Il centrodestra lancia il tridente per Roma ma c’è il sospetto della trappola. E nel Pd  si riparla di congresso

Meloni folgorata dal tribuno della radio Michetti che ha voluto in tutti i modi in corsa per il Campidiglio. Se vincerà, sarà il suo successo. Ma dovesse andare male, Salvini e non solo le presenteranno il conto. Il Pd offre a Letta il seggio di Siena. Ma Base riformista chiede chiarimenti sulla linea della segreteria

Il centrodestra lancia il tridente per Roma ma c’è il sospetto della trappola. E nel Pd  si riparla di congresso
Meloni, Berlusconi e Salvini (Ansa)

La verità è che non stanno troppo bene. Nè a destra nè a sinistra. Mentre Mario Draghi seduce il primo G7 in presenza in quel della Cornovaglia. Il biglietto da visita dell’Italia in questo momento è il premier. E la sua accountability. Teniamocelo stretto. Anche perchè un “dopo” al momento è ancora tutto da costruire.

Ieri il centrodestra si è messo petto in fuori e pancia in dentro in quella vetrina deliziosa che è il Tempio di Adriano in piazza di Pietra. Tutti in fila e presenti Meloni, Savini e Tajani per la presentazione del tridente per Roma: Enrico Michetti sindaco, Elisabetta Matone prosindaco, Vittorio Sgarbi assessore alla Cultura. Una fotografia quasi perfetta al di là del gusto e dei giudizi che ciascuno può avere e si potrà fare nei prossimi mesi vedendo il tridente all’opera nella campagna elettorale. Il punto è che dietro la foto solare, c’è il terremoto. E la sfida continua tra Salvini e Meloni. Salvini con cui adesso sembra essersi alleato Berlusconi. Ma questo non piace agli azzurri, non a tutti. E non piace affatto a Meloni.

Il centrosinistra non è messo meglio. Oltre a dissidi, sospetti e diffidenze, pesano i sondaggi che certo non premiano i primi tre mesi della segreteria Letta. E l’ambiguità che ancora avvolge il partito di Conte che ieri ha vissuto il primo incidente diplomatico della sua nuova leadership iniziata nei fatti una settimana fa con il divorzio dalla piattaforma Rousseau e da Casaleggio. Ieri infatti Conte era atteso insieme a Beppe Grillo all’ambasciata cinese per un “bilaterale” con l’ambasciatore. Conte ha trovato una scusa. Grillo c’è andato lo stesso. E tutto questo è sembrato come minimo provocatorio mentre Draghi partecipa al G7 ospitato in Cornovaglia, il presidente Usa arriva in Europa e uno dei dossier più delicati dei vari incontri è proprio sui difficili rapporti con la Cina. 

Le “scarpe nuove” di Michetti

La fotografia del Tempio di Adriano è bene costruita anche con quel tocco pop che non guasta. Prima di tutto è un tridente e non più un ticket, immagine di per sè meno lisa e già intrigante del solito ticket.  E siccome Sgarbi è in predicato per l’assessorato alla Cultura, a Roma è una casella che può pesare tanto quanto quella di sindaco. E nell’originario ticket tribuno-giudice, il nickname più intrigante è per Sgarbi: “l’assessore dei miracoli” (by Salvini). E’ una fotografia scoppiettante ed ecumenica: Sgarbi lo è a prescindere; Michetti con questo profilo tra l’accademico e il tribuno della radio (è la voce più ascoltata in una radio molto ascoltata e molto di destra della Capitale) è della Lazio; Matone, la giudice dei minori che tutti conoscono per le sue analisi sociali a Porta a Porta, è della Roma. Sono dettagli che pesano all’inizio della campagna elettorale. Michetti tenta anche l’operazione simpatia: “Ora scarpe nuove e corriamo in tutti i territori della città, ringrazio tutti i componenti della coalizione, che mi stanno dando questa opportunità” ha gigioneggiato Michetti alla fine della conferenza stampa di presentazione della candidatura. Durante la quale ha buttato là qualche idea per la Capitale come “triplicare i turisti e mettere al centro le periferie”e sul programma per cui c’è ancora tempo. “Lo farò dopo essermi consultato con Salvini, Meloni, ho conosciuto anche Rampelli e gli altri della coalizione” ha spiegato il candidato sindaco spiegando che “lo faremo anche interpretando il popolo e la base. Perchè questo fa la sana politica”. 

