[La polemica] Vi spiego perché il voto in Sicilia è un calcio nel sedere

Il leader del Pd ha vinto una sola volta, nelle famose europee del 2014, e poi ha perso tutte le sfide elettorali che il suo partito ha dovuto affrontare, dalle amministrative di Roma, a quelle dell’estate scorsa

[La polemica] Vi spiego perché il voto in Sicilia è un calcio nel sedere

Matteo Renzi dice nei commenti a caldo: “Sono pronto a scendere in campo nelle primarie per la leadership della coalizione”. Solo che non ci sono le primarie, e non c’è ancora nessuna coalizione, solo qualche precettato di talento da Giuliano Pisapia a Emma Bonino. Matteo Renzi ha passato in Sicilia un’ora nell’ultimo mese, poi è volato da Obama, da due giorni non fa nemmeno un tweet. Continua a ripetere ai suoi che si tratta di un test locale, che l’opposizione interna è debole, che lui è saldo al comando. Non c’è nulla di più malinconico di un leader, quando è il solo a non capire la dimensione della sua sconfitta, la portata della disfatta che tutti gli altri possono misurare. Ma in fondo è tutto molto semplice, e non è frutto di acrimonia, o di antipatia nei suoi confronti, quanto di una semplice costatazione: Renzi in Sicilia perde, e perde malissimo. Perde persino ad Ostia, e in entrambi i casi si ritrova con destra e Grillini al ballottaggio e un solida sinistra fuori dalla sua alleanza. 

Ed è davvero curiosa la cortina di protezione di cui ancora gode tra i commentatori blasonati, quella per cui quando i sondaggi annunciavano il PD terzo partito i suoi supporter dicevano “sono solo sondaggi”, mentre adesso che quello scenario da incubo si è realizzato sostengono: “Non c’è nulla di nuovo, d’altra parte i sondaggi lo avevano previsto da tempo”.  L’ultimo calcio nel sedere ricevuto dal leader del Pd è l’annullamento del confronto televisivo annunciato da Luigi di Maio che, con calcolata malizia, adesso dice: mi confronterò con il candidato premier di quel partito quando ci sarà. È una stilettata, perché come noto, ciò che Renzi sta cercando di difendere con le unghie con i denti, dopo questa doppia sconfitta, è proprio la propria candidatura a capo del governo, oggi messa in discussione non solo dei risultati, ma anche dai maggiori dirigenti del suo partito.

Il problema, dopotutto è questo: malgrado la protezione di una stampa benevola, non è difficile ricordare che Renzi ha vinto una sola volta, nelle famose europee del 2014, e poi ha perso tutte le sfide elettorali che il suo partito ha dovuto affrontare, dalle amministrative di Roma, a quelle dell’estate scorsa, a queste parziali. Ha vinto in quelle elezioni europee, con due parole d’ordine “mai al governo con la destra“ e “mai al governo senza essere eletto” che sono state subito dopo tradite e che sono diventate il perno della sua strategia politica. Ha vinto agitando la parola d’ordine della “rottamazione”, e oggi perde, condividendo la scelta di un candidato, Micari, insieme all’inossidabile Leoluca Orlando, che era già sindaco di Palermo quando lui, l’uomo di Rignano andava ancora alle elementari. La sia coalizione in Sicilia aveva il 30%, questa volta ha raccolto il 20%.

Cinque anni fa esprimeva un governatore, e vinceva, adesso perde. Quando ha preso in mano il partito, Renzi aveva dalla sua parte - sia pure con il mal di pancia - tutti i vecchi leader, ed era alleato della sinistra. Da allora ha subito due scissioni: ha rotto con la sinistra e si è ridotto ad avere un solo alleato, il partito di Angelino Alfano, che in queste ore lotta disperatamente per difendere il suo quorum.

L’alleanza con Alfano non è un episodio della storia, o l’esito di qualche cabala locale, ma è stato il prezzo di un accordo stretto al livello nazionale. L’altro alleato in Parlamento, anche lui eletto a destra, come noto, si chiama Denis Verdini. Non dieci anni fa, ma tre settimane fa, Renzi ha imposto due fiducie, una alla Camera e una al Senato, pur di  costringere il Senato a votare una legge, il Rosatellum, con cui il suo partito rischia di non conquistare nemmeno un collegio in tutto il Nord Italia.

Renzi ha speso i quattro anni della propria leadership di governo per inseguire un progetto, il partito della nazione, che non piace agli elettori del centrosinistra. Sarà pure bellissimo, ma non è quello che loro vogliono, per quanto il cerchio magico possa sbattersi nelle interviste e nelle comparsate e televisive: chi vota sinistra continua a preferire Bersani ad Alfano e Verdini. Renzi può ignorare che il suo principale alleato si chiami centrodestra, i suoi elettori no. Non è andato in battaglia, ha detto più volte che quello siciliano era un voto locale, ha girato l’Italia in treno incassando una incredibile quantità di contestazioni, ha provato a dare una spallata a Visco, ottenendo però di farlo riconfermare dal suo allargato Paolo Gentiloni.

Walter Veltroni si dimise dopo le elezioni sarde, per un gesto di coerenza, avendo ottenuto il miglior risultato elettorale della storia del Pd alle politiche. Renzi resta attaccato alla poltrona di comando di un partito che rischia la nanificazione. Ha la forza per restare segretario del Pd perché si è blindato negli organismi dirigenti, è vero. Ma forse non si rende conto che rischia di essere l’ultimo.