[L’analisi] La lezione americana per i 'trumpini' italiani: il populismo può essere sconfitto. Lega e Fratelli d’Italia, come si cambia

Il centrodestra si divide in tre dopo l’elezione di Biden. Meloni attacca le “cheerleader dell sinistra e del mainstream dei media”. Giorgetti detta la linea nella Lega: “Dialogo con Biden”. Forza Italia s’era già smarcata dal trumpismo e Berlusconi critica “l’arroganza” di The Donald. L’elezione di Biden mette in soffitta modi e contenuti del populismo e dei sovranismo.

Giancarlo Giorgetti con Giorgia Meloni
Giancarlo Giorgetti con Giorgia Meloni

E adesso, che faranno i trumpini italiani senza Trump? Senza la casa madre a stelle e strisce? Come suonerà “prima gli italiani” senza lo sfondo di “make America Great again”? Giorgia Meloni ieri se l’è presa con le “cheerleader strepitanti della sinistra e il mainstream dei media”. Non fanno, ha detto, “una bella figura” con il profluvio di “imbarazzanti dichiarazioni sulle elezioni americane e sulla vittoria dei democratici” che la leader di Fratelli d’Italia giudica ancora “possibile” e non ufficiale. Matteo Salvini, il più “cheerleader” di tutti visto che ha indossato per due settimane la mascherina “Trump 2020”, preferisce tenere gli occhi lontani da Washington e puntarli sull’Italia, attacca il governo per la figuraccia sul commissario ad acta per la Sanità calabrese - il generale dell’arma Cotticelli - che non aveva capito che doveva essere lui a dare seguito al piano regionale anti-Covid. Non ricorda, Salvini, che Cotticelli è stata uno dei frutti del Conte 1 e del governo gialloverde. In alternativa il segretario Salvini attacca il ministro Bonafede per la gestione delle carceri o il ministro dell’Interno Lamorgese per la gestione delle frontiere.

Tra Meloni e Salvini, spunta Giorgetti

Di tutt’altro tono il responsabile Esteri della Lega Giancarlo Giorgetti che in un’intervista a Repubblica spiega perchè “se la Lega vuole governare deve dialogare con il presidente eletto Joe Biden”. E tiene a precisare che Trump “non ha mai manifestato un vero interesse per il dibattito italiano”. A ben ricordare, quando Salvini andò a Washington a giugno 2019, viaggio organizzato proprio da Giorgetti, incontrò solo Mike Pompeo e non strinse la mano a Trump. Piuttosto “Trump ha firmato due tweet per Giuseppi” ha puntualizzato, frecciata all’attuale presidente del Consiglio rimasto tiepido rispetto alla serrata competizione americana (anche perchè ha ben altro fa dare). Cosa che non hanno fatto altro leader europei e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quasi rispondendo ad un accordo condiviso, sabato sera intorno alle 19, poco la “chiamata” ufficiale per la Casa Bianca di Joe Biden, Parigi, Roma, Berlino, Bruxelles hanno inviato i “migliori auguri” al neo inquilino della Casa Bianca rinnovando il patto atlantico e di solidarietà che lega le democrazie europee e quella americana di cui sono rimaste orfane negli ultimi quattro anni. Anzi, la Casa Bianca è stata un nemico negli ultimi anni. Ha appoggiato la Brexit (ma Jhonson è stato il primo a complimentarsi con Biden) e ha cercato di suggerire all’Italia che sarebbe stato opportuno anche per lei intraprendere l’Italexit. Trump lo fece personalmente con Mattarella quando andò ospite nell’ottobre 2019. “L’Europa è l’unico vero nostro amico” tagliò corto Mattarella. E finì così. Biden ha subito risposto alla vecchia cara Europa mettendo il recupero dei rapporti con Bruxelles tra i primi quattro punti della sua agenda (con il clima, la lotta al virus e alla disuguaglianze).

L’onda lunga del voto Usa

Cheerleader a parte, il voto americano è un’onda lunga che coinvolgerà presto anche l’Italia. Anzi, lo sta già facendo a giudicare dalle reazioni dei “sovranisti” amici di Trump. Va chiarito un punto. Donald Trump ha perso. Ma il trumpismo, con 71 milioni di voti contro i 75 di Biden, è vivo e capiremo presto se sopravviverà a chi gli ha dato corpo e identità. Per trumpismo s’intende populismo, indivualismo, semplificazione, l’ idea dell“uomo forte” e il rifiuto della politica come arte della mediazione e dell’ascolto. Il messaggio di Trump - la politica che deve perseguire cosa è meglio fare per me - ha fatto breccia e proseliti. I 160 milioni di americani alle urne - nei vari modi possibili - hanno dimostrato però che il populismo può essere sconfitto. Il verdetto delle urne ha detto basta alla politica intesa come approccio conflittuale e chiede di tornare ad una politica di mediazione che sa mettere insieme istanze diverse.

