Vincono voto utile e liste dei Presidenti. Pd primo partito in Toscana e anche altrove. Male l’M5s ma mai quanto Iv e FI.

Il bilancio delle Regionali dove le elezioni sono finite 3-3 anche se alla vigilia il Centrodestra si aspettava un risultato diverso

Vincono voto utile e liste dei Presidenti. Pd primo partito in Toscana e anche altrove. Male l’M5s ma mai quanto Iv e FI.

Doveva finire, almeno, 4 a 2 per il centrodestra, ma per settimane si è temuto il 5 a 1, sempre per il centrodestra, Toscana inclusa, e Salvini si era abbandonato alle speranze profetizzando persino un impossibile 7 a 0, cioè con la vittoria del centrodestra persino nella Campania di De Luca. E invece è finita tre a tre e, per il Pd, è un trionfo, mentre il centrodestra si lecca le ferite e toccherà riflettere molto, al proprio interno, su diversi candidati ‘sbagliati’ (Caldoro in Campania, Fitto in Puglia). TUTTI I RISULTATI

Il forte protagonismo dei presidenti uscenti, tutti rieletti 

La verità è che il formale 3 a 3 di questa tornata di Regionali è stato caratterizzato da un forte protagonismo dei presidenti uscenti e rieletti, le cui liste civiche risultano addirittura il primo partito nel Veneto di Luca Zaia e nella Liguria di Giovanni Toti. Presidenti che, soprattutto ‘grazie’ al Covid, hanno imposto il loro stile, il loro ritmo e la loro figura sia alla campagna elettorale che ai partiti delle loro coalizioni, sostanzialmente componendo le liste come volevano loro (De Luca in Campania, Emiliano in Puglia). Ma è stata anche una tornata all'insegna – più che del voto ‘disgiunto’, tecnicismo da sapientone, del voto ‘utile’, determinante in Toscana e Puglia, dove è stato significativo il voto disgiunto di molti elettori di M5s, ma tutto a favore dei candidati del centrosinistra. Il Movimento – oggi retto da Vito Crimi - rimane su soglie modeste, lontano anni luce da quelle del 2018 e 2019, mentre il Pd non solo archivia la grande paura di perdere la Toscana, ma risulta essere, in quella regione, il primo partito con il 34%, surclassando la Lega e ‘mangiandosi’ Italia Viva, ferma al 3,7%, e diventa e resta primo partito anche in regioni dove perde (Marche). 

Le previsioni della vigilia non ‘ci hanno azzeccato per niente’ 

E’ questo, a grande linee, quanto emerge dalle ultime proiezioni basate su un campione significativo di seggi scrutinati, mentre solo durante la appena trascorsa nottata si avranno i dati definitivi. Le due regioni il cui risultato era politicamente più ‘pesante’ erano Toscana e Puglia, governate finora dal centrosinistra e in bilico secondo tutti i sondaggi. Infatti, le rilevazioni davano il centrodestra sicuramente vincente in Veneto, Liguria e Marche, con il centrosinistra in grado di mantenere senza incertezze solo la Campania con Vincenzo De Luca. Rispetto al testa a testa che ci si aspettava tra Giani e Ceccardi in Toscana e tra Emiliano e Fitto in Puglia, le proiezioni hanno regalato un ampio sorriso a Nicola Zingaretti: i candidati del Pd si sono affermato con un distacco più marcato del previsto sugli antagonisti di centrodestra. Emiliano è al 46,1% rispetto al 37% di Raffaele Fitto, mentre Eugenio Giani è al 47,2% contro il 40,8% di Susanna Ceccardi. In attesa dello scrutinio reale sembra essere stato decisivo il voto disgiunto di molti elettori di M5s, che hanno sì votato la lista del Movimento ma poi hanno votato come presidente i candidati con più chance di vittoria, cioè Emiliano e Giani. Infatti, i candidati governatori di M5s hanno ottenuto meno voti di quanto lasciassero pensare i sondaggi. In Puglia Antonella Laricchia si attesta all’11,9%, 3-5 punti meno delle aspettative, e in Toscana Irene Galletti non va oltre il 7,1%. Peraltro, in Puglia ha funzionato il voto di preferenza sui numerosissimi candidati al Consiglio regionale delle 15 liste che sostenevano Emiliano. Anzi, quelle che si riferivano esplicitamente a lui, hanno ottenuto il 27,3%, ben 10 punti più della lista del Pd. E qui si inserisce il discorso delle liste del Presidente. In Veneto la Lista Zaia è al 47,3% annichilendo Lega (14,9%), Fdi (8,3%) e FI (2,6%). In Liguria la Lista di Toti sale al 22,1% rispetto al 16% della Lega, al 9,4% di Fdi e al 4,3% di FI. Cifre che proiettano i due governatori su una dimensione di leadership nazionale. 

