A palazzo Chigi la war room per gestire la guerra del gas. Guai se il flusso dalla Russia chiude entro aprile

Ogni mese riusciamo a mettere via due miliardi e mezzo di mc. Più avanti si va e meglio è. Lo scenario fosco è solo per il ’22. Poi tutto migliora. Ieri via libera al decreto che blocca termostati ( a 19°) e condizionatori (a 27°). Gia così potremo risparmiare 3miliardi di metri cubi

Foto Ansa
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Sulla guerra del gas ci sono una serie di piccole buone notizie in un quadro assai complesso dove, spiega una fonte di governo, “se per caso la Russia dovesse chiedere il flusso nel mese di aprile il sistema Paese andrebbe in seria difficoltà”. Ogni settimana in più che passa, invece miglioriamo le nostre riserve e il nostro stoccaggio. Partiamo dalle  piccole buone notizie. Intanto il governo ieri sera ha portato a casa una fiducia di 422 deputati e solo 50 contrari. Praticamente l’unanimità dei presenti. Alla Camera si votava il decreto energia con 5 miliardi per famiglie e imprese, i primi interventi del governo per calmierare i prezzi del gas, incentivi per le aziende energivore, il prelievo di circa 5 miliardi dagli extraprofitti delle aziende del settore. E questa è una buona notizia per un governo che una certa narrazione descrive traballante. Quasi cadente.

Gli stoccaggi si riempiono

La seconda buona notizia arriva direttamente dalla “borsa” dove viene trattato il gas. Ieri nell’asta di Stogit, la società controllata da Snam per lo stoccaggio del gas, sono stati assegnati 938,5 milioni di metri cubi di gas su circa 6 offerti. Si tratta della prima asta con gli incentivi agli operatori introdotti dal governo col decreto del primo aprile. Le aste si ripetono ogni settimana e al momento,, incluse le gare precedenti, sono stati già conferiti 2,8 miliardi di metri cubi su 12 offerti. Sono numeri che al grande pubblico dicono poco. Basti però sapere che nelle settimane precedenti le aste erano andate deserte per via dell’altalena dei prezzi. Il nostro fabbisogno annuale oscilla tra i 70 e i 75 miliardi di metri cubi. E ogni mese per noi è fondamentale mettere via almeno due miliardi di mc di gas.

La terza buona notizia è che tanto Arera, l’autorità di controllo per l’energia e le reti, quanto Mr Prezzi (l’Aurotirità di controllo sui prezzi), hanno iniziato a lavorare a pieno ritmo. Per impedire agli speculatori di andare a nozze in tempi come questi. Cosa che invece sta accendendo almeno dallo scorso autunno. Quando delle guerra non c’era traccia. Il monitoraggio nella formazione del prezzo di gas e luce è fondamentale.

“Un tetto italiano al prezzo del gas”

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha detto più volte che “ci sono contratti pluriennali a prezzi molto bassi” da cui nascono extra-profitti che non devono essere fatti in periodi come questo. Ieri Bonomi, intervistato dal Corsera, è andato oltre e ha chiesto che il governo metta un tetto al prezzo del gas anche se l’Europa non vuole farlo. Ma calmierare i prezzi a livello nazionale è un’opzione fin qui congelata dal governo. “Invece è fattibilissimo - ha detto il numero 1 di Confindustria - Arera convoca gli importatori di gas e chiede trasparenza. Dobbiamo sapere quanto pagano il gas e conoscere la durata del contratto. Non credo che gli operatori comprino gas adesso con i prezzi impazziti  di questa fase”. A quando è stato rivenduto gas comprato ad un prezzo 5-6 volte inferiore?

La war room a palazzo Chigi

Il governo, infatti, sta studiando altre mosse. Non ultima quella del calmieramento di Stato. In questo momento abbiamo problemi anche nello stoccaggio: se non viene calmierato il prezzo, i player che stanno sul mercato non acquistano il gas a questi prezzi. In Germania è lo Stato a fare lo stoccaggio. A tutto questo, cosa fare, a che punto sono le riserve e lo stoccaggio - che deve appunto iniziare ad aprile - si discute nei vertici super tecnici che da due giorni si svolgono a palazzo Chigi. Il passaggio chiave di questo vertici è che il governo oltre a schierare il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli, fa sedere a questo tavoli anche il sottosegretario Franco Gabrielli con delega all’intelligenza e alla sicurezza. Sempre di più, infatti, quella dell’energia - e quindi dell’aumento dei costi - è una faccenda di sicurezza nazionale. Tutto questo è molto chiaro a Draghi fin da gennaio, due mesi prima che scoppiasse la guerra, Da qui il vantaggio temporale e anche tattico che l’Italia ha nella diversificazione delle fonti (il contratto in Algeria ieri ha destato la preoccupazione della Spagna, ma noi siamo partiti prima) e nell’acquisto delle navi rigassificatrici.   Così ieri a palazzo Chigi si sono visti - in presenza o in videocollegamento - oltre Garafoli e Gabrielli,  il ministro dell'Economia Daniele Franco, il titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani, l'ad di Enel Francesco Starace. Il giorno prima ancora erano stati convocati l'amministratore delegato di Terna, Stefano Donnarumma, e l'amministratore delegato di Snam, Marco Alverà.

