[Il caso] Voto di fiducia sugli 007 e gioco degli specchi sulla legge elettorale: tra Pd e M5s non funziona più nulla

Movimento nel caos: l’emendamento della grillina Dieni per correggere la norma sui servizi segreti costringe il governo a mettere la fiducia. Almeno 50 parlamenti 5 Stelle contro la norma voluta da Conte e dal Pd. Bagarre in aula. Il segretario dem vende come “grandi risultati” l’adozione del testo base della legge elettorale e altri segnali sui famosi “correttivi” . Si accontenta di poco. Quel tanto che basta per spingere la Direzione del Pd verso il Sì al referendum

Vito Crimi, capo politico ad interim del MoVimento, e Nicola Zingaretti, leader del Pd
Vito Crimi, capo politico ad interim del MoVimento, e Nicola Zingaretti, leader del Pd

I buoni propositi e le promesse vanno in frantumi appena si vedono. In presenza, come si dice ora. Al primo giorno di scuola “parlamentare” dopo le tre settimane di ferie. L’alleanza strutturale Pd-M5s non solo non è decollata nelle alleanze sui territori umiliando i buoni propositi di Conte e del segretario del Zingaretti ma mostra crepe inarrestabili anche nel governo. Palazzo Chigi, dove Conte segue sempre più silenzioso l’evolvere degli eventi, arriva a mettere la fiducia sugli 007 pur di sedare una rivolta interna grillina. Evapora anche l’aut aut di Zingaretti sulla legge elettorale per convincere la base dem a votare Sì al referendum: ormai non c’è alcuna possibilità di concretizzare prima del 20 settembre qualcuno dei famosi correttivi (legge elettorale e modifiche costituzionali) indicati come vincolanti per votare in sicurezza il taglio dei parlamentari. La legge elettorale farà in tempo, forse, martedì prossimo ad adottare il testo base in Commissione che però è solo il primo passo dell’iter parlamentare. E gli altri correttivi, alla Camera e al Senato, che vanno sotto il nome di disegno di legge Fornaro, riusciranno entro il 20 settembre a fare appena qualche passetto in avanti. Per la segretaria dem è “un grande successo”, addirittura “la giornata in cui si sbloccarono tutti i correttivi e le integrazioni” (Ceccanti, Pd). I feticci da portare in Direzione il prossimo 7 settembre e poter dire che “sono stati rispettati i patti e si può votare convintamene Sì al taglio dei parlamentari”. Ma sotto quei feticci c’è il nulla o poco di più.

“Un governo giunto al limoncello”

Cioè ben dopo il caffè. La felice battuta è di Marco Follini, l’ex segretario dell’Udc quando il centro ancora contava qualcosa e tra i massimi esperti di prima e seconda repubblica. E fotografa bene quel che è successo ieri. L’aula della Camera doveva iniziare a votare il decreto Covid, il testo che proroga lo stato di emergenza fino a metà ottobre. Superate le critiche e le resistenze di negazionisti e di chi, più semplicemente, non si fida più dei “pieni poteri” che l’emergenza dà al premier, l’aula doveva procedere verso il voto finale entro la fine della settimana. Appena 40 emendamenti, più che fattibile. Venerdì tutti a casa. O di nuovo al maree.

Peccato che tra quei 40 ce n’è uno promosso dal Movimento, prima firmataria la grillina Federica Dieni, segretaria del Copasir dunque persona esperta della materia, che chiede la soppressione del sesto comma dell'articolo 1 del decreto, norma inserita dal governo che va a modificare la legge sull’intelligence del 2007.

L’emendamento Dieni

La vecchia legge prevedeva che gli incarichi ai vertici delle nostre agenzie di intelligence avessero una durata massima di quattro anni, rinnovabile per una sola volta. Nel dl sull'emergenza Covid il governo aveva sostituito le parole “per una sola volta” con la formula “con successivi provvedimenti per una durata complessiva massima di ulteriori quattro anni” per “garantire anche nell'ambito dell'attuale stato di emergenza epidemiologica dal COVID-19, la piena continuità nella gestione operativa del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”.

