[Il caso] L’ultimo bluff di Salvini: non si dimette, fa marcia indietro e rilancia. E nasce un’altra maggioranza Pd-Leu e 5 Stelle

Il segretario della Lega dà buca a Berlusconi: dopo vari rinvii, quando capisce di aver persone, decide di non andare. Quirinale perplesso dagli ultimi sviluppi. Urge interpretazione urgente se sia possibile congelare per cinque la nuova riforma delle Camere. E’ l’ultimo azzardo della Lega

[Il caso] L’ultimo bluff di Salvini: non si dimette, fa marcia indietro e rilancia. E nasce un’altra maggioranza  Pd-Leu e 5 Stelle

I senatori hanno tutti alzato “il culo” , hanno lasciato i lidi e le vacanze e sono rientrati a palazzo Madama. Come li aveva gentilmente invitati a fare il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Solo che una volta in aula si sono trovati davanti un altro leader e un’altra storia. E della crisi di cui tutti parliamo con preoccupazione e sgomento da otto giorni restano tante parole ma nessun fatto. L’ultimo bluff  di una estenuante partita a poker. A sorpresa infatti Matteo Salvini - versione barba e capelli ispidi e occhio arrossato - non si dimette (nè lui nè i suoi sette ministri), conferma la mozione di sfiducia al premier Conte ma un minuto dopo propone ai 5 Stelle di approvare subito la riforma costituzionale che prevede il taglio di 345 parlamentari. E un minuto dopo chiudere la legislatura e andare a votare. Con le vecchie regole, però, perchè il taglio sebbene approvato può entrare in vigore della legislatura successiva.

Un barbatrucco

Nella forma è un rilancio “agli amici e colleghi dei 5 Stelle”, della serie riproviamoci ancora un po’ prima di lasciarci del tutto. Nella sostanza un barbatrucco di Salvini che getta di nuovo in tribuna la palla della crisi. Nell’insieme un tentativo di camuffare, confondere, mettere in secondo piano la vera realtà politica di ieri. Compare alle 19 e 09 sul tabellone elettronico dell’aula del Senato: esiste una nuova maggioranza, abbastanza larga, circa una ventina di voti di scarto (158 a 135) che comprende Pd, M5s, Leu, Autonomie, Socialisti, + Europa, Misto. Dall’altra parte, in minoranza, il centrodestra unito a traino leghista. E’ l’elemento possibile certo ma giudicato improbabile da Salvini una settimana fa quando ha deciso che il tempo del governo del cambiamento era scaduto. Sottovalutando però un paio di variabili importanti: una volta eletti, gli onorevoli parlamentari fanno fatica a chiudere anticipatamente la legislatura e tornare a casa senza garanzie per il futuro; la nostra è ancora una repubblica parlamentare dove solo il Parlamento può decidere se e quando aprire una crisi di governo. Certo, Salvini avrebbe voluto le dimissioni di Conte subito, già una settimana fa e aver già sciolto le Camere.  Ma nel momento in cui il premier ha promesso “la crisi più trasparente nella storia della Repubblica”, ovverosia la cosiddetta parlamentarizzazione, il canovaccio della storia ha iniziato a ribaltarsi. Fino ad oggi quando il Pd è diventato maggioranza e la Lega è tornata minoranza.

Jolly o azzardo?

Il rilancio di Salvini è stato inatteso. Ieri tutti si aspettavano la sue dimissioni e non una nuova offerta. Che, al solito,  risulta mediaticamente molto efficace visto che notizia più vista e seguita di tutta la giornata sarà proprio la proposta “indecente” di Salvini. Ha spiegato infatti il segretario della Lega: “L'articolo 4 della legge costituzionale” per il taglio dei parlamentari “dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere” quella legge “entra in vigore nella legislatura successiva”.

Tempo 5 minuti e i costituzionalisti si sono messi subito al lavoro.

Gli aspetti da valutare sono almeno due. Il primo:  quante possibilità di sopravvivenza ha una proposta di riforma costituzionale, ancora in attesa di referendum, nonostante le probabili dimissioni del presidente del Consiglio o la sua sfiducia al Senato il prossimo 20 agosto? Il secondo è se l'unanimità manifestata dei capigruppo possa comunque consentire l'iter della riforma a prescindere dalla caduta dell'attuale esecutivo.

Costituzionalisti al lavoro

Sembrano divisi sulla possibilità di ritenere valido il taglio dei parlamentari anche in caso di scioglimento delle Camere nei giorni immediatamente successivi. Ci sono tante prime volte in questa crisi. I dubbi si riflettono anche al Quirinale dove la questione è allo studio “con qualche perplessità”  sulla possibilità di varare una riforma che modifica radicalmente la composizione del Parlamento per poi congelarla per i successivi cinque anni. Si fa notare che l'unico precedente in cui si svolsero elezioni politiche dopo il quadruplo passaggio parlamentare di riforma costituzionale e prima del referendum ha due differenze rispetto ad ora: il tempo per raccogliere le firme era stato concesso prima di andare alle elezioni politiche; la riforma non riguardava la composizione del Parlamento.

A questo punto entrano in gioco costituzionalisti e esperti in materia: si può votare dopo il via libera finale alla riforma costituzionale ma prima dell'eventuale referendum? Roberto Calderoli, il senatore della Lega esperto di regolamenti e procedure e probabile suggeritore del blitz,  non ci sono dubbi: “Certo che è possibile”. Di parere contrario Stefano Ceccanti, docente e deputato Pd. “Ci sono due problemi per la mossa propagandistica di Salvini: dopo le comunicazioni di Conte il 20, si apre la crisi e sono possibili solo atti dovuti”.  Il secondo problema è che “tra il quarto voto finale e l'applicabilità della riforma passano circa sei-sette mesi sulla base della legge 352 1970 e della 51 del 2019”. Anche per Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato a Perugia, l'iter della riforma non può essere bloccato. “Quella di Salvini - osserva - è stata un’abile mossa mediatica ma politicamente molto azzardata”.

