[Il retroscena] Verdini balla da solo con il primo amore, i repubblicani. Ultime manovre intorno alle coalizioni

Con i Pd al momento due liste per otto partiti. Stamani l’incontro Renzi-Bonino per definire la quarta gamba a sinistra A destra invece c’è una sorta di zampone, una macchina da guerra di voti e consenso locale. E dopo, cosa chiederanno?

Denis Verdini
Denis Verdini

Alle due di lunedì pomeriggio Denis Verdini scende a piedi per via Calzaiuoli, una traversa di via Tornabuoni, nel cuore di Firenze, giornata di sole, fresca. “Domani riunisco a Roma i miei e si decide…”. Intenzioni? “Faremo questa lista, abbiamo il simbolo dei repubblicani, siamo esentati dalla raccolta firme, ci proviamo…”.  Andrete soli o in coalizione? “Da soli, non in coalizione con il Pd…”. Il resto sono due chiacchiere sui meccanismi della legge elettorale, sulla correzione maggioritaria, previsioni e pronostici su favoriti e non. Quello che qui conta sapere, salvo clamorosi colpi di scena, è che il gruppo parlamentare Ala, nato da una delle tante scissioni da Forza Italia (luglio 2015), farà un tentativo di restare in Parlamento in cerca soprattutto di uno scudo giudiziario per il suo fondatore (due le condanne in primo grado e tre i rinvii a giudizio già decisi) ma non chiederà apparentamenti a nessuno. Meno che mai al Pd di Matteo Renzi. Certo, Ala è stata spesso decisiva negli ultimi mesi della legislatura, in certe votazioni ha persino garantito il numero legale per avviare le sedute. Ma, grazie, lo scambio di cortesie finisce qui. Verdini, 66 anni, è uomo di mondo, capisce e abbozza.

L'Ala si chiude

Probabilmente la sua storia  parlamentare finisce qui, dopo quattro legislature, un’avventura politica iniziata nel 1994 con Forza Italia. Ma i primi passi in politica li fa con le insegne del Partito Repubblicano all’ombra di quel Giovanni Spadolini con cui si laureò alla Cesare Alfieri di Firenze e con cui mosse i primi passi in politica. Ha un senso, quindi, che il tentativo di restare in Parlamento sia anche un ritorno - catartico? -  alle origini. Molti analisti politici continuano a sostenere che i verdiniani saranno inglobati nel vasto campo di gara del Pd. Matteo Renzi semplicemente non può aprire all’apparentamento con i verdiniani di Ala. E sarebbe uno stratagemma di breve durata cercare di piazzare qualche fedelissimo di Verdini qua e là nelle liste del Pd. Quindi o Ala-Pri prende il 3 per cento o dicono addio a seggi e Parlamento. 

Oggi la decisione finale per +Europa  

Chiarito questo punto, su cui molti organi di informazione ancora oggi scommettono, conviene dare un’occhiata ai “piccoli” di entrambe le coalizioni. Per quanto finte, di facciata, destinate a sfasciarsi la sera stessa del 4 marzo, vittime di una legge elettorale che non prevede neppure un programma comune, hanno comunque in mano un terzo dei collegi, quelli che il Rosatellum assegna con il metodo maggioritario. E, forse, i voti delle coalizioni, dove ciascun partito corre per conto suo nonostante l’apparentamento,  potranno essere decisivi anche nei 2/3 dei collegi proporzionali visto che se la singola lista non prende il 3 per cento ma supera l’1%, consegna il suo tesoretto di voti alla capofila. Tra i piccoli in coalizione con il Pd non c’è dubbio che brilli per storia e personalità la lista “+Europa” di Emma Bonino, ammessa alla competizione grazie al simbolo di Centro democratico di Bruno Tabacci.  Il fatto è che a quattro giorni dalla dead line per comunicare simbolo e apparentamenti (al Viminale entro le 16 di domenica), nonostante i numerosi annunci, ancora non c’è una certezza sul destino della lista europeista. “Ci vediamo domani mattina per decidere - ha detto ieri sera Bonino ospite di Bianca Berlinguer a Carta Bianca - perché non c’è dubbio con l'arrivo di Centro Democratico, che ringrazio ancora, si sia creata una situazione su cui riflettere”. La trattativa è ancora in corso, da oltre dieci giorni. Dove concludersi sabato, poi domenica, poi ieri. Sarà oggi la volta buona?   