Il solito burocratese cha a prima lettura dice poco o nulla ma che nella sostanza è la proroga per legge per ulteriori quattro anni degli attuali direttori delle agenzie. Attualmente, il direttore del DIS è Gennaro Vecchione (nominato il 10 dicembre 2018). Il direttore dell'AISE è Giovanni Caravelli (nominato il 21 novembre 2018). Il direttore dell'AISI è Mario Parente (nominato il 29 aprile 2016 per due anni, confermato il 15 giugno 2018 per un ulteriore biennio). E’ chiaro che l’emergenza riguarda soprattutto l’ex numero uno del Ros dell’Arma dei carabinieri Mario Parente che in assenza di questa modifica ha già esaurito il mandato di quattro anni. E che, grazie all’intervento del governo, ne può fare come minimo altri due.

La modifica del governo, in piena estate, con due righe innocue nella forma, sollevò proteste e tensioni nel governo e nella maggioranza. “Non si cambia la legge sui servizi segreti con un colpo di mano, senza discussione parlamentare e con un decreto che parla di ben altre emergenze” la critica, molto accesa, delle opposizioni ma anche nella maggioranza, con un pezzo del Movimento che di disse subito “raggirato”, “non lo sapevamo”. Si parlò di un manina del Pd per blindare alcuni direttori “amici”. Altri invece ci videro la longa mano di Conte che ha sempre tenuto per sè la delega all’intelligence. Dunque, per il premier, la proroga è un dossier in meno da aprire e su cui dovr mediare. La manina quindi sarebbe stata direttamente la sua, del Presidente del Consiglio.

Più di cinquanta firme

Nonostante le polemiche, la norma è rimasta. E si arriva a ieri, al testo del decreto Covid in aula per la conversione che deve avvenire entro il 14 settembre. L’emendamento Dieni conta sotto la sua firma almeno cinquanta deputati del Movimento. Si tratta di un quarto del gruppo.

Ieri mattina il governo è andato in pressing, prima con il capo politico Vito Crimi che però è sempre più evidente che non riesce più a controllare le truppe. Poi con il sottosgretario Stefano Buffagni. C’è stata una riunione di gruppo, la prima dopo le vacanze, in cui sono volate parole grosse e accuse come “allora siete voi a lavorare per la crisi di governo”.

Malgrado le insistenze del governo, Dieni non ha ritirato l'emendamento. E ieri nel primo pomeriggio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d'Incà è stato costretto a mettere la fiducia.

Bagarre in aula

Salvini ha dato subito il via al pressing via social: “Mettono la fiducia perchè si stanno scannando”. In aula sono volati cori, “vergogna, vergogna”. “Per problemi tutti interni alla maggioranza questo governo di fronte a 40 emendamenti prende a sberle il Parlamento” ha detto il deputato di Fi Simone Baldelli. “Cominciamo bene la stagione - ha aggiunto - adesso andate in tv a dire che voi difendete la democrazia e la rappresentanza. Vergogna, siete dei pasticcioni. Questo è l'inizio della stagione e l'inizio della fine”. “La richiesta di fiducia - ha incalzato Tommaso Foti, Fdi - avviene non per l'ostruzionismo ma esclusivamente perché c'è un emendamento, il numero 1.121, a firma del più grosso partito che sostiene questo governo che va contro questo governo. Non basta dire che la fiducia è autorizzata dal consiglio dei ministri, doveva dire quale consiglio dei ministri, in quale data. Perché o D'Incà ha delle doti divinatorie o è un bugiardo”. Il ministro D’Incà ha precisato che la fiducia è stata autorizzata nel Cdm del 7 agosto 2020. Ma la pezza è peggiore del buco visto che il calendario dei lavori d’aula prevedeva le votazioni dei 40 emendamenti entro venerdì. Lasso di tempo più che compatibile per discutere quaranta emendamenti.

