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[Il ritratto] Tria il ministro trapezista sospeso pericolosamente fra due padroni. Ma ha un piano

Tria avrebbe già illustrato tagli per 33 miliardi di euro in tre anni, necessari per introdurre flat tax e reddito di cittadinanza. Per gli stipendi dei dipendenti pubblici si spenderanno, nel 2018, 171 miliardi di euro, che saranno abbassati negli anni seguenti: di sicuro meno assunzioni (per esempio nella scuola, dove hanno già cancellato il concorso di quest’autunno). Altro capitolo le pensioni: tra il 2018 e il 2021 la spesa aumenterà di 23 miliardi di euro, e allora mannaia sulle pensioni d’oro che diventeranno però sempre meno d’oro

[Il ritratto] Tria il ministro trapezista sospeso pericolosamente fra due padroni. Ma ha un piano

Giovanni Tria come tutti i ministri dell’economia di questo nostro disastrato paese è l’uomo che deve far quadrare i conti, che è l’impresa da sempre più difficile per qualsiasi governo chiamato a governarci. Come se non bastasse, il povero Tria ha pure promesso di far quadrare i sogni di questa combinazione parlamentare che ha alleato diversi e avversari, con programmi e ambizioni opposte. Flat tax, reddito di cittadinanza e abolizione della Fornero: lui ha già detto che ci sta studiando. Magari sarebbe più facile potesse fare solo di testa sua. Ma in questa maggioranza gialloverde, ogni sua decisione dovrà essere condivisa con i padroni del contratto, che qualche divergenza d’opinione già cominciano pure a mostrarla. E’ una bella fatica. Però, non sottovalutate Giovanni Tria. Sarebbe stato l’uomo perfetto per Winston Churchill che una volta disse che «se non sei di sinistra da giovane sei senza cuore, ma se non sei di destra da vecchio sei senza cervello». Poi che il premier inglese che portò l’Inghilterra a vincere la seconda guerra mondiale sia mai stato di sinistra a vent’anni non risulta a nessuno. Giovanni Tria, invece, lo fu davvero, come ha rivelato La Stampa, visto che negli Anni 60 e 70 militò in alcune organizzazioni di ispirazione maoista nella variegata galassia marxista leninista di quell’epoca andata, dove ci si perdeva tra sigle e padri putativi. Di quell’esperienza gli è rimasta la conoscenza della lingua cinese e un buon rapporto con le istituzioni di quel paese. Per il resto, come diceva Churchill, ha cominciato a usare il cervello. Da studioso, più che da politico.

Il fatto è che questo provetto ballerino di tango, come rivelato da alcuni suoi amici, si è dimostrato soprattutto un grande trapezista da quando s’è insediato nel Palazzo che fu di Quintino Sella. Nel suo primo discorso alla Camera, il ministro dell’Economia ha fatto chiaramente intendere che è impossibile esaudire tutti i desideri dei due maggiori firmatari del contratto, non potendo reperire fondi per il taglio delle tasse e il reddito di cittadinanza. «Nell’interesse del Paese è intenzione del governo agire in modo di prevenire ogni aggravio per la finanza pubblica, con il primo impegno che sarà quello di ridurre il debito». Perché il calo del debito sarà «la condizione di forza per rivendicare una svolta decisiva che consenta di considerare la spesa per gli investimenti». Chiarissimo. Solo che nello stesso discorso subito dopo ha tenuto a precisare che «il reddito di cittadinanza avrà un ruolo centrale». A prima vista si potrebbe tradurre così: lo faremo, ma a suo tempo. Solo che i due supervicepremier non aspettano neanche molto per ribattere che non ci sarà nessun rinvio per flat tax e reddito di cittadinanza. Anzi, oltre al decreto dignità, ci sarebbe già pronto un bel decretone a base di pace fiscale e avvio della flat tax, ovviamente solo per partite Iva forfettarie (traduzione: gli stipendi fissi che sono quelli che forniscono entrate sicure, si attaccano).

