Maggioranza e Parlamento allo sbando: come siamo arrivati a questo punto lo raccontano le sedute

Lavori che si interrompono dopo neanche un quarto d'ora, dibattito sconosciuto, rinvio che arriva non annunciato. Dietro le quinte di un teatrino dell'assurdo

Fico, Orlando, Boschi
Fico, Orlando, Boschi

Quello che sto per raccontare, in qualche modo è più illuminante di un retroscena politico su crisi di governo, rimpasti, Conte ter o Draghi uno, cambi di maggioranza, governissimi, varie ed eventuali. Perché è il racconto della stessa identica storia, di una maggioranza e di un Parlamento in questo momento allo sbando, visti però con gli occhiali degli atti parlamentari, della scena e non del retroscena. E partiamo da quello che dovrebbe essere l’atto più importante dell’anno, soprattutto di quest’anno: l’approvazione della legge di Bilancio.

Il dibattito parlamentare, questo sconosciuto

In realtà il 2020 è stato un anno particolare, ovviamente anche da questo punto di vista, ed è come se fossimo alla terza o quarta Finanziaria dell’anno. E già sappiamo che sia alla Camera, sia soprattutto al Senato, dove si voterà negli ultimissimi giorni del 2020, il documento sarà blindato e con ogni probabilità passerà con un voto di fiducia. Insomma, che la situazione fosse particolare e poco rispettosa del dibattito parlamentare si sapeva. Ma, in questi giorni e soprattutto lunedì a Montecitorio e a Palazzo Madama siamo andati oltre. E, per raccontarlo, occorre fare un piccolissimo passo indietro, a venerdì scorso alle 15,20, quando il presidente della Camera Roberto Fico ha salutato i colleghi dicendo: “Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta. Lunedì 21 dicembre 2020 - Ore 11: (ore 11, con votazioni non prima delle ore 15) 1. Discussione del disegno di legge: Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2021 e bilancio pluriennale per il triennio 2021-2023. (C. 2790-bis)”.

La votazione non c'è, il rinvio sì ma non annunciato

Ma, in verità, lunedì mattina alle 11 non c’è stata nessuna seduta e alle 15 non c’è stata nessuna votazione e tutto è stato aggiornato a ieri. Capita. La novità assoluta è che tutto questo è avvenuto senza che nemmeno ci sia stata una mini-seduta per annunciare il ritardo e il rinvio del provvedimento, come accade generalmente in questi casi. Niente. Semplicemente un rinvio, ma senza che figurasse in nessun atto della Camera dei deputati. Ma, se possibile, sempre lunedì, il Senato della Repubblica ha fatto addirittura di più.

Tutta la politica in crisi, minuto per minuto

In una seduta che vale la pena raccontare come una puntata di “Tutto il calcio minuto per minuto”, anche perché davvero si potrebbe raccontare “Minuto per minuto”. La duecentottantaseiesima seduta pubblica del Senato era convocata per le 17, è iniziata poco in ritardo, alle 17,02, e si è conclusa alle 17,16, dopo soli quattordici minuti “di gioco”. In verità si dovrebbe dire dopo soli quattordici minuti di lavori, ma anche “di gioco” ci sta perché la vicepresidente di turno, la piddina Anna Rossomando, ha aperto la seduta annunciando: “L'ordine del giorno reca: «Comunicazioni del Presidente». Colleghi, comunico che la Conferenza dei Capigruppo è convocata lunedì 28 dicembre, alle ore 16. Il Senato tornerà quindi a riunirsi lunedì 28 dicembre, alle ore 17, con all'ordine del giorno: «Comunicazioni del Presidente»”.

Le "comunicazioni del presidente

E questo è un capolavoro assoluto, peraltro simile a un altro capitato qualche settimana fa e sempre puntualmente raccontato da Tiscali.it: i senatori sono stati convocati per “Comunicazioni del presidente” che consistevano nell’annunciare che fra una settimana esatta, alla stessa identica ora, verranno convocati per “Comunicazioni del presidente””. Ionesco non avrebbe saputo scrivere di meglio, Samuel Beckett nemmeno. E in qualche modo anche la citazione degli autori del teatro dell’assurdo non è casuale e riporta a quello che è uno dei migliori - forse il migliore, per ora con la minuscola, ma c’è sempre tempo per la maiuscola – protagonisti di questa fase politica: il vicesegretario del Pd Andrea Orlando.

Il teatro dell'assurdo

A un certo punto, si parlò di lui come candidato alle primarie per scegliere l'anti-Toti alle scorse regionali in Liguria e la sua classica rivale (e storica amica di gioventù, nella sezione Limone della Spezia) Raffaella Paita, oggi renziana presidente della Commissione Trasporti di Montecitorio, che poi venne candidata e sconfitta, ironizzò: "Sembra Aspettando Godot". E Orlando, replicando in un’intervista pubblica a Tommaso Labate alla Festa dell'Unità al Porto Antico di Genova: "Non ho tanto tempo di andare a teatro, ma quando ci vado scelgo spettacoli migliori di Godot e del teatro dell'assurdo. Diciamo che non è il mio genere". Invece, al Senato, tutto questo va per la maggiore. E la seduta di lunedì passerà alla storia, oltre che per la meraviglia di fare una seduta di comunicazioni del presidente solo per annunciarne un’altra di comunicazioni del presidente, per essere stata anche un “quasi monocolore pentastellato”, una scena che difficilmente si potrà vedere nella prossima legislatura. Perché, approfittando degli interventi di fine seduta, i temi liberi alla fine di ogni riunione, a parte la vicepresidente Rossomando, gli altri che hanno parlato erano tutti del MoVimento.

