[Il retroscena] Tria a Salvini e Di Maio: "Aumentare Iva se volete la flat tax". E l'anno bellissimo va in frantumi

Tre ore di tensione nel Consiglio dei ministri. Alla fine resta solo “la promessa” della tassa piatta. Crescita ferma allo 0,2%, deficit al 2,4%

I vicepremier Di Maio e Salvini, e il ministro dell'Economia Tria
I vicepremier Di Maio e Salvini, e il ministro dell'Economia Tria

Urla Salvini: “Io voglio la tassa piatta, aliquota unica, semplificare, lo abbiamo scritto nel Contratto di governo, abbiamo approvato il reddito di cittadinanza, adesso dobbiamo rispettare anche le nostre promesse…”. Gli risponde secco Tria, che pure ha un tono di voce meno squillante: “Va bene, se vuoi l’aliquota unica allora dobbiamo far aumentare l’Iva. Le coperture da qualche parte dobbiamo averle. La coperta è questa e non si può tirare da una parte sola…”. Tocca a Di Maio: “Non se ne parla, io certo non faccio scattare l’aumento dell’Iva per introdurre una flat tax che aiuta solo i ricchi”. E’ un ring la sala del consiglio dei ministri a palazzo Chigi. Le grida arrivano in anticamera. E non è un bel sentire.

Una riunione molto importante

Quella in cui si presenta il Documento di economia e finanza (Def), la fotografia dell’andamento economico del paese e i presupposti per l’anno che verrà, è una delle riunioni più importanti per il governo. Il rito vuole che alla fine premier e ministro economico scendano in sala stampa e spieghino, tramite agenzie, tv, siti e giornali, dove andrà il Paese. Il rito, invece, va in soffitta. Perché al di là di un profluvio di comunicati in cui Salvini e Di Maio cercano di intestarsi il successo di una partita che vede solo sconfitti, la verità è che dal testo del Def approvato ieri sera spariscono le due aliquote indicate (che andavano bene a Di Maio) e resta solo la promessa della tassa piatta. Senza indicazione delle coperture finanziarie necessarie. Promettere senza spiegare, che poi è sempre stata la road map del ministro Tria.

In fuga dalle telecamere

Così ieri sera alle 19 la sala stampa di Palazzo Chigi resta vuota e sguarnita. “Non scende nessuno, potete andare” congedano gli addetti al palazzo del Governo. In fuga dai numeri piccoli di un bilancio di stato che non quadra più. Addio all’anno “bellissimo” e al “boom economico” con cui ci hanno accarezzato in questi mesi. Addio non solo al terrazzino da cui la sera del 28 settembre annunciarono la fine della povertà. Addio persino al rito, ad entrambi i vicepremier così caro, delle dichiarazioni in favore di telecamere. Il ministro Di Maio ha persino cancellato all’ultimo tuffo l’intervista con Lilli Gruber a “Otto1/2”.

La dura realtà dei numeri

“Nessun giochino sui numeri” aveva chiarito il ministro Giuseppe Tria pochi giorni fa parlando del Def che stava per arrivare. E così è stato. La crescita nel 2019 sarà dello 0,2% contro l’1% indicato nella legge di Bilancio a fine dicembre. In quello 0,2% ci stanno gli effetti delle due misure bandiera (Reddito di cittadinanza e Quota 100) che dunque impattano sulla crescita molto meno di quei 13 miliardi che sono costate. E ci stanno anche gli effetti “volano” dei due decreti (di cui è ancora ignoto il testo definitivo), noti come “Crescita” e “Sblocca cantieri”: nel Def valgono una crescita pari allo 0,1%.

Il gioco dell’oca dei decimali. Nessuna affidabilità. Zero crescita. Questa è la fotografia del Def. Che offre dettagli ancora più preoccupanti. Uno su tutti: aumenta la disoccupazione, salirà all’11 per cento (era 10,6% nel 2018) , crescerà ancora nel 2020 (11,2%) e tornerà all’11% nel 2021. Senza pietà, anche rispetto all’osannato decreto Dignità. Cresce, invece, il debito pubblico che sale al 132,7% per colpa dello spread. Con buona pace della sottosegretaria Castelli che in proposito provò a dare lezioni in diretta tv all’ex ministro Padoan. Il deficit, che da settembre a dicembre 2018 aveva fatto impazzire lo spread facendo aumentare il debito pubblico, torna al 2,4%. Era era sceso al 2,04% con grande soddisfazione del premier Conte che potè così vantare di aver evitato la procedura di infrazione di Bruxelles. Il Def, 132 pagine di numeri impietosi.