Salvini dà buca al Cavaliere

In tutta questa storia è centrale il ruolo di Forza Italia. In quattordici mesi il partito di Silvio Berlusconi, un tempo anima e cuore del centrodestra, è stato cannibalizzato dalla Lega e ridotto tra il 6 e il 7 per cento. La scissione di Toti, nell’ultimo mese, è sembrata essere la mazzata finale. L’accelerazione sulla crisi impressa da Salvini ha ridato centralità al partito, a Berlusconi e soprattutto a ciò che rappresenta per il centrodestra: la parte liberal, moderata, europeista e atlantista del centrodestra. Una “faccia” di cui Salvini non può fare a meno per la campagna da premier. A questo punto però, se qualcuno dei big considera scontato e inevitabile l’assorbimento di Fi nella Lega, qualcun altro dei big tra cui Berlusconi e Gianni Letta è invece convinta del contrario e che Forza Italia debba mantenersi autonoma rispetto alla Lega. Due soggetti politici diversi e quindi distinti. All’apertura della crisi Salvini e Berlusconi si sono subito parlati e il Cavaliere ha chiarito di credere ancora nel progetto del centrodestra unito che già governa in molte città e regioni. “Pari dignità e collegi sicuri” ha chiarito Berlusconi. Ieri era il giorno dell’incontro a Grazioli per la firma dell’accordo. “Prima del voto sul calendario dei lavori previsto per le 18”. Salvini aveva chiesto e ottenuto appuntamento per le 11. Tramite segreteria lo ha spostato alle 12, poi alle 13, alle 14. “Impegni del ministro al Viminale” è stata la motivazione. A fine mattinata, vista la malaparata, Forza Italia ha fatto uscire un comunicato preventivo: “Fi considera prioritario tutelare la propria storia e i propri simboli. Dunque no al listone unico e no alla cancellazione del simbolo”. Richieste irricevibili. Nonostante questo e i continui rinvii i senatori sono stati “invitati” - "in pratica costretti” riferisce qualcuno di loro -  ad andare in aula. Almeno 25 dei 62 senatori non vedono di buon occhio l’alleanza con Salvini e quindi con le sue posizioni sovraniste ed estremiste. “Non sono la nostra cifra, tradiscono la nostra storia” spiegano convinti di poter dare in futuro il voto allo schieramento del cosiddetto governo della Provvidenza. E’ finita che è saltato anche l’appuntamento delle 17: quando ha capito che avrebbe comunque perso, che in aula si sarebbe formata un’altra maggioranza, Salvini ha giudicato inutile e irrilevante l’appuntamento con Berlusconi. Alle 17 è tornato ad Arcore e Forza Italia ha regalato 55 voti (sette senatori erano comunque assenti) senza condizioni. La nuova maggioranza  ieri non aveva bisogno dell’appoggio degli azzurri per cambiare il calendario. Non c’è dubbio però che un governo  tecnico di legislatura, rifondativo del sistema Paese, che duri fino al 2023, potrebbe aver bisogno anche di Forza Italia.  E non c’è dubbio che se dovesse nascere un nuovo soggetto di centro, quel pezzo di Forza Italia resistente a Salvini potrebbe confluire nel nuovo centro.

Giallo Salvini: cosa succede ora

La nuova agenda dei lavori parlamentari è oramai segnata. Il 20 alle ore 15 il premier Conte darà le sue comunicazioni urgenti al Senato. Ci potrà essere un voto, oppure il premier andrà al Quirinale per dimettersi. Quel giorno si aprirà tecnicamente la crisi di governo.  Il giorno dopo sono previste le stesse comunicazioni alla Camera: dovrebbero essere superflue e irrilevanti ma se Conte promette “massima trasparenza” dovrebbe parlare anche alla Camera. Sempre alla Camera il 23 agosto è prevista la votazione finale sulla legge costituzionale che taglia il numero dei parlamentare, il nuovo presunto patto Lega e 5 Stelle. E torniamo al quesito: può l’aula votare una legge costituzionale quando è già aperta la crisi? Certo, se il premier ritarda la crisi e non si dimette, tutto potrebbe nuovamente cambiare.

Sarebbe veramente il colmo scoprire che alla fine di tutta questa storia Lega e 5 Stelle fanno ancora un pezzo di strada insieme.  E che il governo Conte firmerà la finanziaria 2020.  Ieri in aula, banchi del governo occupati solo dai 5 Stelle, la Lega seduta nei propri banchi, al ministro Gian Marco Centinaio è scappata questa osservazione mentre parlava Patuanelli, il capogruppo 5 Stelle. “Ma come c…o abbiano fatto a governare con questi…” ha detto mentre alzava gli occhi al cielo. Non c’è dubbio anche che ieri Salvini è uscito sconfitto dal suo azzardo. Il blitz non gli è riuscito: la Lega è minoranza, aumentano le contestazioni lungo le tappe del beach tour, la crisi di Ferragosto non è piaciuta agli italiani, sono già state bruciate decine di miliardi tra spread e borsa. Compreso in giornata che sarebbe uscito sconfitto, Salvini non ha potuto fare altro che rilanciare con i 5 Stelle. Ma non c’è niente di peggio che corteggiare un ex che hai trattato molto male. “Salvini s’è infilato in un cul da sac, è nell’angolo, non sa più cosa fare” esulta in serata Luigi di Maio.