In Emilia Romagna appello al voto utile. E al voto disgiunto in favore di Bonaccini. Conte avvisa Salvini: “Governo avanti”

Ieri sera i comizi finali a Ravenna (centrodestra), Forlì (centrosinistra) e Cesena (M5s). Si chiude una campagna di veleni, eccessi e colpi bassi. Per Salvini utile solo ad andare a votare il prima possibile. Dopo la piazza di Bibbiano, la questura nega alle Sardine anche il bagno al Papeete

In Emilia Romagna appello al voto utile. E al voto disgiunto in favore di Bonaccini. Conte avvisa Salvini: “Governo avanti”

E alla fine spunta fuori il “voto utile”. Dove l’Emilia Romagna centra poco o nulla. Cinque lunghi mesi di campagna elettorale, la più dura che si ricordi per elezioni  locali, si risolvono con gli appelli finali ad un voto che per il centrodestra deve servire “a  mandare a casa il governo Conte e liberare l’Italia e gli italiani”. Per tutte le altre forze in campo per arginare la pretesa di Matteo Salvini di fare quello che non gli è riuscito in agosto e che di nuovo rivendica pubblicamente: far sciogliere le camere, andare a votare e tornare non più come ministro o vicepremier ma come Presidente del Consiglio. Anche Stefano Bonaccini, il governatore dem uscente,  che pure ha resistito per cinque mesi a anteporre i temi della “sua” regione alla propaganda martellante di Salvini su sicurezza, immigrati e “i bambini di Bibbiano” che di Bibbiano poi neppure sono, ieri sera nell’appello finale a Forlì l’ha dovuta mettere così: “Salvini qui non si prende un bel niente perchè l’Emilia Romagna è dei suoi cittadini. Si vota per questa terra e non per altro. Ritroviamo l’orgoglio e vinceremo”.  Facendo poi appello ad un’altra specie di voto utile, il voto disgiunto: “Potete votare per me come governatore e poi dare il voto alla vostra lista o partito”. La legge elettorale dell’Emilia Romagna lo prevede: due voti distinti e e separati, governatore e lista; premio di maggioranza per la governabilità (da un minimo di due ad un massimo di nove consiglieri) per il candidato governatore che prende anche un solo voto di vantaggio. 

Il video virale

I sondaggi parlano di situazione di sostanziale parità. “Situazione fluida, ancora molto indecisi, sarà tutto deciso da un pugno di voti” sussurrano i sondaggisti al lavoro in queste ore per registrare anche i minimi spostamenti. Non è un caso dunque se ieri è diventato virale un video postato sui social in cui si spiega cos’è il voto disgiunto e a cosa può servire. “Vuoi votare Lega Nord ma ritieni che Bonaccini sia più adatto a guidare la Regione? Metti una croce sul suo nome e l'altra sul simbolo del tuo partito. Sei simpatizzante dei Cinquestelle ma pensi che Stefano Bonaccini meriti di essere riconfermato per altri cinque anni? Metti una croce sul suo nome e l'altra sul simbolo del tuo partito”. E ancora. “Indipendentemente dalle tue opinioni politiche - si spiega nel video - se ritieni che Bonaccini meriti di essere riconfermato alla guida dell'Emilia-Romagna metti una croce sul suo nome e un'altra croce su una lista alla quale ti ritieni più vicino ideologicamente”. I sondaggisti concordano che sarà il voto disgiunto a fare, alla fine, la differenza. 