Che fa Tria? Fa sapere che lui è d’accordo col governo, e che le sue decisioni saranno comunque condivise. Faremo tutto, avverte, in fondo quelle misure potrebbero essere meno pesanti di quel che sembra. Se lo dice lui. Certo, queste promesse paiono abbastanza in contrasto con quello che sosteneva appena qualche giorno prima quando diceva che «le sfide condizionate dalla particolare situazione economica dovranno essere affrontate nel segno della continuità con le politiche adottate in passato». Ma è un po’ la caratteristica pecuiliare di questi tempi: mari in burrasca, porti chiusi e venti forti, che ti tirano da una parte e dall’altra. In questo clima un po’ turbolento, lui ha dovuto già rinnegare qualcuna delle sue convinzioni. Perché Paolo Savona, il professore antieuro, non è stato solo colui che ha consigliato al laeder della Lega il nome di Tria per la poltrona del Tesoro. Gli consegnò pure un premio nel 2007 riempiendolo di elogi per un articolo in cui sosteneva come fosse opportuno spostare l’imposizione fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette. Cioé, dall’Irpef all’Iva. Che è una posizione che aveva ribadito proprio poco tempo fa elogiando la flat tax salviniana: «Perché no? Magari partendo in modo progressivo e finanziandola facendo scattare le clausole di salvaguardia connesse all’aumento dell’Iva». Peccato che sia una condizione assolutamente vietata per i firmatari del contratto di governo, sospinti in quel ruolo proprio dall’esercito delle partite Iva.

Tria ha quindi già trovato altre strade, come sta facendo per il reddito di cittadinanza, un provvedimento che dovrà essere affiancato dalla riorganizzazione dei centri per l’impiego, ossia gli uffici di collocamento, all’interno probabilmente di una revisione dell’intero quadro di ammortizzatori sociali, come la Cassa integrazione guadagni, in modo da abbassarne la previsione di spesa e quotarne il costo assieme ad altre riforme del sistema. Nello stesso modo, visto che non si può intervenire sull’Iva, la flat tax voluta dalla Lega, ossia l’introduzione di due sole aliquote al 15 e 20 per cento, sarà introdotta assieme alla probabile rivisitazione del blocco di sconto fiscali, riformulando e in gran parte cancellando le varie deduzioni e detrazioni dalla dichiarazione dei redditi. I giornali come Repubblica e Corriere si limitano a queste dichiarazioni d’intenti. In realtà, al Cdm, continuando nella sua splendida fatica di equilibrista, Tria avrebbe già illustrato tagli per 33 miliardi di euro in tre anni, necessari per introdurre flat tax e reddito di cittadinanza. Per gli stipendi dei dipendenti pubblici si spenderanno, nel 2018, 171 miliardi di euro, che saranno abbassati negli anni seguenti: di sicuro meno assunzioni (per esempio nella scuola, dove hanno già cancellato il concorso di quest’autunno) e poi lasciamo fare alla vostra immaginazione. Altro capitolo le pensioni (e pazienza se i vitalizi non si faranno mai): tra il 2018 e il 2021 la spesa aumenterà di 23 miliardi di euro, e allora mannaia sulle pensioni d’oro che diventeranno però sempre meno d’oro. Da 5mila, sono già scesi a 4mila, poi presto a tre. Così cominceranno con la flat tax e reddito di cittadinanza. Cosa farà prima? Toglietevi dalla testa la flat tax per tutti. Sarà solo per imprese e partite Iva. Poi, considerando l’impatto anche in termini di consensi avuto da Salvini per il suo no agli immigrati, probabilmente adesso toccherà a Di Maio.

Quindi reddito di cittadinanza, che quando ancora non era nemmeno candidato a fare il ministro del Tesoro, Tria aveva definito «un improbabile sussidio», se non si specificavano le coperture. Ma sarebbe comunque un errore racchiudere Tria in quel giudizio. E’ un uomo di dialogo, innanzitutto, mai integralista nelle sue convinzioni. Anche se è un grande estimatore di Paolo Savona, non ha mai detto a chiare lettere di essere contro l’euro. Sostiene però che bisogna affrontare il rischio concreto di una implosione dell’euro. Diciamo che è un euroscettico che ha sempre adottato posizioni moderate, senza mai strillare. Forse è per questo che riesce a cavarsela così perfettamente tra i due veri leader di governo che hanno programmi e ambizioni così lontane. Il Foglio che lo conosce bene, avendoci lui collaborato per lunghi anni, lo ritiene abbastanza al di sopra delle parti, ma se proprio dobbiamo attribuirgli qualche simpatia politica, allora si potrebbe dire che «è un ministro più affine all’area moderata del centrodestra (e dunque gradito anche all’alleato non alleato di Salvini, Silvio Berlusconi)». Un trapezista perfetto. Mette insieme tutto, il diavolo e l’acqua santa. E pazienza se dentro non ci stanno le nostre povere tasche.

Pierangelo Sapegnodi Pierangelo Sapegno, editorialista   
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