Interventi personali, votazioni separate: così la Meloni e Fratelli d’Italia bloccano il Parlamento

A Montecitorio e Palazzo Madama le sedute sono monopolizzate dagli interventi degli uomini e delle donne di Giorgia Meloni, fermati nelle loro maratone verbali soltanto dal regolamento e dai vicepresidenti di turno

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Foto Ansa)

Giorno dopo giorno, le sedute di Montecitorio e Palazzo Madama si susseguono da due mesi ormai sempre uguali a se stesse. Ogni tanto, come martedì mattina in Senato con un nuovo record di durata flash, con sei minuti dalle 11 alle 11,06, con le comunicazioni della vicepresidente Paola Taverna, e nemmeno quasi più i brividi dei cambi di gruppo. Attenzione, ho detto “quasi”: anche questa settimana, un passaggio c’è stato: quello alla Lega dell’ex azzurro siciliano Antonino Salvatore Germanà, che ha lasciato il Misto, dove era approdato con la componente di Maurizio Lupi, del sottosegretario alla Salute Andrea Costa e di Vittorio Sgarbi, che si chiama Noi con l'Italia-USEI-Rinascimento AdC.

E' quasi calma piatta

E poi, anche questo un piccolo classico degli atti parlamentari, c’è stato un gruppetto che ha cambiato nome: gli “Europeisti-MAIE-PSI” ora si chiamano solamente “MAIE-PSI”, mandando definitivamente in soffitta anche a Montecitorio l’infausto nome Europeisti, i responsabili e costruttori di Conte, spuntati sotto l’ombrello del MAIE, il Movimento associativo Italiani all’Estero e del Partito socialista di Riccardo Nencini. Ma, per l’appunto, è quasi calma piatta rispetto alla raffica di cambi di gruppo delle scorse settimane, un’increspatura nel mare tranquillo e limaccioso delle sedute standard. Che, ormai, hanno un andamento classico: i deputati e i senatori dei gruppi di maggioranza intervengono il minimo possibile, solitamente per dichiarazioni di voto finale su un provvedimento, o per rafforzare un concetto. Ma, per l’appunto, tutti i gruppi di maggioranza sono soliti sostanzialmente tacere.

Gli interventi dei deputati di Fratelli d'Italia

Eppure, soprattutto le sedute di metà settimana – dal martedì al giovedì pomeriggio – sono sedute fiume, a volte anche con un prolungamento oltre le 23. Tutto ciò dipende sostanzialmente dalla forte affermazione di opposizione dei (pochi) che sono rimasti fuori dal perimetro della maggioranza di Mario Draghi. E così, a Montecitorio, si fanno sentire gli ex pentastellati sparsi di L’Alternativa c’è, una componente del Misto, e gli altri ex del MoVimento, sparsi nei gruppi Misti di Montecitorio e Palazzo Madama, come abbiamo raccontato su Tiscali.it destinati a non reincontrarsi mai. Ma, soprattutto, le sedute sono monopolizzate dagli interventi degli uomini e delle donne di Giorgia Meloni, fermati nelle loro maratone verbali soltanto dal regolamento e dai vicepresidenti di turno, persino dai loro compagni di partito Fabio Rampelli alla Camera dei deputati e Ignazio La Russa al Senato della Repubblica. Che poi, spesso, appena terminato il loro turno di presidenza, scendono dallo scranno più alto di Montecitorio e Palazzo Madama e tornano a sedersi fra i loro compagni di gruppo e a fare opposizione e ostruzionismo pure loro, ovviamente con toni lontani da estremismi verbali e polemiche eccessive come quelle che magari hanno censurato pochi minuti prima come vicepresidenti.

