[il caso] Conte nervoso per le voci di rimpasto si fa scudo di tutto il governo e allunga i tempi del Recovery fund

Il Presidente del Consiglio tra conferenza stampa e blitz in tv ha annusato una manovra a tenaglia di Zingaretti, Di Maio e Franceschini. Anche i miliardi Ue possono alimentare il malumore ed essere usati come pretesto contro di lui. E allora dilata i tempi di presentazione dei progetti: non più il 15 ottobre bensì “il primo quadrimestre del 2021”. Il modo migliore per blindare se stesso.

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Ci ri-mette la faccia, dopo più di un mese in cui ha cercato di tenersi alla larga da quella bomba a orologeria che è la scuola, dossier che media, radio e tv nelle ultime settimane hanno citato ogni 24 secondi. Pretende una conferenza stampa a palazzo Chigi di cui la ministra Azzolina avrebbe fatto volentieri a meno portandosi al tavolo, al suo fianco, tre ministri di cui almeno due - Azzolina e De Micheli – ballano da settimane nel toto-rimpasto. Fa una esplicita chiamata di correo a tutto il governo ma anche agli enti locali, dalle regioni ai presidenti di provincia rivendicando il “lavoro di squadra” perché “nessuno ha la bacchetta magica ma le famiglie devono avere chiaro che il governo ha fatto il meglio che si poteva fare”. Chiarisce che “alle storiche carenze strutturali che ogni anno emergono all’inizio dell’anno scolastico quest’anno si sono aggiunte le criticità figlie della pandemia”, della serie nessuno faccia il furbo e provi a scaricare sul governo “le pesanti eredità degli anni passati”. Blandisce un po’ tutti, i professori che “dopo medici e infermieri siete il punto di riferimento della società”, il personale, le famiglie e gli studenti che “hanno pagato il prezzo più alto”. Soprattutto cerca di sminare la data del 14 settembre, non più una resa dei conti politica tra maggioranza e opposizione o un banco di prova per il governo bensì “una sfida per tutto il sistema Italia”. Per poi escludere in modo netto che “il 15 settembre ci riuniamo per valutare un rimpasto di governo”. Quel rimpasto che la sera prima, intervistato alla Festa dell’Unità di Modena Giuseppe Conte aveva definito “concetto vecchio” e termine logoro”. Certezze, così come Mario Draghi che va lasciato in pace perché “stanco” e il governo che “sta lavorando bene perchè finalmente la coalizione si sta amalgamando”.

Esorcizzare

Giuseppe Conte organizza una conferenza stampa a palazzo Chigi e la sera fa un blitz a “Stasera Italia”, il programma di approfondimento di Rete 4, per esorcizzare il nervosismo sulla sua leadership. E la sensazione sgradevole che il rimpasto sia invece il piatto che stanno preparando e servendo gli alleati di governo. Il punto è che potrebbe essere anche il premier oggetto di quel concetto “logoro” che è il rimpasto. Al di là delle provocazioni/accuse da campagna elettorale che si scambiano ogni giorno Pd e 5 Stelle, Zingaretti e Crimi o Di Maio, a palazzo Chigi non è sfuggito che nelle ultime 48 ore c’è un disegno più largo che sta prendendo forma ed è quello di una strana manovra tenaglia con quattro punte: Zingaretti, Di Maio, Franceschini e anche il Recovery fund.

La tenaglia a quattro punte

Martedì sera il segretario dem Nicola Zingaretti, a sua volta in acque agitate, gli ha definitivamente mollato addosso la croce del Mes. Non ci sono più scuse se ancora il governo non ha deciso che fare con quei 36 miliardi che servirebbero come il pane e continua a stare dietro alle pretese dei 5 Stelle ignorando quelle del Nazareno. “La sintesi spetta a Conte, è lui che deve decidere e agire di conseguenza”. Zingaretti lo ha anche definito “lento e incerto”. Conte gli ha risposto ieri nella lunga conferenza stampa coperta dalla diretta tv che parlava ad insegnanti e alunni ma soprattutto al suo governo, alle forze politiche che lo sostengono e in cui ha richiamato tutti alle proprie responsabilità. “Il governo mette in gioco il suo futuro ogni giorno e ogni giorno tutti noi ci assumiamo le nostre responsabilità” ha chiarito Conte.

