[Il caso] Salvini congela le autonomie in nome della tregua con Di Maio e l’assenso ai testi viene retrocesso a "discussione"

Solo “presentate” le tre bozze d’intesa con gli accordi delle tre regioni richiedenti. Il Cdm dura un’ora. La questione è incardinata ma rinviata. Quello che preoccupa è lo sguardo d’insieme: tra riforme costituzionali e ddl delega al governo, il Parlamento si svuota e lo Stato si frammenta

Il vicepremier, Matteo Salvini, lascia Palazzo Chigi al termine del Cdm sul tema delle autonomie
Il vicepremier, Matteo Salvini, lascia Palazzo Chigi al termine del Cdm sul tema delle autonomie (Ansa)

Non è aria per un altro braccio di ferro. La fragile tregua deve durare e non può certo saltare dopo appena 24 ore su quel pentolone di novità, sospetti, paure e sfide che si chiama legge per l’autonomia regionale differenziata. Tema complicato da cui per mesi gli stessi 5 Stelle sono stati alla larga, forse sottovalutando la determinazione della Lega a realizzare una promessa importante per l’elettorato leghista prima maniera, cioè quello del nord. Si tratta di dare, alle regioni che le chiedono, più poteri tra quelli previsti nelle materie concorrenti (articoli 116 e 117 della Costituzione) e quindi anche più soldi. “E’ una secessione” stanno dicendo da qualche giorno deputati e senatori grillini citando costituzionalisti e studiosi a loro vicini. “Questa roba non s’ha da fare, non esiste che il bilancio dello Stato e i trasferimenti alle regioni siano all’improvviso materia da trattare con urgenza” avevano messo le mani avanti alcuni senatori 5 Stelle a fine dicembre, nei giorni infuocati dell’approvazione della legge di bilancio. Ieri, a poche ore dalla riunione decisiva, hanno fatto circolare una memoria con tutti i no all’autonomia.

Solo un giro di tavolo

Così ieri sera il consiglio dei ministri che doveva licenziare le nuove regole di poteri e soldi delle tre regioni che hanno richiesto l’autonomia differenziata (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) si è trasformato in un veloce giro di tavolo durato appena un’ora e durante il quale Salvini, Giorgetti, Stefani e i ministri leghisti presenti hanno accettato di rinviare la questione.     

La parola chiave è “comunicazione” che nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri ha preso il posto di “discussione e votazione”.  “Comunicazioni – si legge nella convocazione del consiglio dei ministri - in merito ai procedimenti in corso ai sensi dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Sta laggiù, in fondo a un lungo elenco di decreti legislativi di conversione di direttive europee in scadenza.

Il provvedimento bandiera – quello sull’autonomia differenziata delle regioni - che Salvini aveva spiegato come imprescindibile perché “fondativo” e “mandatario” per il febbraio, si trova in mezzo ad una tempesta politica tra Lega e 5 Stelle. E siccome l’accordo tra le due forze di governo è ancora molto lontano, in maniera molto elegante il ministro competente, la leghista Erika Stefani, prima della riunione ha firmato una nota in cui ha spiegato di essere “soddisfatta” perché “questa sera i testi sulle autonomie arrivano in Consiglio dei ministri. Siamo consapevoli che il percorso non è concluso ma siamo ottimisti sul risultato perché stiamo compiendo un passo importantissimo nell'ottica della razionalizzazione e del risparmio della spesa regionale”. Il ministro resta, e non potrebbe essere diversamente “ottimista sull’esito della discussione che riguarda i nodi politici rimasti”. E confida che “in pochi giorni sarà avviata la procedura innovativa prevista dall'art 116 comma 3 per l'attuazione dell'autonomia differenziata”. In fondo, ha concluso, “stiamo lavorando nel solco della Costituzione”.

Tre bozze d’intesa

Ma per capire quanto invece sia ancora ampia la distanza tra le due forze di governo, basta ascoltare quello che ha detto, sempre poco prima della riunione del Cdm, Luigi Gallo, presidente M5s della Commissione Cultura della Camera: “Prima affrontiamo i disequilibri su Università e Scuola e poi le autonomie”. E scorrere il memorandum per il No distribuito ieri dai 5 Stelle.

