L'emendamento che salva Denis "Verdoni": uno sconto da 5 milioni di euro

Il senatore di Ala e sostenitore della riforma costituzionale salvato da un codicillo su reati di evasione fiscale

Denis Verdini, senatore di Ala
Denis Verdini, senatore di Ala

A ciascuno il suo emendamento. C'è qualcosa di emozionante ed osceno nel modo plateale in cui, in questi tempi di basso impero, la politica si esercita nell'arte di parare il fondoschiena ai potenti.

Scopriamo, oggi da La Repubblica, che la commissione tributaria di Firenze, per via di un articolo introdotto nella legge di stabilità del 2016, è stata costretta ad accogliere un pacchetto di ricorsi presentati dal senatore Denis Verdini all'Agenzia delle entrate, per opporsi alle contestazioni che gli erano state mosse, su una raffica di reati di evasione su Iva, Aires, Irap e Irpef. 

Totale della cifra contestata? Una quisquilia: 5 milioni di euro. Infatti, simpaticamente, l'ineffabile Denis, oggi leader del suo Ala, non aveva voluto discriminare nessuna tassa, e secondo gli inquirenti si era astenuto dal pagarle tutte. Capita. Quello che è meno frequente, è che quando uno è nei guai possa ricorrere all'"emendamento amico", il servizio tempestivo per cui, casualmente, quattro deputati di maggioranza, che non fanno parte del tuo partito, ma che sono comunque nella tua maggioranza (quelli in questione erano di Scelta Civica), presentano proprio l'emendamento che ti tira fuori dai guai. Provvidenziale. 

L'altra fortuna è che - di certo ancora casualmente - un sottosegretario del governo (in questo caso Enrico Zanetti) si attiva per fare  suo quell'emendamento e trasformare quel codicillo in una lungimirante battaglia politica. Ovviamente ricordiamo tutti di quella meravigliosa impresa: già allora, senza sapere che tra i beneficiari ci sarebbe stato il leader di Ala, in molti avevano chiesto conto a Zanetti di queste norme.

E così, ai perfidi giustizialisti che senza conoscere l'effetto benefico (per Verdini) obiettavano che si trattava di una misura che avrebbe allentato la pressione sugli evasori, Zanetti aveva  risposto con provvidenziale spavalderia che si trattava di una "battaglia di civiltà", e di una "misura garantista". Garantista senza dubbio: grazie a questa norma - infatti - chi era denunciato e indagato per reati fiscali vedeva annullato il raddoppio dei termini di notifica degli accertamenti fiscali che consentivano agli inquirenti di poter portare a termini le indagini che lo riguardavano.

Ovviamente l'abolizione proposta dai prodi legislatori di Scelta civica valeva per tutti. Ma l'emendamento difeso da Zanetti, nel dubbio, si spingeva più in là, e aboliva anche una clausola di garanzia (della cosa pubblica) che teneva in vita gli accertamenti già notificati, quelli che erano arrivati entro il dicembre 2014.

Si trattava di una battaglia di principio, disse (anche) nello studio di Matrix Zanetti, quindi bisognava applicare le nuove norme con il massimo rigore possibile. Una grande battaglia ideale, davvero, che adesso consente al senatore della maggioranza, come ricorda Franca Selvatici, di risparmiare questo bel gruzzoletto, malgrado la commissione Tributaria abbia appurato che "l'attuazione di una estesa frode (fosse) funzionale all'arricchimento dei soggetti ideatori, fra cui Denis Verdini, unitamente all'amministratore di fiducia Massimo Parisi".

E cosa fa oggi Massimo Parisi? Casualmente anche lui il deputato, anche lui nel gruppo di Ala. Le notifiche della guardia Finanza erano avvenute, il 16 luglio 2014, nel perfetto rispetto delle regole (di allora). Ma il provvidenziale emendamento le ha riscritte in modo retroattivo, producendo il provvidenziale "sconto" da 5 milioni di euro, ma anche per centinaia di altri probi cittadini imputati di evasione. Un emendamento - come ci hanno insegnato le vicende di Etruria e Tempa rossa - è per sempre. Così come la meritata fama del mitico Denis Verdoni.