M5s ininfluente nel conto delle vittorie del Pd, tranne nella sconfitta nelle Marche 

M5s risulta ininfluente nella vittoria o nella sconfitta del Pd in cinque regioni su 6. In Liguria l'alleanza M5s-Pd su Ferruccio Sansa ha fallito l'obiettivo, e in Puglia e Toscana la corsa in solitaria del Movimento non ha influito sulla vittoria di Emiliano e Giani. Invece nelle Marche se il 9,3% del pentastellato Mercorelli si fosse sommato al 37,6% del dem Mangialardi, la partita con Acquaroli (47,3%) sarebbe stata aperta. E proprio questo rimprovera Zingaretti al M5s. Tra i partiti con i risultati più deludenti, a fianco di FI, c’è però anche Italia Viva. Il partito di Renzi è bloccato al 3,7% nella sua Toscana, e i candidati governatori renziani non sono andati meglio, anzi anche peggio: Scalfarotto al 2% in Puglia (ininfluente), Massardo al 2,8% (idem) in Liguria, Sbrollini sotto l'1% in Veneto (una batosta tremenda). 

Zingaretti esulta: “Siamo noi il perno dell’alleanza” 

Di sicuro, per il Pd, è ‘scampato pericolo’. La vittoria del Sì al referendum e il pareggio strappato quasi al 90esimo alle Regionali danno fiato al Governo di Giuseppe Conte e alla maggioranza. Nicola Zingaretti definisce ‘vincitori’ i Dem e bolla, senza troppo infierire, come “un pochino sconfitti” la Lega e “tutti coloro che volevano fare cadere il Governo”. Certo, qualche rimpianto resta: “Se ci avessero dato retta di più i nostri alleati avremmo vinto quasi ovunque”, è la frecciata che lancia ai Cinque stelle. Poi avvisa i pentastellati sulle battaglie future, dal Mes ai decreti sicurezza passando per i 209 miliardi del Recovery fund, da condurre “da alleati, non da avversari”. Il segretario dem riesce dunque nella doppia impresa di ridisegnare gli equilibri interni alla maggioranza e blindare - almeno per un po' - la sua leadership al Nazareno. “Io sono ancora qua” di Vasco Rossi è la colonna sonora montata su Zinga di spalle che gira tra le chat dei parlamentari. Insomma, nessun congresso straordinario e nessun timore che Bonaccini si candidi a rubargli il posto.

Il ‘percorso politico’ che Zingaretti ha in mente, però, è appena iniziato. Subirà nuovi scossoni - c'è da giurarci - quando sarà il momento di avanzare pretese di rimpasto, che nel Pd ormai tracimano, anche se sottotraccia, e nelle richieste già avanzate in chiaro ieri dal segretario: prendere i soldi del Mes e rivedere i decreti Sicurezza targati Salvini. 