Sorrisi & coltelli

Grandi sorrisi, poche sulle spalle e belle parole. Michetti è il candidato di Giorgia Meloni: lo ha voluto lei, anche contro i dubbi dei suoi, una vera e propria folgorazione. “Non mettiamo in campo un candidato, mettiamo in campo un sindaco - ha detto Meloni -, una persona che se dovesse essere eletta, saprebbe esattamente dove mettere le mani. Non basta vincere una campagna elettorale se poi come Raggi per tre anni fai il tirocinio da sindaco”. Ufficialmente Salvini e Tajani sono sulle stessa linea. “E’ una scelta che ha portato via tempo ma ragionata e condivisa, corriamo per vincere” fanno eco Salvini e Tajani. Ora, la politica ci ha ha abituato a tutto negli ultimi anni e dunque Michetti sarà eletto al primo turno senza neppure il ballottaggio e il tridente prenderà possesso del Campidoglio. Non sfugge a nessuno però che il personaggio ha un curriculum particolare, tra accademia, incarichi pubblici e consulenze varie e una candidatura che nei fatti parte da una radio. Su di lui si sono già accesi i riflettori e i segugi della giudiziaria sono al lavoro tra Corte dei Conti e Tribunali vari in cerca di appigli e informazioni. Lo sanno anche i sassi che Forza Italia avrebbe preferito un politico puro “perchè la storia dei civici ha stufato”. E che un  pezzo importante di Fratelli d’Italia è “molto scettica sulle scelta”.  Dunque Michetti  è la “folgorazione” di Giorgia Meloni. Se dovesse andare male, sarà “colpa” di Meloni e Salvini sarà pronto a capitalizzare la sconfitta. E non pochi del cosiddetto “centrodestra di governo” sussurrano che Michetti è “una scelta a perdere”. Una “trappola” per Meloni.  Stessa cosa potrà accadere ovviamente a Milano dove tocca alla Lega esprimere il candidato (che arriverà pare in settimana). Ma a Milano la mission è quasi impossible perchè la candidatura di Sala è trasversale. E dunque l’eventuale sconfitta sarà fatto pesare meno sul suo sponsor politico. Roma invece è una partita aperta: perchè Raggi è Raggi; e perchè il centrosinistra è diviso più che mai. Sorprese potrebbero arrivare da Calenda, il candidato più completo e in pista da mesi su cui si potrebbe riversare parte dell’elettorato di Forza Italia. 

E intanto la Federazione

Mentre la mattina si fanno foto cortesia tutti insieme appassionatamente, nel pomeriggio si lavora per disfare. 

Chiusa la cerimonia, il leader del Carroccio ha sentito Silvio Berlusconi: avanti con la Federazione, la strada giusta per unire le energie e aiutare il governo Draghi nei passaggi più delicati. Appena si è diffusa la notizia, è calato il gelo da parte di Fratelli d’Italia che non è tanto contraria all’idea di federazione in sè ma lo è adesso perchè è chiaramente una mossa contro l’ascesa di Meloni. “Facciamo i migliori auguri senza alcuna preoccupazione rispetto ai dati elettorali” dicevano ieri da Fratelli d’Italia. Secondo un sondaggio Emg Different rilanciato dalla Lega, infatti, il partito di Salvini sarebbe in crescita (insieme a FI), come pure la fiducia nel segretario. Un effetto benefico del solo annuncio delle nozze? Troppo presto per dirlo. Per ora tra le ipotesi del nuovo contenitore c’è una possibile divisione degli incarichi tra Berlusconi presidente (fu lui a lanciare per primo l'idea nel 2019) e Salvini segretario. Il partito di Meloni - che contende al Carroccio la leadership della coalizione - ostenta tranquillità senza risparmiare sarcasmo: “Comprendiamo i tentativi di Lega e FI di organizzarsi meglio per arginare lo strapotere delle sinistre nel governo Draghi in preoccupante continuità con il governo precedente”.