Gli interventi a titolo personale 

Intendiamoci, nulla a che vedere con l’ostruzionismo radicale contro la legge Cossiga sul fermo prolungato di polizia, quando sedici deputati pannelliani presentarono 7500 emendamenti e parlarono 95 ore, con interventi anche di più di otto ore ciascuno. Né al record di Marco Boato che l’anno successivo, sempre per una legge sul fermo di polizia, iniziò a parlare alle 20,10 di un giorno e smise il giorno dopo alle 14,15, dopo diciotto ore e cinque minuti. Record che superò quello raggiunto pochi giorni prima da Massimo Teodori, suo compagno di partito, che a sua volta aveva superato le sedici ore dello stesso Boato. Insomma, dopo quella storia la maggioranza cambiò i regolamenti parlamentare e oggi il “filibustering” di Fratelli d’Italia si nutre di poche cose: la possibilità di “interventi a titolo personale” di un minuto ciascuno all’interno dello spazio attribuito ai gruppi che permette di dilatare i tempi agli uomini di Giorgia Meloni e che ha sostituito gli interventi in dissenso, che spesso erano fittizi proprio per guadagnare (o, meglio, perdere) tempo. E la richiesta di votazione dei documenti “per parti separate” che significa che vengono presentate mozioni ed altri documenti che contengono moltissimi punti, contrassegnati da lettere dalla a a volte alla zeta, e quindi l’aula di Montecitorio è chiamata ad esprimersi su ciascuno dei punti, votando su tutti, uno per uno e quindi amplificando i tempi necessari ad esaminare questi atti, che invece verrebbero archiviati tutti insieme se si votasse l’intero documento dall’inizio alla fine.

Le truppe di Giorgia Meloni

In questo momento le truppe di Giorgia ammontano a trentasei deputati e venti senatori e quindi a volte le Camere passano intere giornate per “portare a casa il risultato”, bypassando il mini-ostruzionismo dei Fratelli d’Italia.
Quando si capisce che un provvedimento è più indigesto del solito ai gruppi presieduti da Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani, allora Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati schierano i loro fuoriclasse dello “sminamento” d’aula che, con toni soft, spesso ironici e raramente oppositivi riescono a portare a casa il risultato senza tumulti e con la forza delle battute. Alla Camera il più bravo a fare questo è Ettore Rosato, vicepresidente e dirigente di Italia Viva (e Matteo Renzi può contare nelle sue file anche su Roberto Giachetti, che è di scuola radicale e quindi bravissimo in aula per definizione, perfetto sia nei panni dell’oppositore, sia in quello del gestore d’aula); al Senato è il leghista Roberto Calderoli, ringalluzzito anche dal fatto di essere lui stesso un maestro di ostruzionismo. E quindi lui, piromane di natura, è perfetto anche come pompiere, come il draghetto Grisù.

Le strategie di Giorgia

L’altra cosa che funziona benissimo nelle strategie di Fratelli d’Italia – con Giorgia peraltro attentissima a non rompere mai del tutto con Draghi, basti pensare alla massiccia partecipazione di esponenti del governo al convegno del partito di Giorgia Meloni sulle nuove tecnologie – è quella degli interventi che formalmente sono contro il governo, ma sostanzialmente sono contro il resto del centrodestra di governo e sostanzialmente contro le politiche della Lega di Salvini, con un occhio e quasi due alle amministrative, alle regionali e alle suppletive di settembre-ottobre, fedeli al vecchio motto “competition is competion”. E così bastava accedere la tivù sul Tg1 l’altro giorno per imbattersi in Isabella Rauti che spiegava che quel pomeriggio avrebbero “stanato” in aula chi preferiva lasciare il programma cashback, anziché devolvere quei soldi alle categorie in difficoltà – e la polemica non era certo con pentastellati e piddini, almeno non quella principale – oppure interventi come quelli del deputato meloniano Tommaso Foti che, fra gli applausi dei suoi compagni di gruppo che l’hanno interrotto addirittura due volte, ha attaccato, spiegando il loro ostruzionismo: “Scusi, Presidente, dato che è stata chiesta, ovviamente, una sospensione, che capiamo per ragioni tecniche sia anche dovuta, volevo però far presente che noi non abbiamo perso tempo in questi due giorni. Saremmo stati molto più lieti se ieri, in VIII Commissione, quando si votava il problema delle moschee, che è un problema serio, soprattutto nei locali abusivi, non fossimo stati gli unici del centrodestra a sostenere quella battaglia”. E qui il riassunto è quello di sempre, lo stesso che vediamo anche al Copasir: “Competion is competition”.