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Volano stracci tra Giorgia e Silvio. Lei: “Non sono ricattabile”. Lui: “Sei arrogante e prepotente”

L’elezione dell’antiabortista Fontana (Lega) alla presidenza della Camera dimostra il nuovo asse Meloni-Salvini. Che ha superato quello storico Lega-Ronzulli. Forza Italia rischia la balcanizzazione e lo svuotamento. Nuovo patto Meloni-centristi per avere una scialuppa di salvataggio

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Giorgia Meloni alla Camera (Ansa)
Giorgia Meloni alla Camera (Ansa)

Adesso rischia veramente di saltare tutto. “Mi pare che da quegli appunti ne mancasse uno: non sono ricattabile” sibila Giorgia Meloni a sera quando lascia gli uffici di Montecitorio. La quasi-premier allude agli appunti di Berlusconi che gli zoom dei fotografi hanno reso pubblici.  “Giorgia è supponente, prepotente, arrogante e offensiva” ha scritto il Cavaliere nel bloc notes  contenuto nella  cartellina in pelle che giovedì ha squadernato sui banchi del Senato. Gli zoom dei fotografi hanno, appunto, fatto il resto. E comunque erano  bastati l'espressione del volto e certi ripetuti gesti di stizza, a cominciare dal “vaffa” scandito in faccia a La Russa,  per capire lo stato di tensione tra il leader di Forza Italia e la sua ex pupilla Giorgia Meloni.

“Dio, patria e famiglia” già in salvo

Nelle ultime 48 ore è esploso tutto. Forza Italia rischia la balcanizzazione. E nell’alleanza di centrodestra, quella che fu prima il Popolo e poi la Casa delle Libertà, si registrano mosse che alludono a storici e definitivi tradimenti rispetto a colui che di questa alleanza è stato il fondatore: il padrone di casa, cioè Silvio Berlusconi.  Giorgia Meloni sta indubbiamente vincendo tutto: al primo colpo il presidente del Senato, il post-fascista Ignazio La Russa, “un vero patriota” lo ha salutato Meloni; al primo colpo la presidenza della Camera, l'antiabortista e filoputinista Lorenzo Fontana, amico personale di Matteo Salvini. “Dio, Patria, Famiglia” è già in salvo, onorato.  Si dice che Salvini abbia cambiato cavallo, lasciato ai box Molinari e virato su Fontana proprio in omaggio a Meloni e ad una sua richiesta di dare un segnale concreto agli elettori a quello che è stato una suo cavallo di battaglia nella campagna elettorale. Ieri mattina, alla quarta e prima votazione della seconda giornata, Fontana è passato con 222 voti. Il centrodestra ha risposto in modo compatto: mancano all'appello 14 voti ma, a differenza del Senato, non ci sono stati strappi nè ferite. Nessun giallo da parte delle opposizioni che hanno tutte votato un loro candidato di bandiera (non lo hanno fatto giovedì al Senato sprecando l'occasione di far inciampare subito la maggioranza di centrodestra).

Rischio balcanizzazione

Si potrebbe così ritenere chiusa la prima fase di avvio della legislatura, l'elezione dei presidenti di Camera e Senato a cui poi seguiranno tra martedì e mercoledì la nomina dei vicepresidenti e dei capigruppo. A quel punto sarà pronta la squadra che dovrà salire al Colle per le consultazioni (tra il 19 e il 20 ottobre). Ma per quanto una buona fetta di azzurri berluscones si affretti a minimizzare “giovedì è stato solo un episodio per rivendicare maggior rispetto ad una forza della coalizione”, la maggioranza ha appunto un problema grosso come una casa. Il partito fondatore della coalizione rischia la balcanizzazione. “Giorgia non è disponibile a cambiamenti, è una con cui non si può andare d'accordo” ha scritto colui che nel 1994 ha fondato la Casa delle libertà, tolse dal limbo della storia An e dette proprio alla giovane Meloni l'onore di un ministero. Si chiama riconoscenza. In politica è certamente un lusso. E Giorgia Meloni sta dimostrando, secondo Berlusconi, di non avere questa sensibilità. Un dato questo oggettivo non solo perchè immortalato dagli appunti galeotti del Cav ma perchè così stanno andando le cose in queste tre settimane. E se questo vale per i nomi della squadra di governo – come dimostrano i ripetuti no all'upgrade nel Consiglio dei ministri di Licia Ronzulli, di Casellati e Sisto alla Giustizia, Guido Bertolaso alla Sanità e tanti altri – il timore fondato è che la stessa modalità “prepotente” sarà applicata anche ai dossier governativi. “Ricevo risposte offensive a qualunque cosa io chieda. Non lo merito” è un'altra frase detta da Berusconi in queste ore.

Se qualcuno spera che i temi identitari cari a Fratelli d'Italia (“Ignazio, un vero patriota siede nella seconda carica dello stato”) e alla Lega (famiglia e amicizia con la Russia blindati dalla figura di Fontana) si possano considerare esauriti con l'elezione di La Russa e Fontana, altri temono che invece la prepotenza proseguirà oltre i nomi anche sui temi economici, sociali, dei diritti, in politica estera. Per Forza Italia sarebbe la fine: il suo ruolo di garanzia e resistenza rispetto a pulsioni nazionaliste, sovraniste, antidemocratiche sarebbe ogni giorno umiliato.

