma inutile. Dove poco o nulla è quello che sembra. Passa la linea del Si, via libera al taglio dei parlamentari, i motivi e il progetto di una nuova stagione di riforme. Ma il partito resta diviso, confuso, e soprattutto in attesa di capire cosa succederà il 20-21 settembre. Data a cui sono rinviati tutti i chiarimenti politici di una legislatura che arranca da due anni e di un governo che nell’ultimo mese è tornato pericolosamente sul precipizio.

Un trucco, due voti

Come prevedibile, il segretario dem tiene unita la Direzione del Pd  riunita ieri in remoto dalle 12 alle 17 con un piccolo trucco di palazzo: due votazioni separate, una sulla relazione del segretario e una sul referendum. Il modo più elegante, anche se un po’ tardivo, per non zavorrare Zingaretti alla partita referendaria dove in caso di vittoria del Sì ci sarà un solo vincitore, Luigi di Maio e non certo il segretario dem. Il doppio voto ieri è stato anche un via libera nei fatti alla libertà di voto nelle urne a tanti compagni di strada seppure ufficialmente il partito è schierato per il Sì.  Ma l’ultimo mese è stato nefasto per il segretario dem: ha politicizzato e polarizzato l’attenzione sul referendum con quel grido “chi vota No mette in pericolo il governo e il Pd”; ha messo in guardia dal “rischio democratico” se con il taglio dei parlamentari non ci sarà almeno la riforma della legge elettorale e gli altri correttivi costituzionali. Insomma, ha  blindato se stesso e il governo fino a rinnegare quando detto nelle ultime settimane circa il referendum e l’emergenza democratica. E ha provato a rilanciare l’azione di governo.

Con alcuni distinguo importanti: “Al governo ci stiamo finchè fa cose utili”; “la vittoria del No creerà problemi ma non farà cadere il governo”.  Ma cinque ore di discussione non spostano di una virgola negli umori più profondi del partito dove il Fronte del No sta alzando la testa, si organizza, andrà in piazza (sabato 12). Umori che una deputata Pd che siede in Direzione e si dichiara franceschiniana sintetizza così: “Quello che accade oggi non conta molto. Oggi qui tutti diremo Sì ma poi nell’urna faremo come vogliamo. E molto di noi voteranno No”. Il voto sulla relazione del segretario è stato un plebiscito: 218 Sì su 219 votanti. L’ordine del giorno sul Referendum ha mostrato le crepe ma ha nascosto le fratture: 188 favorevoli, 18 contrati e 8 astenuti. Il doppio voto ha addolcito la situazione, evitato numeri ben peggiori. Una sorta di libertà di voto. 

I due temi

Zingaretti ha convocato la Direzione del Pd con due punti sostanziali all’ordine del giorno: dare la linea in vista del Referendum e suonare la carica per le regionali visto che domenica Salvini ha annunciato il “7 a zero” per il centrodestra. Tra i due, è stato più convincente sul  secondo punto. “No al governo a tutti i costi. Noi ci stiamo solo se fa cose utili” ha chiarito il segretario lanciando una sorta di ultimatum a Conte e ai 5 Stelle sulle partite economiche (“prendere subito il Mes”) e sui progetti del Recovery Fund: “Abbiamo davanti a noi giornate cruciali, servono concretezza e realismo. Le nostre scelte peseranno sull'avvenire delle nuove generazioni”. Fare presto e fare bene. Vietato sbagliare. Poi è arrivato il messaggio che più conta nelle prossime settimane, il più amaro dopo il ceffone  dei 5 Stelle che si sono fatti liste per conto proprio in Puglia e nelle Marche. “Gli elettori pensino al voto utile, votare altri al di fuori del Pd significa disperdere risorse preziose” ha chiarito il segretario.

L’avviso ai  5 Stelle e a Conte

Sono giorni che il Nazareno manda segnali di insofferenza e fastidio a palazzo Chigi. Almeno dal 20 agosto quando le liste delle regionali si sono chiuse senza quelle alleanze “sul territorio” che avrebbero potuto chiudere la partita delle regionali confermando il 4-2 attuale (quattro regioni al centrosinistra e due al centrodestra). Le tre giorni di Di Maio in Puglia in piazza con la candidata Laricchia proprio lui che aveva caldeggiato - o fatto finta? - l'accordo locale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Persino Goffredo Bettini, sponsor del governo giallorosso  nonché l'uomo che più di tutti sussurra alle orecchie del segretario, si è arrabbiato. Il ritorno sulla scena del presidente Conte non ha diradato la nebbia. Anzi. L'affermazione  “il voto delle regionali non condizionerà il governo che ha sfide importanti davanti” è suonata soprattutto come una blindatura della propria leadership. Per mettere a tacere “illazioni” e “retroscena”, Conte ha aggiornato il programma e stasera sarà ospite d'onore alla Festa dell'Unità di Modena. Ha rivisto la missione a Beirut e alle 20.30 sarà sul palco. Vedremo l'effetto che farà al popolo del Pd dopo che il premier ha liquidato Draghi come “stanco, meglio non tirarlo per la giacchetta” e aver “ricandidato il Capo dello Stato ad un secondo mandato”. Vedremo se risponderà, finalmente, sul Mes e sulle altre urgenze economiche.