Il centrodestra, ammaccato e un po’ suonato, reagisce

Il pareggio 3 a 3 - escludendo dal conto la Val D'Aosta - scuote il centrodestra e fa traballare la leadership di Matteo Salvini, ancora sconfitto in Toscana come accadde a gennaio in Emilia-Romagna. Il segretario leghista taglia corto parlando di 15 regioni su 20 in mano al centrodestra, però è evidente che i suoi piani erano altri. Per settimane aveva attribuito al Covid il crollo nei sondaggi. Ma il lockdown è ormai passato da mesi e i numeri non sono quelli delle europee. Anche la notizia della Lista Zaia che surclassa quella 'ufficiale' della Lega in Veneto rischia di riaprire la ‘vexata questio’ della competizione tra il ‘Doge’ e il ‘Capitano’. Va molto meglio a Giorgia Meloni che avanza ovunque, primo partito del centrodestra in Puglia come in Campania, conquista le Marche con un suo uomo ma manca l'en plein con Raffaele Fitto in Puglia. Ma è proprio in questa Regione che scatta l'ora dei veleni e dei sospetti incrociati: qui nelle settimane prima del voto s'è consumata una sfida nella sfida, una lotta a colpi di sondaggi, molto accesa, tra la Lega e Fratelli d'Italia per stabilire chi si dovesse candidare contro il governatore uscente Michele Emiliano. Alla fine, dopo una lunga serie di vertici tra i leader, la spuntò a fatica il partito di Giorgia Meloni, ma quella faida ha lasciato sul campo malumori e possibili strascichi e ripicche. Letti i primi dati, seppure parziali, fonti locali vicine a Fratelli d'Italia e Forza Italia, di fronte al crollo della Lega, hanno storto il naso, arrivando a ipotizzare scarso impegno, se non addirittura un boicottaggio ai danni di Fitto. I numeri sono quelli: il partito di Matteo Salvini, con il 7,9% dei consensi, è il terzo e ultimo partito della coalizione, battuto da FdI, al 13,3% e persino da Forza Italia, al 10,9%. Del resto, le stesse fonti, da tempo avevano notato la scarsa vicinanza del segretario leghista nei confronti di Fitto, durante il suo tour elettorale. Ed è proprio la sconfitta di Fitto, fa dire a Lorenzo Fontana, il numero due della Lega, quanto sia necessario per tutto il centrodestra aprire una riflessione nel Sud, a partire da un netto ricambio di personale politico. Veleni a parte, sono tante le partite che si aprono all'interno del centrodestra, ormai convinto che questo voto rafforzi l'esecutivo e che non ci sia stata alcuna spallata. In serata, direttamente Matteo Salvini lo ammette: “le elezioni anticipate non le chiedevo ieri e non le chiedo oggi. Prima ci sono meglio è, ma non per le elezioni regionali e il referendum”, chiarisce.

Ma il leader del Carroccio non può nemmeno intestarsi la vittoria a valanga di Luca Zaia in Veneto: il governatore triplica con la sua lista i consensi ottenuti dalla sola Lega. 

In crisi di consensi FI, in crollo verticale Iv 

In crisi di consensi FI, che stando ai dati scrutinati balla intorno alla doppia cifra, considerata - specie al sud - obiettivo minimo. Silvio Berlusconi, per evidenti motivi, non ha potuto partecipare come avrebbe voluto alla campagna elettorale, ma l'analisi del risultato non consente grossi alibi. Tanti, tra gli azzurri, navigano a vista in attesa di ricollocarsi in cerca di nuove fortune politiche. Un potenziale approdo potrebbe essere un grande ‘centro moderato’ da ricostruire con Renzi o Calenda. Ma Renzi, che pure esulta per lo ‘scampato pericolo’ in Toscana e si gode la vittoria di Giani e la sconfitta di Salvini, ha poco da festeggiare. Le percentuali raggiunte da Iv, però, restano inchiodate al 2-3%. “Abbiamo buttato un seme, avanti con Renzi”, commenta Ettore Rosato, ma dalle parti del Nazareno non la pensano esattamente così, anzi godono della sconfitta di Iv e fanno notare quanto poco sia stato ‘decisivo’ il suo apporto anche per la vittoria di Giani. 

L’M5s felice per il referendum ha poco da gioire per le Regionali 

Infine, il Movimento 5 stelle. Al di là della vittoria (netta) sul referendum, è alle prese con la riorganizzazione interna. Di Maio ieri ha riunito i 'big' alla Camera, rilanciando sulla necessità di rafforzare l'asse con i dem, anche in prospettiva delle prossime amministrative, ma senza arretrare sulle prossime battaglie, dal taglio degli stipendi dei parlamentari al conflitto d'interesse. Il responsabile della Farnesina non ha risparmiato chi ha condotto la partita sulle candidature alle Regionali (cioè Vito Crimi) e ribadito, con i suoi, che occorrerà ora una leadership forte. Ma dietro le quinte si prefigura uno scontro sul futuro. Da una parte l'ala che fa riferimento a Di Battista (l'europarlamentare Corrao ha chiesto un congresso altrimenti - ha sottolineato – “faremo la fine dell'Udeur”), dall'altra ‘l'ala governista’ (Di Maio più Fico) che punta su un organismo collegiale e un ‘primus inter pares’ che potrebbe essere proprio Di Maio.