“Nessuna manovra aggiuntiva e no aumento Iva”

Lontani dalle telecamere, alle prese con i rispettivi comunicati - si racconta dell’imbarazzo generale nel far firmare il comunicato finale al sottosegretario Giorgetti - i due azionisti di governo si trincerano dietro un mantra che sa di logoro appena pronunciato: “Dato il quadro generale di netta recessione, siamo soddisfatti perchè non ci sarà alcune manovra aggiuntiva, non ci saranno nuove tase nè patrimoniali e non sarà aumentata l’Iva. Si conferma una manovra con misure sociali e inclusive” ripetono più volte durate il complicato post Cdm. Parzialmente vero. O parzialmente falso.

La manovra aggiuntiva

Infatti ci sarà. “A fronte delle tendenze sui conti pubblici - si legge nel Def - il Governo intende attuare la clausola contenuta nella Legge di Bilancio 2019, in base alla quale due miliardi di euro di spesa delle Amministrazioni centrali resteranno congelati nella seconda metà dell’anno”. Al di là della formulazione contorta, significa che nei prossimi sei mesi verranno meno al Bilancio dello Stato due miliardi. Si tratta della cifra che Bruxelles a dicembre ha preteso fosse accantonata a tutela dei conti pubblici. Questi due miliardi restano congelati, non saranno cioè spesi: sono 640 milioni in meno per lo Sviluppo economico, altri 400 tagliati al Trasporto locale, e poi Difesa, Università, Famiglia. Due miliardi di tagli alla spesa sociale e agli investimenti. Se non le vogliamo chiamare tasse, sicuramente sono servizi non erogati. Una manovrina nascosta.

Flat tax, clausole Iva e tax expenditures

E’ qui che è saltato il tavolo. Salvini e Di Maio sono arrivati al tavolo del Cdm armati dopo tre giorni di dichiarazioni a raffica secondo l’ormai collaudato schema dell’uno contro l’altro armato per azzerare tutti gli altri competitor politici. Non a caso i sondaggi registrano una tenuta dei due player della maggioranza e la stasi del Pd che pure aveva ridato segni di vitalità con l’arrivo del nuovo segretario Zingaretti. In sintesi si può dire che Di Maio è arrivato con la proposta di avere una tassa progressiva in tre scaglioni contro i 5 attuali. Ci doveva essere una no-tax area, lo scaglione al 15% e l’ultimo al 20 per cento. Così era anche scritto nella prima bozza del Def circolata ieri verso le 14. Per sostenere questo progetto, la bozza del Def diceva anche che “la legislazione vigente prevede un aumento delle aliquote Iva a gennaio 2020 e a gennaio 2021 e un lieve rialzo delle accise sui carburanti a gennaio 2020”. In sostanza, per sostenere il mancato gettito derivante dalla flat tax, la copertura poteva arrivare dall’aumento dell’Iva che elimina in partenza la necessità di reperire 23 miliardi nel prossimo autunno quando il governo dovrà scrivere la manovra 2020. “Per disattivare le clausole - si legge nel testo - servirà una nuova manovra in autunno”.

Salvini invece ha sempre difeso come un leone - e l’ha fatto anche ieri sera dopo il cdm - la sua idea di tassa piatta, ovverosia una sola aliquota al 15% per i redditi fino a 50 mila euro. “Una misura per le famiglie” ha ripetuto il ministro dell’Interno. Ancora una volta le coperture sarebbero dovute arrivare dall’aumento dell’Iva. Da nessuna parte del Def infatti, si fa cenno all’abolizione degli 80 euro dell’ “odiato” Matteo Renzi, una misura molto criticata che vale quei 10 miliardi oggi indispensabili per finanziare in parte la flat tax. Insomma, ha spiegato Tria ai ministri, “qui se indichiamo nello specifico la flat tax dobbiamo anche dire dove recuperiamo i soldi”. Tra i No di Salvini e i No di Di Maio, alla fine è andata come Tria aveva previsto. L’indicazione delle due aliquote è sparita ed è rimasto un più generico: “In campo fiscale si intende continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat tax incidendo in modo particolare sull’imposizione a carico dei ceti medi, mentre si proseguirà negli interventi di sostegno alle famiglie e alla natalità”. Se ne riparla in ottobre. Forse. E a quel punto, con tutti i se del caso, è possibile che il governo proceda al taglio degli sgravi fiscali, quelle 90 voci (circa) che vanno sotto il nome di tax expenditures” e “sottraggono” allo Stato tra i 150 e i 200 miliardi l’anno.