Di Maio win-win

La seconda punta della strana tenaglia è Luigi di Maio. Tra tutti i player di questo passaggio politico sembra essere il più sicuro: il referendum è la sua battaglia. Se vince il Sì potrà cancellare in un secondo la sconfitta delle regionali. Certo, se vincesse il No, il dato sarebbe così clamoroso che potrebbe travolgere tutto il Movimento e lo stesso governo. Di Maio è ovviamente convinto di avere già la vittoria in tasca, picchia sul tasto dell’antipolitica e dell’anticasta ogni giorno, definisce “una rivoluzione mai fatta prima d’ora” un taglio orizzontale degli eletti che però alla fine, così come è concepito, rischia di danneggiare solo gli elettori. Non contento, lavora ogni tanto ai fianchi del premier “per indebolirlo” assicura pezzi importanti del Movimento. Così, se Conte allontana da sè come può lo spettro di Draghi e del “debito buono”, il ministro degli Esteri glielo rifila sotto naso ogni volta che può. Le due figure, Conte e Draghi, “possono convivere in momenti come questi”ha suggerito Di Maio. Che non sapeva che il premier avesse lavorato per “creare il consenso” e indicarlo come Presidente della Commissione Europea al posto della von der Leyen. E se il giorno prima Conte ha detto che sul Mes il suo è “un atteggiamento laico, al momento nè sì nè no, vedremo”, il ministro degli Esteri ha chiarito per lui: “Macchè apertura, Conte ripete la stessa cosa da mesi e adesso stiamo lavorando sul Recovery fund”. Ma anche il piano europeo di resilienza e ripartenza, rischia di non essere quella macchina di consenso su cui qualcuno aveva fatto affidamento.

Il piano di Franceschini

E’ la terza punta della tenaglia. Ha preso forma lunedì, durante le direzione Pd, quando il ministro della Cultura ha spiegato il senso di votare Sì al referendum: il primo passo di un pacchetto di riforme a cui devono partecipare anche le opposizioni. Ieri in un’intervista a La Stampa, il ministro e capodelegazione del Pd ha illustrato ancora meglio il piano, il coinvolgimento delle opposizioni. Nei fatti un governissimo con Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia incompatibile però con la presenza di Giuseppe Conte nel ruolo di premier. Del resto, perchè stupirsi? Nel suo ritorno sulla scena, sabato scorso, Conte si era preoccupato di spiegare perché tutto sommato il presidente Mattarella dovrebbe accettare di fare il secondo mandato al Colle. Un’uscita che ha fatto arrabbiare tutti e soprattutto Franceschini il cui sogno neppure tanto segreto è quello di salire al Colle nel febbraio 2022. La risposta non poteva essere più micidiale: avanti con il governissimo per fare le riforme. Ora, se esiste una certezza, questa è che quand’anche Meloni e Salvini accettassero un governissimo per avviare la stagione delle riforme, che condizione fondamentale, anche per rispetto a se stessi, chiederebbero di andare oltre Giuseppe Conte. E’ un fronte nuovo per Conte, anche se solo in embrione, che lo preoccupa perchè inatteso.

Il “rinvio” del Recovery fund

A Conte resta nelle mani il jolly del Recovery fund, i 209 miliardi che ci devono arrivare dall’Europa che sono lo scudo più robusto contro i pensieri strani che possono avere Zingaretti, Di Maio e Franceschini. Il premier è convinto e spiega in ogni occasione, anche ieri parlando di scuoila, che il governo non può certo capitolare davanti “al dovere morale” di risollevare l'Italia con le risorse Ue. Ma anche il Recovery fund può diventare un’arma a doppio taglio. Una volta stabiliti i “quattro obiettivi e le sei mission” che dovranno seguire i progetti (le Linee guida approvate ieri), è ancora buio totale sui progetti. A cui si aggiunge un certo malumore in Parlamento che tra mille audizioni e oceani di parole ancora non ha toccato palla. Cioè non ne ha visto uno. Ostacoli che Conte spazza via con due argomenti: i progetti saranno nell’ottica di “sistema Paese” per evitare inutili rivoli e l’assalto alla diligenza dei sigli territori e degli enti locali. Sui tempi poi non c’è problema: “Siamo in anticipo - ha spiegato ieri - c’è tempo fino a gennaio 2021”. Il 15 ottobre, fino a pochi giorni fa la data massima di consegna dei progetti, è invece il giorno in cui Conte porterà sul tavolo del Consiglio europeo le linee della manovra 2021 e quelle che guideranno il Recovery italiano. Non più una deadline ma una fata interlocutoria. Ecco perchè non si può parlare di rimpasto nè il 15 nè il 21 settembre: tutto questo complesso iter lo ha in mano Conte che ha fatto di tutto per spostare più in là, all’autunno inoltrato per non dire all’inverno, scadenze e decisioni. Ha blindato se stesso. Perchè è dura, oltre che rischioso, fermare la corsa e cambiare mano mentre il treno del Recovery è in corsa. Ancora una vota i tempi dilatati diventano lo scudo di Conte contro rimpasti e ragionamenti vari sulla premiership. Ma il nervosismo c’è, tanto, e si fa sentire.