Il Referendum e la nuova stagione di riforme

La parte dedicata al referendum ha avuto un chiarimento necessario - “la vittoria del No potrà creare problemi ma non farà cadere il governo” - anche se contraddittorio con quanto detto dallo stesso Zingaretti un mese fa. E un sottinteso importate: “Ognuno faccia poi come meglio crede”. La modalità streaming di sicuro ha aiutato molto per stemperare e sdrammatizzare. Aver diviso il tema del gradimento al segretario da quello se votare Sì o No, ha fatto il resto e spiega l’ampia tenuta anche nei numeri (188 favorevoli, 13 contrari, 8 astenuti).

Zingaretti ha cercato il salvataggio in corner rispetto al crescente Fronte del No (che sabato si troverà in piazza) spiegando che il “Si non c'entra nulla con il risparmio” argomento caro a Di Maio, alfiere del Si,  vieppiu populista e fasullo, bensì  “è il primo step di un percorso di riforme più ampio”. Ha annunciato che saranno chieste “le firme per il superamento del bicameralismo perfetto” secondo la proposta di Luciano Violante di un “bicameralismo differenziato”. Dunque il referendum come primo step di una nuova stagione di riforme condotta a piccoli passi, uno dopo l’altro e che va avviata ad ogni costo visto che se ne parla da trent’anni. È la linea concordata con Dario Franceschini (“il Si deve essere il punto di partenza di una nuova stagione di riforme che deve avvenire in collaborazione con le opposizioni”) che ha tenuto nella forma ma non ha convinto visto che il taglio dei parlamentari è qualcosa che accade senz’altro e adesso se vince il Sì. Tutto il resto è un progetto di cui non si è parlato molto finora e i cui primi passi (dl Fornaro con i correttivi costituzionali e legge elettorale) sono come minimo incerti.

Quelli che insistono sul No

E’ stato fondamentale e decisivo per l’esito della Direzione il fatto che Zingaretti non abbia mai voluto dare l’impressione di voler militarizzare il voto. Farne una questione di principio. Non è questo, del resto, lo stile dell’uomo. Detto ciò spiegazioni, distinguo e progetti di riforme non sono stati sufficienti a ricompattare il partito. Big di peso come Zanda, Damiano, Nannicini, Cuperlo hanno confermato e motivato il loro No. Pur riconoscendo le ragioni del Sì in loro prevale la preoccupazione sulle conseguenze che un taglio dei parlamentari non accompagnato da correttivi istituzionali potrebbero avere sul tessuto democratico.

Il senatore Verducci, area Orfini, la più critica e severa, ha parlato chiaro. “Questo taglio favorirà  la destra che ha pulsioni illiberali e autoritarie in Italia e ovunque. Per rispetto della comunità del Pd intervengo a questa direzione, ma non parteciperò al voto finale perché questo organismo è svuotato di senso dopo che il Sì ufficiale è già stato annunciato a mezzo stampa e tv, nonostante il patto di un anno fa sia carta straccia visto che la legge elettorale è in alto mare”. Politicamente il giudizio è ancora più duro: “Si affronta questo taglio con un tatticismo esasperato pur di blindare l'alleanza strategica coi 5S, mentre invece questo voto  è uno spartiacque fondamentale che riguarda la nostra identità e cultura politica, il nostro rapporto con la società.  Qualunquismo e antipolitica sono nostri nemici mortali”.

Il Sì di Bonaccini e l’attesa del 21 settembre

I numeri  delle due votazioni hanno rasserenato il Nazareno. Il Sì di Bonaccini, il nome più speso per la successione a Zingaretti, è stato un ottimo cerotto su una ferita importante. Detto ciò, a nessuno è sfuggito che il governatore dell’Emilia Romagna sia un tour in Toscana col suo libro. E per supportare i candidati Pd. A cominciare da Giani in Toscana.  Zingaretti si è detto “molto soddisfatto per la bella discussione”. Il suo staff  parla di “trionfo”.  In realtà è tutto rinviato. Al pomeriggio del 21 settembre. Al verdetto delle urne.