"Valorizzare": cioè?

“Il punto è se si valorizza o no l'apporto di +Europa. Il tema di questa campagna elettorale è il confronto tra sovranisti e Europeisti, noi siamo nati per portare in campagna elettorale e tra i temi del governo il piano per avere ancora più Europa”. Il punto è capire cosa significa realmente “valorizzare”: dare più posti sicuri nelle liste? E quanti? Tabacci, dalla sua, ha messo in testa a Emma che “noi possiamo andare da soli, il 3 per cento è alla nostra portata”. I sondaggi danno la lista intorno all’1,2 sapendo però che per i piccoli partiti gli stessi ricercatori ammettono una forbice del due per cento. Dunque, impossibile basarsi sui sondaggi.  Nessuno lo ammette perché non è elegante, ma è chiaro che “valorizzare” ha a che fare con i posti sicuri nelle liste. Il Pd ne aveva riservati quattro per la lista di Bonino. Vista la situazione - sono un’ottantina i collegi sicuri per lo stesso Pd - non sono pochi. In prima battuta l’idea era di fare spazio e volentieri a Bonino, Della Vedova, Magi e Cappato. L’arrivo di Tabacci allarga come minimo a cinque l’ospitalità. Ma il titolare di Centro democratico ne vuole almeno due. E qui la situazione, al di là del nobile “valorizzare”, si è complicata. I posti sicuri dovrebbero restare quattro. Tabacci dovrà fare un passo indietro. Così come lo ha già fatto ieri Marco Cappato annunciando una tattica “rinuncia” al seggio per non ostacolare nessuno con il processo in corso in cui è imputato per la morte di dj Fabo. 

“Prometto di abolire tutte le bufale”

Una buona fetta di italiani saluta con piacere la discesa in campo della guerriera Emma Bonino. Per le battaglie che rappresenta da una vita sui diritti civili. E per quel disincanto che riesce a mettere a nudo ogni questione. “Io prometto di abolire tutte le bufale della campagna elettorale. Il nostro problema è il debito pubblico, 70 miliardi di interessi ogni anno, fanno tre finanziarie. Di che stiamo parlando?” ha detto ieri a proposito delle abolizioni che fioccano da destra e da sinistra.  La verità è anche che avere Emma accanto in squadra, significa mettere in conto da subito una serie di polemiche: sull’immigrazione  (“occorre andare oltre la Bossi Fini, una legge non più adeguata, e riaprire da subito canali legali di ingresso nel nostro paese”), sull’integrazione (“un fatto positivo”) e sui diritti civili e sull’aborto dove le differenze con l’alleata centrista Beatrice Lorenzin sono grosse come una casa. Anche per questo in campagna elettorale il Pd cercherà di puntare soprattutto sulla cifra Europeista.  “A livello nazionale siamo impegnati in uno sforzo per delineare una proposta politica nuova all'insegna dell’europeismo - ha detto ieri Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri - perchè siamo convinti che lo scontro vero prima e dopo il voto sarà tra europeisti e sovranisti, questo è il vero bipolarismo”. Ecco perché l’unico alleato possibile è il Pd, “la forza più europeista o meno antieuropeista tra quelle in campo”. 