"Fermo restano la fiducia incondizionata nel governo"

Con tutte le sfumature di Cinque Stelle: Gianluca Castaldi, sottosegretario grillino alla presidenza del Consiglio con delega ai Rapporti col Parlamento è intervenuto sull’incidente nella fabbrica di esplosivo; Gabriele Lanzi, pentastellato pure lui, sulla canapa industriale; Arnaldo Lomuti anch’esso uomo del MoVimento, ha firmato la scontentezza di una parte della base con un durissimo intervento sui mutui, “ferma restando la fiducia incondizionata verso il governo e il presidente Conte”. In verità, tanto incondizionata la fiducia di Lomuti dal punto di vista dialettico non è stata: “Su questo, signor Presidente, bisogna intervenire con molto più coraggio. Certo, è vero, ognuno di noi è responsabile delle proprie scelte economiche e a pagarne le conseguenze non può e non deve essere il creditore, ma, al contempo, un Governo non può lasciare i propri cittadini in difficoltà, in balia di banche, istituti di credito e intermediari finanziari o, peggio ancora, organizzazioni criminali che di questo fenomeno hanno fatto un vero e proprio business spietato”. Insomma, addirittura nei quattordici minuti di una seduta soft è emerso un mal di pancia pentastellato. E il monocolore è continuato persino con il segretario d’aula di turno, Sergio Puglia, anche lui del MoVimento.

Calderoli il grande ostruzionista

Ma quella seduta è stata la punta dell’iceberg di un dicembre, come dire? molto particolare, a Palazzo Madama: sette sedute (più i quattordici minuti di lunedì) nelle giornate: 2, 9, 14, 15, 16, 17 e 18 dicembre, le ultime dedicate soprattutto alla cancellazione delle leggi Salvini sull’immigrazione. Ovviamente, con la Lega scatenata e un ostruzionismo che ha avuto come sempre il suo regista massimo in Roberto Calderoli – da sempre il più bravo di tutti ad interpretare i regolamenti parlamentari, un fuoriclasse dell’ostruzionismo e della gestione dell’aula - che in questa partita è stato a tratti contemporaneamente l’organizzatore del casino e il censore del casino quando era seduto alla presidenza da vicepresidente e ha richiamato i suoi compagni di partito che usavano i fischietti in aula che non pare azzardato possa aver contribuito a distribuire proprio lui. Ma Calderoli ha anche portato a casa due mancanze del numero legale in aula che hanno fatto slittare i lavori.

Il cellulare che piove dall'alto

A un certo punto, è successo anche che – visto che per le misure antiCovid alcuni senatori anziché stare in aula si siedono sulle tribune del pubblico e della stampa – è caduto dall’alto un telefonino, creando trambusto in aula e brusio. Ed è stata ancora Anna Rossomando a gestire l’aula quel giorno: “Colleghi, mi pare che fortunatamente non sia successo niente. Possiamo proseguire. Vi tranquillizzo, potete assolutamente continuare a seguire l'intervento. Il senatore Questore De Poli mi fa presente di avvisare i colleghi che siedono sulle tribune di non appoggiarsi alle cosiddette balconate e di non distrarsi, perché i telefonini si sa che hanno una vita propria e camminano anche da soli”. E Calderoli, fra gli applausi: “Signor Presidente, faccio una piccola premessa su quanto appena accaduto. Mai avrei pensato che fare il senatore fosse così pericoloso e come qualche senatore sia così pericoloso. Spero che la Presidenza consentirà di venire in Aula con il casco e ovviamente con la necessaria mascherina”. Rossomando: “C'è anche una certa prontezza dei senatori e, quindi, controbilanciamo”. E ancora Calderoli: ”Io parlerei di una certa fortuna in questo caso. È ancora con un telefono in mano che sporge oltre la balaustra e l'altro ce l'ha in mano. Io credo che sia una recidiva quella che sta accadendo e richiedo un richiamo formale”.

Un paradosso che fa capire tante cose

Su, su fino all’ultimo capolavoro situazionista, sempre di Calderoli. Che è riuscito ad organizzare la richiesta di un cambiamento dell’ordine dei lavori, per il quale il regolamento permette un intervento a favore e uno contro, coinvolgendo i due senatori suoi vicini di banco e di partito: uno ha detto che era d’accordo con Calderoli, su richiesta di Calderoli. E il vicino ha detto che era in disaccordo con Calderoli, sempre su richiesta di Calderoli. Splendida pagina di teatro dell’assurdo e perfetta immagine di questa settimana in Parlamento. Chiusi i teatri, almeno Montecitorio e Palazzo Madama non deludono mai. Dev’essere quello che Berlusconi chiamava “il teatrino della politica”.