Comizi finali in Romagna

Centrodestra a Ravenna, Bonaccini, Pd e Italia viva a Forlì, Movimento 5 Stelle a Cesena: per i comizi finali partiti e coalizioni hanno puntato sulla Romagna (forse più in bilico dell’Emilia) e preferito il piccolo alle grandi città della regione. Che è stata comunque battuta palmo a palmo in questa maratona elettorale durata sei mesi e iniziata a settembre quando Salvini ha dovuto cercare subito un modo per tornare a giocare la partita di governo. Da allora ha caricato il voto in Emilia Romagna di un valore improprio: “Conquistiamo la roccaforte rossa e mandiamo a casa Conte, Renzi e il Pd”. Così malgrado le buone intenzioni di Bonaccini - stare sui temi, fare proposte, il patto sul lavoro e per una regione ancora più green i suoi cavalli di battaglia - l’Emilia Romagna è diventata la linea del Piave della legislatura. “Se ognuno di voi mette un mattoncino in più Lucia Borgonzoni stravince e poi mandiamo a casa anche Conte, Di Maio, Renzi e Zingaretti” è stato l’appello finale di Salvini ai circa duemila (un migliaio per la questura) riuniti in piazza del Popolo a Ravenna. Sul palco il “centrodestra unito”, Salvini, Meloni e Berlusconi, tutti compatti nel chiedere “le dimissioni del governo in caso di sconfitta del centrosinistra”. Altrimenti, ha ribadito Berlusconi, “non saremmo più nemmeno una democrazia. Quindi unità del centrodestra per vincere qui e andare poi a governare l’Italia”.   Gorgia Meloni, l’insider che Salvini vede crescere con molto fastidio, prima di andare a Ravenna ieri è andata a Bologna sotto le torri di Kanzo Tange, sede della Regione, e le ha “accese” di bianco, rosso e verde chiedendo “un voto per l’Italia”. Lunedì mattina, ha aggiunto, “andiamo a citofonare a Conte per chiedergli se sta facendo gli scatoloni”. 

Botta e risposta con Conte

Ma il premier non ci pensa proprio ad andare a casa. “Si vota in due regioni, Calabria ed Emilia Romagna, molto importanti ma che non possono influire sulla legislatura. Questo governo lavora e va avanti” ha chiarito anche ieri il Presidente del Consiglio rispondendo agli auspici del palco di Ravenna.  Tra difficoltà (la tensione sulla giustizia è sempre più alta e martedì ci sarà un nuovo vertice di maggioranza) e nuovi provvedimenti come il via libera definitivo al decreto che taglia il cuneo fiscale per 16 milioni di lavoratori (previsto dalla legge di Bilancio) e i fondi per i comuni colpiti da terremoto. Il governo, o meglio dire la legislatura, ha tempi obbligatori perchè il via libera al referendum sul taglio dei parlamentari (le firme necessarie furono poi garantite dalla Lega) e le necessarie modifiche ai collegi elettorali obbligano ad arrivare almeno fino ad ottobre, quando ci sarà la nuova sessione di bilancio. Ma anche in questo Salvini è riuscito ad imporre la sua narrazione: in Emilia Romagna si vota “per cambiare la storia di questo Paese e voltare pagina”. Non c’è dubbio che se il centrodestra, cioè Salvini, vincesse in questa regione, diventa un dato di fatto che la Lega (il centrodestra) governano in tutto il nord produttivo del paese. A maggio poi se ne riparla con Toscana, Marche, Puglia e Campania.

Il segretario dem Nicola Zingaretti dopo due giorni in Emilia Romagna ha preferito andare a Reggio Calabria non dando del tutto persa la candidatura di Pippo Callipo. “Non consegnate queste terra a chi le odia e lo ha rivendicato fino a pochi mesi fa” lasciando intendere che la candidatura di Jole Santelli (Forza Italia) è uno specchietto per le allodole visto che lì comanda Salvini. Poi anche Zingaretti si è affrettato ad alzare cordoni sanitari su Palazzo Chigi: “Nessuno si sogni di mettere in discussione il governo perché due regioni hanno dei problemi elettorali”. 