Un altro affondo, uguale e contrario, arriva dai fuoriusciti da Forza Italia passati in Coraggio Italia: “Non faremo parte della federazione Fi-Lega. - ribadisce il deputato Osvaldo Napoli - Sarà più chiaro per gli elettori riconoscere dove sta la destra e dove il centro”. Coraggio Italia appoggia la candidatura di Michetti. La fotografia da Mulino Bianco del centrodestra unito ha, come si vede, una carta molto leggera. 

Un seggio per Letta

Se il centrodestra affila coltelli, non va meglio nel centrosinistra dove non c’è neppure consolazione dei buoni sondaggi.  Dopo vari articoli ieri che hanno iniziato ad alzare il dito contro la segreteria Letta che “sta perdendo consensi, non allarga la base e non ha ancora chiarito l’ambiguo rapporto con il Movimento di Conte”, ieri il Pd Toscana ha fatto pervenire l’invito al segretario per offrirgli il seggio Camera rimasto vacante dopo le dimissioni di Padoan dal Parlamento. Letta ha ringraziato e ha preso qualche giorno per rispondere. E’ stato l’unico modo per mettere a tacere le voci che hanno già iniziato a passare di bocca in bocca: “Dopo le amministrative serve il congresso. Così non possiamo andare avanti”. “Così” sono i sondaggi che danno il Pd dietro Fratelli d’Italia, tra il 18 e il 17%. In effetti si fatica a capire oggi quale sia l’identità politica del Pd. E perdere a Roma e a Torino, le città guidate dalle grilline Raggi e Appendino,  potrebbe essere il segnale che il congresso non è più rinviabile. Qualche manina ha fatto pubblicare la notizia che il segretario sta cercando un posto alla guida della Nato. Un falso molto velenoso.

In tutto questo la lettera che due giorni fa la corrente di Base riformista ha fatto pervenire al Nazareno è sembrata il sigillo dell’ennesimo conto alla rovescia per i vertici del Pd. 

Il Manifesto riformista

In 12 pagine e 21 punti molti articolati, Base Riformista, cioè gli ex renziani che non hanno seguito Matteo Renzi nell’avventura di Italia viva, ha voluto così dare il suo contributo di discussione al Pd di Enrico Letta. C’è l’idea del governo non come dura necessità, ma come opportunità perché “le riforme di Draghi sono le nostre riforme”. Ci sono proposte per una riforma fiscale, da fare complessivamente e non con interventi spot (ad esempio la tassa di successione proposta da Letta). C’è in generale l’idea di una sinistra produttivista, che non sia solo “protezione”, termine caro alla sinistra del partito, e “sussidi”, termine caro ai Cinque stelle. E poi c’è la famosa “vocazione maggioritaria”, intesa come approccio esigente verso il centro e verso i Cinque stelle che ancora non si capisce quel che saranno. Ora se 52 parlamentari su 110 e altri 150 amministratori locali tutti collegati via streaming si mettono una sera a scrivere un documento del genere, è chiaro che più che un contributo e una critica al presente e la precisa indicazione di una direzione da prendere. Che non è quella della deriva un po’ gualciste di Enrico Letta tornato da Parigi. Ieri Alessandro Alfieri, coordinatore di Base Riformista, ha spiegato che la corrente di Lotti e Guerini “sostiene lealmente il segretario a ci vogliamo solo dare il nostro contributo. Il nostro Manifesto va in questa direzione”.

Ecco in questo clima, con il caso Calabria ancora da risolvere dopo il “no non ci sto” di Irto,  domani ci saranno le primarie a Torino e il 20 nelle altri città al voto. In genere le primarie sanno riportare un po’ di vita ed entusiasmo. vediamo. Ma finchè il Pd non decide e non capisce quale è la sua anima e la sua identità, la storia dei segretari che arrivano e vanno si ripeterà all’infinito. O almeno, fino alla consunzione del partito. Le amministrative sono quindi l’ennesimo test di un partito senza pace. E che pure riesce a stare al governo.