Due simboli per otto partiti, 4 posti non sicuri   

Pagnoncelli, sondaggista mai troppo tenero con il cenrosinistra, sabato assegnava al Pd 152 seggi alla Camera (oggi sono un centinaio in più) di cui 107 con il proporzionale e 45 con il maggioritario. Una consistente cura dimagrante rispetto alla legislatura appena conclusa. In coalizione con il Pd sono già entrati la lista Insieme  e Civica popolare. Si tratta di ben otto partiti. Sotto “Insieme” ballano Socialisti, Verdi e prodiani con un pezzetto di Campo Progressista. Sotto il fiore petaloso, perché Rutelli ha interdetto l’uso della Margherita, di “Civica popolare” ballano Alternativa popolare di Alfano (che non si candida), L’Italia è popolare di Giovanni De Mita,  l’Unione del Trentino Dellai, Centristi per l’Europa di Casini e Italia dei valori. Volendo stare bassi, è chiaro che andrebbero trovati i posti per almeno otto leader-segretari, uno per ciascuna formazione. Ma il Pd non è in grado di garantire dodici posti (4 per i Radicali e 8 per questi) sicuri ad alleati che, francamente, vengono quotati appena intorno all’1 per cento (sotto l’un per cento i voti vengono distribuiti a livello generale). Ed ecco che in queste ore stanno un po’ tutti alzando la voce per reclamare “valorizzazione”. Per le liste c’è ancora tempo fino al 31 gennaio. Indiscrezioni del Nazareno, dove vengono fatte le liste, spiegano che “si sta cercando di fare di tutto per tutelare Lorenzin e Casini” in Civica popolare  e “Nencini e Bonelli per la lista Insieme”. Portarli tutti in Parlamento sarebbe già un successo. L’alternativa è che ciascuno di loro faccia una grande campagna elettorale e superi il 3 per cento. Allora ci sarebbe posto anche per qualche illustre, ad esempio Fabrizio Cicchitto e Gianpaolo D’Alia, destinati altrimenti a restare fuori.

La quarta gamba nel centro destra, procacciatori di voti    

Se nel centrosinistra le gambe sono ancora tre e mezzo, nel centrodestra sono stabilmente quattro già da dieci giorni. Si chiama “Noi con L’Italia” e tiene dentro talmente tante sigle e formazioni che è facile perdere il conto. Quella più pesante è certamente l’Udc di Lorenzo Cesa che con i simbolo dello scudo crociato pesa intorno al 2 per cento. Poi ci sono Tosi, Fitto, Quagliariello, Lupi, Romano. La quarta gamba ha una mission chiarissima: raccogliere voti sul territorio, soprattutto al sud dove la Lega, checchè ne dica Salvini che infatti non li voleva (“poltronari e riciclati”),grazie alle rete di clientele locali. In premessa va detto che  al centro destra, sempre Pagnoncelli, assegna 269 seggi. “Più poltrone che culi rendono tutto più facile” ebbe a dire la scorsa settimana un dirigente Forza Italia. La quarta gamba è una galleria di volti e di storie. Soprattutto la somma di piccoli poteri locali che Ghedini e Letta hanno selezionato per portare voti, un lavoraccio che in pochi sanno più fare. Sul pulmino di Raffaele Fitto(Direzione Italia) ci sono Pierpaolo Vargiu, leader dei Riformatori sardi (vale il 6% in Sardegna); Renzo Tondo, leader degli Autonomisti responsabili friulani; Michele Iorio, leader di Insieme per il Molise; Roberto Rosso che si porta un po’ di voti di Torino e il conducente Fitto che garantisce un somma di “zero virgola” in Puglia che posso arrivare all’uno. Enrico Costa è nella quarta gamba più per questioni di antico affetto che per legami col territorio. Gaetano Quagliariello ha una sua nicchia, elitaria, di voti. Saverio Romano, l’ex ministro all’Agricoltura, leader di Cantiere popolare, sbanca in Sicilia (alle regionali ha preso il 7 per cento). Antonio Gentile, un altro sottosegretario del governo Letta, ha lasciato negli ultimi giorni Alternativa popolare di Alfano per riposizionarsi subito nel centro destra. Berlusconi gli ha dedicato un comunicato per ringrazialo. Di Cesa abbiamo già detto. Restano da segnalare un paio di recenti acquisti da Energie per l’Italia di Stefano Parisi (ad esempio Daniele Nava, Lecco) che non si capisce per quale ripicca Berlusconi non lo voglia in coalizione. O forse è Salvini che punta i piedi. Comunque la quarta gara è stata costruita a tavolino per portare voti. La domanda è: cosa vorranno, dopo, a titolo di risarcimento politico, questi signori?