I 5000 di Forlì

Il governatore uscente e di nuovo candidato ha scelto di chiudere a Forlì, ex roccaforte rossa da poco espugnata alle amministrative. Tutti in Romagna, a dimostrazione che è in questa parte della regione che deve essere giocata la partita. Il palazzetto dello sport si è riempito in fretta, circa cinque mila persone, e già questa è stata una buona notizia per Bonaccini anticipato prima dal liscio suonato da due gruppi e poi dal suo alter ego Gene Gnocchi. “Mi occuperò di strade, lo prometto, così asfalto la Borgonzoni…”.    In platea Vasco Errani, cui ha riservato il saluto finale (“qui con noi c’è un ex governatore che decise di dimettersi perchè indagato ma poi è risultato che non aveva fatto nulla”) e il ministro Paola De Micheli accolta da applausi. In questi cinque mesi di campagna Bonaccini ha scelto di restare a casa, nella sua regione, di non portare l’appuntamento elettorale nel territorio insidioso della politica nazionale. Ha rivendicato quello che ha fatto in questi anni (è la regione con il pil in crescita per il quinto anno di fila, poi si può sempre fare meglo) e ha lanciato nuovi progetti: asili nido per tutti per agevolare il lavoro delle donne (“e non per tenerle a casa secondo i progetti della Lega, un ritorno al Medioevo”), lingua inglese già alla materna,  trasporto scolastico gratuito, sanità, ovviamente. Ma alla fine è stato Salvini il centro dell’intervento. “Solleva problemi ma non li risolve. Va in giro a suonare citofoni ma cosa ha fatto lui per le periferie? Nei quindici mesi di governo ho tolto i soldi che erano stati destinati per investimenti, infrastrutture, illuminazione,  arredi urbani”. Si è scusato con Bibbiano, “che non merita il fango che la Lega gli ha tirato addosso”. Si è rammaricato, e ha chiesto scusa, per le piazze. “Le abbiamo abbandonate, faccio autocritica, ci sono tornato, dobbiamo tornare lì. Per questo ringrazio le Sardine che hanno fatto un ottimo lavoro”. 

I veleni

E’ stata, soprattutto, una campagna di veleni.  Piazze contese per i comizi, accuse di sessismo e di scorrettezze verso gli amministratori locali, le citofonate che hanno provocato incidenti diplomatici. Nelle ultime c’è stata la guerra dei file audio e degli screen shot di chat private. “Contro di me si è messa in moto la machina del fango ma io non nulla da temere ma guai a chi sporca la mia onestà” ha detto ieri sera Bonaccini. Il riferimento è al “caso” Jolanda di Savoia, piccolo comune del ferrarese dove il governatore uscente avrebbe fatto alcune pressioni presso altri comuni limitrofi per impedire collaborazioni tra dipendenti una volta saputo che la vicesindaca Elisa Trombin avrebbe appoggiato la candidatura di Borgonzoni. Il sindaco Paolo Pezzolato sventola una conversazione registrata da cui desume le pressioni ma poi non diffonde l’audio. Tanto basta a Matteo Salvini per invocare l’intervento della magistratura e del governo.

Il caso Jolanda spunta fuori nell’ultima settimana pre elettorale. E due settimane dopo che è spuntato fori un altro caso, questa volta a Ferrara, comune appena conquistato dalla Lega e dal sindaco Alan Fabbri, e  documentato da file audio e screen shot di chat interne tra i consiglieri  comunali. 

La registrazione riguarda il vicecapogruppo locale del Carroccio, Stefano Solaroli, che avrebbe proposto un posto di lavoro ad un'altra consigliera leghista Anna Ferraresi nel frattempo uscita in polemica con il partito. In pratica avrebbero comprato il suo silenzio con un posto di lavoro fisso. Negli screenshot della chat dei consiglieri leghisti si parla di “questa Lega come del marcio che avanza, altro che il nuovo” e di “poltronificio associato”. Solaroli si è autosospeso (invitato a) e se la Borgonzoni non vince, si annunciano vendette e veleni interni. 

Vietato il bagno al Papeete

Non è un veleno ma una storia “strana” quella capitata alle Sardine. Mattia Santori l’aveva messa così: “Dopo due mesi  di gran lavoro, lasciateci fare una cazzata: andiamo tutti a fare il bagno al Papeete”. E però la questura gli ha negato il bagno nel luogo simbolo dell’estate salviniana: “Siete un partito, la campagna elettorale chiude alle 24 di venerdì”. Peccato che poiché non sono un partito, un altro questore (Reggio Emilia) appena tre giorni prima aveva tolto alla Sardine la piazza della Repubblica di Bibbiano. “Scusate ma devo accontentare prima i partiti”, in questo caso la Lega. Poi la piazza della Lega è rimasta mezza vuota e lo sterrato concesso alle Sardine si è riempito fino all’inverosmile.  Almeno si parlassero tra questori per trovare una linea comune.