Le sorprese di Quota 100 e RdC

Abbiamo visto che le due misure bandiera impattano poco sulla crescita (lo 0,2%) ma avranno meglio negli anni a seguire (0,4 e 0,6). E sappiamo che a marzo hanno chiesto di accedere alla richiesta di sostegno circa due milioni e mezzo di persone, la metà dei 5 milioni di poveri che era stato preventivato. Tre ipotesi: ci sono meno poveri; molti lavorano a nero e non vogliono “emergere”; le rilevazioni sul fenomeno lasciano a desiderare. Su fronte lavoro, il Def ammette che “c’è stato troppo ottimismo sulle stime che riguardano gli occupati”. Nel 2022, grazie al meccanismo dei Navigator e dei centri per l’impiego, s’immaginano 260 mila posti di lavoro in più. Meno rispetto al previsto. Troppo ottimismo, appunto, così come su Quota 100. Ancora ricordiamo le uscite di Salvini che tranquillizzava i critici dicendo che con Quota 100 il rapporto sarebbe stato “3 a 1” e cioè uno esce e tre entrano nel mondo del lavoro. Errato. Le stime del Def dicono che nel 2019 il turn over per i pensionati con Quota 100 sarà pari al 35%. Dunque, 3 escono e uno entra. Il contrario del previsto. La quota cresce negli anni a seguire. Il Def stima che “nel triennio 2019-2021 ci saranno maggiori spese complessive per 133 miliardi”. Solo 16 miliardi le minori spese.

Il libro dei sogni

“Macchè libro dei sogni, quelli li leggevo da bambino. Questo è il libro dei fatti”. Così Giuseppe Conte a fine mattinata quando era ancora a Milano a presentare il nuovo quartiere Citylife. Poi però è tornato a palazzo Chigi e il libro dei sogni se l’è trovato sulla scrivania. Anzi, l’ultima bozza lo ha raggiunto in via digitale durante il volo da Milano a Roma.

Perché nelle 132 pagine che formano il Def ci sono molti progetti interessanti e giusti. Una buona ricetta per il rilancio del Paese. Ma è una ricetta, appunto. Ci vuole lo chef adatto per cucinarla. Una strada lastricata di buone intenzioni. Nessuna nuova tassa e, meno che mai, “tasse sulla casa e sugli immobili”. E poiché le “misure sociali sono importanti tanto quanto i saldi e il pareggio di bilancio” - motivo per cui sarà proposto il salario minimo garantito- l’obiettivo è “continuare l’opera di revisione della spesa pubblica con l’obiettivo di ridurre il rapporto tra spesa corrente e Pil, abbattere il cuneo fiscale e aumentare la spesa per gli investimenti”. Cenni vaghi e generici sull’eterna spending review che non si realizza mai. Così come l’eterna vendita di immobili: il governo vorrebbe fare cassa per 3 miliardi. Difficile nelle condizioni attuali. A meno che nel decreto sblocca-cantieri (allegato al Def) ma il cui testo non è ancora definitivo non siano veramente contenute quelle norme che liberano gli immobili in vendita (per le più caserme in centri storici e località esclusive) da vincoli e divieti tali da rendere immediata e vantaggiosa la vendita.

La vittoria di Tria. La fine del governo?

Due su due non sono più solo una coincidenza. Andò così anche in autunno: in un primo momento il ministro Tria fu sconfessato numero su numero e iniziarono le residenze e le quasi minacce, brutto clima, come quando Rocco Casalino disse al telefono che quelli del Mef “andavano passati per i coltelli”. Dopo tre mesi, cioè a fine dicembre, ha avito ragione il ministro e i numeri della legge di Bilancio sono stati declinati a lui piacendo: 2,04 di deficit; +1 % la crescita. Tre mesi dopo ci risiamo: alla vigilia del Def, fuoco di fila su Tria, gli attacchi personali, la denuncia di “minacce alla sua privacy”, ma poi nel Def, ancora una volta i numeri li ha messi lui. E come voleva lui. Secondo coscienza. E seguendo le regole.

Anche il ministro economico ieri sera ha preferito non scendere in sala stampa. Tra l’altro, ha avuto ragione anche sul decreto banche: per quanto deciso, non è stato possibile neppure ieri portarlo in Cdm. C’ è un’aggravante a tutto questo: uno dopo l’altro, il ministro ha sgonfiato la maggior parte degli argomenti utili alla propaganda di Lega e 5 Stelle nella campagna elettorale per le Europee. Una nuova campagna contro di lui avrebbe oggi il sapore sfacciato della ritorsione. Poco utile. I numeri sono numeri. E non sono quelli sbandierati da Salvini e Di Maio. O cade Tria. O il governo ha esaurito la sua spinta.