Centrodestra diviso in tre

Con tutto questo deve fare rapidamente i conti il centrodestra italiano. La sconfitta di Trump è destinata a dividere la coalizione. Nelle prime ore lo ha diviso in tre distinte parti. Forza Italia consolida il suo ruolo al centro, sempre più lontana dall’estremismo di Lega e Fratelli d’Italia. Silvio Berlusconi ha accettato di buon grado l’uscita di scena di The Donald soprattutto perchè, come ha detto ieri sera ospite a “Che tempo che fa” questo fa bene al’Europa e quindi all’Italia. “Credo che Trump abbia pagato a caro prezzo il suo atteggiamento d’attacco, la sua arroganza e Biden ha fatto bene a mostrarsi subito unificante e non divisivo. Questo è un bene per gli americani ma anche per tutti noi” ha sottolineato il Cavaliere. Giorgia Meloni ha fatto ieri un lungo post al vetriolo contro la sinistra e il mainstream e la “loro pozzanghera ideologica” rivendicando a Fratelli d'Italia il ruolo di “movimento dei patrioti italiani” per cui “guardiamo sempre a quello che succede negli altri Stati con la lente del Tricolore italiano”. E comunque, se si vuole dirla tutta, sull’immigrazione “l’Italia paga ancora i cocci delle primavere arabe che ci ha lasciato la sinistra americana”. Una presa di posizione che ha scatenato la reazione di Leu e del segretario Nicola Fratoianni: “Ma se la prima cheerleeder di Trump è stata proprio Giorgia Meloni…”. Anche lei, come Salvini, non ha mai avuto un incontro con Trump presidente. Salvini colleziona selfie del luglio 2016, qualche mese prima che diventasse presidente. E quando andò a Washington nel 2019, viaggio organizzato da Giorgetti per mettere una pezza agli eccessi filo cinesi dopo il memorandum della Via della seta, incontrò solo Mike Pompeo e Mike Pence. Meloni è stata invitata a Washington al National Prayer Breakfast a febbraio scorso, Trump era relatore ma lo vide solo da lontano nel grande salone della Convention. Entrambi però hanno coltivato l’amicizia con l’ex consigliere di Trump, Steve Bannon prima che fosse licenziato e finisse poi nei guai.

Se Meloni rivendica il nazionalismo e il populismo di marca più o meno trumpiana, una scelta ancora diversa viene fatta dalla Lega. Giorgetti, come abbiamo visto, apre subito a Biden perchè “se vogliamo governare dobbiamo dialogare con lui”. Washington era, al di là della iniziale sbandata russo-cinese, “l’interlocutore preferito, anzi l’unico”.

Un diverso modo di fare politica

Un blocco politico. Tre reazioni diverse. Con Salvini senza prese di posizione ufficiali dopo che fino a venerdì scommetteva sulla riconta con “vedrete, ci saranno delle sorprese”. Ma ciò che potrebbe cambiare di più, nel breve periodo, è il modo di fare politica. Certo, The Donald potrebbe continuare ad essere l’alfiere del trumpismo - specie se dovesse conquistare il Senato - e restare il punto di riferimento negli Usa e in Europa, immaginando già tra quattro anni di tentare nuovamente la corsa alla Casa Bianca con la figlia Ivanka o il genero. O magari con se stesso. Il fattore clan nella visione populista gioca un ruolo importante. Insomma, Meloni e Salvini potrebbero continuare a perseguire le stesse politiche, annacquate in salsa italiana, fin tanto che anche loro potranno andare al test elettorale. Il patto di legislatura 2018-2023 però, rinnovato giovedì sera a palazzo Chigi dai leader di maggioranza, è destinato a chiudere quelle poche finestre elettorali che si aprono da qui alla primavera 2022 quando l’elezione del Capo dello Stato aprirà nuovamente la scena ad ogni soluzione. A quel punto però la riduzione di un terzo dei parlamentari consiglierà bene ai 945 attuali di conservare il posto per un altro anno.

Potrebbe però anche essere che Trump decida di uscire di scena spinto tra le altre cose da un Partito Repubblicano che tenta la rinascita dopo essere stato frantumato dal controverso leader. E potrebbe essere che la politica cambi modi e toni e contenuti rispetto alle divisioni, alle lotte furibonde e agli scontri degli ultimi anni. Le tifoserie politiche: anche questa è un’eredità del populismo. La divisione è la cifra comune di tutte le moderne democrazie anche europee. L’Italia certamente. La domanda è se si può guidare un paese e governarlo senza spaccarlo. Il consenso politico si costruirà invece su come l’Italia (e l’Europa) uscirà dalla crisi sanitaria. Dalle risposte che sapranno dare a un paese disorientato, ora anche arrabbiato, confuso e stanco.

Il populismo non basta per vincere

C’è, infine, l’aspetto di analisi strategica. Il trumpismo non ha saputo allargare il suo consenso negli anni della Casa Bianca. Anzi, lo ha ridotto. E questi quattro anni sono stati probabilmente il suo punto massimo di espansione. Stessa cosa sta accadendo al centrodestra italiano a trazione sovranista: tra Lega e Fratelli d’Italia è in corso un sostanziale travaso di voti ma sono “fermi” intorno al 40 per cento. Con Forza Italia arrivano al 47-48% ma Berlusconi e Tajani non possono certo essere annoverati tra i sovranisti essendo saldamente ancorati nella grande famiglia dei Popolari europei.

Sotto questo aspetto Giorgia Meloni è qualche passo avanti a Salvini. Si è già sganciata da schieramenti sovranisti e anche un po’ beceri e un mese fa ha conquistato, prima donna in assoluto, la presidenza dei Conservatori europei. L’apertura di Giorgetti a Biden indica un netto cambio di rotta della Lega. Che si deve liberare in fretta di lepenisti e dintorni. La destinazione può essere una sola: l’ingresso nel partito Popolare europeo.