Sul tavolo gli scenari di crisi ipotizzati dal governo nel testo del Def e da Bankitalia (un po’ più pessimisti). E le soluzioni per uscire il prima possibile da questo pantano. Su un fronte Draghi, il ministro Di Maio e l’ambasciatore dell’energia per l’Italia, cioè l’ad di Eni Claudio Descalzi stanno portando a buon fine una serie di nuove forniture con diversi paesi. Algeria, Congo, Azerbaijan, Qatar. L’agenda di Draghi è piena di viaggi per andare a concludere e firmare accordi verbali già presi. Si tratta di nuove forniture che hanno costi aggiuntivi (investimenti in loco) e che non possono essere erogati tutti dall’oggi al domani. E’ un percorso che però porterà l’Italia ad essere “autonoma” dalla Russia e quindi libera dal ricatto russo a partire dal 2024. Ma già nel 2023 ci farà stare molto più tranquilli. Il problema è quindi cosa succederà nei prossimi 6-7 mesi.

Scenari con chiaroscuri  

Sono quelli tracciati da Banca d’Italia a pochi giorni da quelli ipotizzati dal governo nel Def. 

Lo scenario intermedio che fa la Banca centrale è  quello di una guerra prolungata ma senza rinunciare al gas di Mosca che taglierebbe la crescita nel 2022 al 2%. Quello più estremo, smettendo di comprare il gas che finanzia la guerra di Putin, farebbe chiudere l'anno con il Pil in calo dello 0,5%. Quel che emerge dal Bollettino economico di Via Nazionale, forse, colpisce per i numeri tutto sommato contenuti, che smentiscono le chiusure di intere filiere produttive e anche l'allarme di una buona porzione delle parti sociali. La Banca centrale offre un doppio messaggio di fondo. Il primo: la sostituzione del gas dalla Russia con altre fonti “richiede anche nette, urgenti decisioni pubbliche”. Ad esempio la decisione di calmierare i prezzi. O di far stoccare direttamente allo Stato. Come in Germania. Il secondo: chiudendo completamente l'import di gas russo il fabbisogno italiano può essere compensato “per circa due quinti entro la fine del 2022 e senza intaccare le riserve nazionali”. Aumentando l'import di gas da Paesi come l'Algeria e di Gnl da Usa e Qatar;  estraendo di più dai giacimenti nazionali; potenziando rigassificatori e import da Paesi diversi dalla Russia: in 24-36 mesi sostituiamo totalmente l’import russo (45% del fabbisogno, pari a 30 miliardi di mc).

Mezzo punto di Pil

Secondo Bankitalia, un addio immediato a Mosca farebbe scendere il Pil di mezzo punto nel 2022 e 2023 e accelerare l'inflazione all'8% (2,3% nel 2023). E’, questo, il più severo degli scenari ipotizzati. Ma via Nazionale non esclude scenari ancora più sfavorevoli.

In assenza di sorprese, se sembra lontano lo scenario favorevole di una veloce risoluzione della guerra (crescita al 3% nel 2022 e inflazione al 4% quest'anno e poi 1,8% nel 2023), appare realistico lo scenario "intermedio" tracciato da Bankitalia, quello di un prolungarsi del conflitto ma senza una rottura netta sul gas. Comporterebbe un calo della crescita al 2% (3,1% la crescita prevista dal Def nel quadro programmatico) e un'inflazione al 5,6% (2,2% nel 2023). E comunque, i numeri ci dicono anche che nonostante pandemia, inflazione (7%, ai massimi dai primi anni novanta) e guerra nei primi tre mesi dell’anno il Pil si è ridotto poco più di mezzo punto percentuale sul periodo precedente.

Nessuna economia di guerra

Dunque nella War room di palazzo Chigi non si è parlato in alcun modo di economia di guerra e razionamenti. Tema anche questo che deve “piacere” molto visto la frequenza con cui viene evocato. Nulla di tutto questo è al momento sul tavolo. “Il governo - si spiega - sta monitorando la situazione sotto tutti i punti di vista e prepara le eventuali risposte nella speranza di non doverle mai applicare. Sarebbe grave non farlo. Dobbiamo pianificare in cerca di soluzioni”. Siamo dunque ancora in fase di preallarme. Come una settimana fa. E un mese fa. Il quadro tracciato, in grande sintesi, è questo: avremo problemi nell’anno in corso se la fornitura dalla Russia dovesse essere interrotta nel mese di aprile. Grazie alle diversificazioni che andranno a regime, staremo meglio nel 2023 e tranquilli nel 2024. In questa stagione ogni mese che passa mettiamo via 2 miliardi e mezzo di gas in più. Più si va in là e meglio è per lo stoccaggio.

Condizionatori, stop a a 27°

Non è economia di guerra aver imposto di tenere più bassi termosifoni e condizionatori. E’ una misura però che ci può far risparmiare 3 miliardi di metricubi in un anno.  E’ stata inserita nel decreto approvato ieri alla Camera.  Il provvedimento stanzia circa 8 miliardi di euro di cui 5,5 miliardi per far fronte al caro energia riducendo gli oneri fiscali. Poi c’è anche la stretta sull’aria condizionata.  Dopo aver abbassato i termosifoni a 19 gradi,  l'aria condizionata dovrà stare sotto i 27 gradi. Il decreto prevede infatti che dal primo maggio 2022 al 31 marzo 2023, la media ponderata della temperatura degli edifici pubblici non dovrà  superare i 19 gradi centigradi e non dovra' essere minore dei 27 gradi. Sono ammessi 2 gradi di tolleranza in rapporto a entrambe le temperature. Saranno i consumi mensili, così, a dire se gli italiani preferiscono la pace o i condizionatori accesi.