Le parole più dure

Sono state quelle di Federica Dieni, la prima firmataria dell’emendamento. “Sono profondamente contrariata dall'apposizione della fiducia e ci tengo che resti agli atti. Non è contro il governo o contro Conte. L'intento è quello di modificare la normativa in Parlamento e non con un colpo di mano del governo. Non sono contenta della fiducia, le cose non si risolvono così, sono molto dispiaciuta. L'approccio più utile sarebbe stato rimettersi all'aula perché la normativa sui servizi riguarda tutti. Sono profondamente contrariata e ci tengo che resti agli atti”. Altri deputati hanno avuto il “coraggio” di dissentire in pubblico, in aula, pratica inimmaginabile fino a pochi mesi fa e soprattutto alla Camera. “Questa ennesima fiducia - ha detto Alessandra Ermellino - oltre ad esautorare le funzioni del Parlamento, tende a restringere la trasparenza sul nostro apparato d’intelligence e mina la stabilità stessa del governo che si potrebbe ritrovare a fare i conti con i cittadini, esasperati da una conduzione dell'emergenza a tratti scellerata”. E’ chiaro che il Movimento non tiene più e la fronda, anche contro Conte, ormai si materializza senza più timori. Molti parlamentari dicono, e non da oggi, di “essere stufi di prendere ordini e non poter mai discutere le decisioni”. Ce l’hanno con Crimi, con Conte, con i gruppi dirigenti finiti sotto processo la sera prima che fosse chiusa la Camera per ferie. Ieri si è ripartiti da quello steso punto. Ieri sera Di Maio ha dovuto smentire di essere il suggeritore dell’emendamento a prima firma Dieni. Sempre perchè tra Di Maio e Conte la guerra non è mai più finita. Anzi. Il Movimento è nel caos. E ci trascina anche il governo.

Anche il Pd balla

Se il Movimento è nel caos, il Pd è in piena lacerazione. Causa referendum. Ma le motivazioni sono assai più profonde. Con una lettera a Repubblica, il segretario dem Nicola Zingaretti ha chiarito il punto, con i suoi e con gli alleati: “Non è più possibile sopportare l'ipocrisia di chi agisce per destabilizzare il quadro politico attuale”. In particolare ha stigmatizzato chi vuole “indebolire il Pd e il governo” attraverso la vittoria del No al referendum e bloccando le riforme collegate al taglio dei parlamentari, compresa quella elettorale.

Così ieri qualche buona notizia è finalmente arrivata anche per Zingaretti. Italia Viva ha messo da parte il proprio “niet” alla legge elettorale e ieri l’ufficio di presidenza della Commissione ha fissato la data dell’adozione del testo base per martedì 8 settembre. Adozione del testo base significa il primo passo di un lungo iter prima in Commissione, poi in aula alla Camera e poi al Senato. E’ qualcosa. E’ molto poco.

Venerdì 4 settembre saranno presentati anche gli emendamenti alla riforma costituzionale a prima firma di Federico Fornaro (Leu) che vuole compensare gli effetti negativi del taglio dei parlamentari. Via libera, nel senso che si muove, anche alla legge che al Senato parifica elettorato passivo e attivo.

Zingaretti verso il Sì

Insomma, qualcosa si muove. Quel tanto che basta perchè nella direzione del 7 settembre Zingaretti possa dire ai suoi di votare Sì. “Il cantiere delle riforme si è rimesso in moto” hanno subito sottolineato Roberta Pinotti e Andrea Orlando.

Di ben altro parere il centrodestra. Francesco Paolo Sisto (Fi) ha denunciato “la forzatura sulla calendarizzazione del voto per l'adozione del testo base della legge elettorale che ignora totalmente le priorità del Paese, privilegiando le spicciole ragioni di convenienza politica del Pd”. La capogruppo Maria Stella Gelmini ha ironizzato: “Il testo base della maggioranza non sarà mai legge ma c'è chi si accontenta”.

La verità è che il fronte del No al referendum si allarga ogni giorno di più, nel centro destra e nel centrosinistra. Il 12 i Comitati del No saranno in piazza. Nel Pd i promotori del No, Tommaso Nannicini, Matteo Orfini, Francesco Verducci e Fausto Racini criticano Zingaretti che ha politicizzato l'esito legando ad esso la sopravvivenza del governo e fanno crescere i proseliti. La riapertura del Parlamento non ha portato con sè buoni presagi. Vedremo oggi cosa succederà con il voto di fiducia.