Il vertice fiume a Villa Grande

Di tutto questo si è ragionato giovedì sera nella cena a Villa Grande e ance ieri tutto il giorno con i senatori e nelle riunioni dove si è rivisto anche Gianni Letta. Che fare allora? “Meglio restare dentro, seppure umiliati, con la speranza poi di intervenire in qualche modo? O far saltare il banco subito dicendo che Forza Italia non c'entra nulla con questa gente” sono le domande che interrogano deputati e senatori, anche chi è rimasto fuori dalle liste, motivo questo di infinite tensioni e rivendicazioni. Il partito è diviso in due. Da una parte chi sta con Antonio Tajani, gradito a Meloni e candidato alla Farnesina dove si porterebbe come consiglieri alcuni pezzi importanti della storia del partito come Valentino Valentini e prendere quello che viene. Sono i sostenitori del “meglio stare dentro che fuori”. Poi si vedrà. Dall'altra parte ci sono i filo-Ronzulli, pronti da subito a vendere cara la pelle.

La scelta di Salvini

Questa parte “resistente” è rimasta un po' spiazzata nelle ultime ore dalle scelte di Matteo Salvini con cui Ronzulli aveva stretto un patto di acciaio. Il leader della Lega, tutto sommato soddisfatto dei ministeri che avrebbe ottenuto (Infrastrutture, Agricoltura, Affari regionali e Autonomie, Disabilità, all’Economia Giorgetti ma su chiamata diretta di Meloni e all'Interno il prefetto Piantedosi, capo di gabinetto ai tempi di Salvini al Viminale) ha fatto una scelta pragmatica: stare dentro e iniziare la partita del governo di centrodestra. Non può esistere alternativa. Nelle ultime 48 ore ha consigliato Berlusconi, molto adirato e offeso, di fare altrettanto. Ma la divulgazione di quegli appunti sta rendendo la situazione ingestibile. “Suggerisco a Berlusconi di dire che non sono suoi e che si tratta di un fake” ha detto il presidente del Senato Ignazio La Russa.  Suggerimento quasi impossibile da applicare vista l’evidenza di come sono andate le cose.  

Al momento restare insieme è la linea destinata a prevalere all’interno di Forza Italia. La linea Ronzulli-Fascina sarebbe stata messa in minoranza. L’ipotesi di salire separati al Colle è stata scartata. I 14 voti mancanti non devono preoccupare perché sono di chi avrebbe “sbagliato” a scrivere il nome nella scheda (solo Fontana invece che Lorenzo Fontana) e di chi nella Lega avrebbe preferito Molinari. Ma Giorgia Meloni non può far finta di nulla. Serve un atto riparatorio da parte del Cavaliere che non si capisce quale possa essere se non la “testa” di Licia Ronzulli indicata da più parti come la regista responsabile dello stallo prima e poi del gelo calato sulla coalizione.

Manovra a tenaglia 

Anche perché l’altro dato di queste ore è che Forza Italia, oltre che balcanizzata, rischia di diventare irrilevante nella coalizione. Come ha dimostrato il voto di giovedì quando La Russa è stato eletto con i voti delle opposizioni. E’ in corso una manovra a tenaglia in due tempi. Contro Forza Italia e lo stesso Berlusconi. 

Ieri Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di Fdi e uno dei fedelissimi di Meloni, ha incontrato Lorenzo Cesa, uno dei leader di Noi Moderati, la gamba centrista della coalizione che ha portato due senatori e a cui Meloni ora sta chiedendo di formare un gruppo autonomo o di diventare il gruppo-scialuppa di salvataggio di quanti stanno pensando di uscire da Forza Italia e non se la sentono di entrare in Fratelli d’Italia considerata troppo a destra. 

Il secondo tempo della manovra a tenaglia vede protagonista - suo malgrado chissà – Matteo Salvini da giorni nei panni del mediatore tra Fi e Fdi. L’asse Salvini-Ronzulli è una delle costanti degli ultimi anni, è il motore di quello che doveva essere il partito unico che però non è mai nato ed è anche la prima spina nel fianco di Giorgia Meloni. Da qui il motivo per cui la quasi premier non ha voluto in alcun modo Ronzulli nella squadra di governo: già ne avrà uno che sarà di lotta e di governo che si chiama Salvini; due e per giunta alleati e amici da anni (Salvini-Ronzulli), no, non è possibile. Vorrebbe dire avere in casa qualcuno che ogni giorno disfa il lavoro fatto. Comunque uno o due persone che impedirebbero, dice una fonte qualificata del partito, “l’azione di governo veloce e compatta, senza resistenze, che ha in mente Giorgia”. Da qui il “tradimento” di Salvini,  la fine (forse meglio dire il congelamento) dell’asse con Ronzulli abbandonata al suo destino. Da Salvini ma anche da tre quarti di Forza Italia. Molti big rimasti fuori dalle liste di Forza Italia stanno rivendicando che “da tempo noi si diceva che era tutto sbagliato. Siamo stati fatti fuori ma avevamo e abbiamo ragione noi. Il partito è stato spinto nelle braccia della Lega senza capire che sarebbe stata la parte perdente”. 

Una ferita troppo profonda

Riusciranno a trovare il modo di andare avanti in tre? La ferita è profonda, non si può curare. Il suggerimento a Berlusconi è di “cambiare in fretta la gestione del partito e nominare al governo qualcuno dei fedelissimi rimasti fuori dalle liste per via di scelte scellerate dell'attuale dirigenza”. In ogni caso Giorgia Meloni si sta attrezzando per fare da sola. O meglio, sostituendo Forza Italia con i centristi. Sarebbe il parricidio perfetto. Berlusconi, in fondo, chiede riconoscenza per quello che è stato e che ha fatto. Anche per Giorgia Meloni. Ma la politica, appunto, non prevede riconoscenza. E il cinismo  è una virtù.   

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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