Sono tre le regioni che hanno chiesto di accedere all’autonomia differenziata: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il Piemonte, come l’Emilia Romagna a guida Pd, sta avviando la procedura. Il ministro Stefani ha portato in Cdm i documenti che fotografano lo stato dell’arte.

Le tre regioni hanno chiesto più autonomia su materie diverse nell’ambito di quelle concorrenti, regolate quindi dalla Costituzione.  Sul tavolo sono finite quindi tre bozze d’intesa su cui i ministri leghisti (Interni, Agricoltura, Pubblica amministrazione, Pubblica istruzione) hanno già dato l’ok. Un via libera che invece non è arrivato dai ministri grillini che hanno puntato i piedi (Sanità, Ambiente, Infrastrutture, Beni culturali).

Il via libera del Mef

Il nodo del Mef, quello più scottante perché riguarda i soldi e cioè se le tre regioni avranno più fondi ed eventualmente a chi saranno tolti, è stato risolto. Le tre regioni otterranno parte dell’Irpef raccolto sul territorio ma, è la garanzia, queste somme non saranno tolte ad altre regioni. Il valore delle nuove funzioni ottenute, il cui finanziamento sarà trattenuto sul gettito dell’imposta, sarà calcolato con il criterio del “costo storico”. Il passaggio al criterio dei “fabbisogni standard”, quello che preoccupa maggiormente chi parla di secessione e impoverimento per le regioni del sud, avverrà entro cinque anni. I fabbisogni standard terranno conto sia degli abitanti della regione che delle tasse raccolte. Motivo per cui i leghisti si sgolano nel dire che “nulla sarà tolto ad alcuno” e che “l'autonomia rappresenta una proposta di buonsenso nell'interesse dei cittadini e un'opportunità per tutto il Paese”.

Quattro fronti

Sulle materie invece la faccenda è parecchio in alto mare. Su quattro fronti, soprattutto: infrastrutture, sanità, cultura (scuola e beni culturali) e ambiente. Veneto e Lombardia hanno chiesto di diventare proprietari delle reti stradali e ferroviarie. Vorrebbero che concessioni, piano di investimenti, tariffe dipendessero dalle Regioni. Anche degli aeroporti. Facile immaginare come Toninelli e i 5 Stelle non abbiano alcuna intenzione di rinunciare alla gestione a centinaia di km di autostrade e ferrovie. Il rischio paventato è che chi ha già più infrastrutture possa anche avere più soldi.

Sull’ambiente lo scontro riguarda la valutazione d’impatto ambientale: le Regioni vorrebbero sottrarre allo Stato il potere di rilascio della VIA, senza la quale nulla di nuovo può essere costruito. Sulla Salute le regioni chiedono pieni poteri sulla gestione del personale della Sanità.  Il ministero è disposto a ragionare solo sulla parte delle “specializzazioni”. Infine i Beni Culturali: le regioni chiedono la competenza sulle Sovrintendenze. Oltre il ministero, contro questa idea si sono scatenati storici, paesaggisti, urbanisti. “Un vento di follia sta investendo il Paese” è il titolo della lettera che 130 intellettuali hanno scritto al ministro Stefani. Nella Pubblica Istruzione c’è un tema che riguarda gli insegnanti: stando alle bozze, potrebbero passare sotto le Regioni. 

Scontro trasversale Nord-Sud

 Lo stop dolce di ieri sera ha raffreddato un po’ gli animi. Anche perché oltre il muro Lega-5 Stelle, si sta alzando un muro tra le regioni del nord e quelle del sud che investe anche il centrosinistra (De Luca, governatore della Campania, attacca a testa bassa Bonaccini, entrambi sono del Pd) e un po’ tutti i partiti. Tra i 5 Stelle, ad esempio, quelli lombardi sono a favore. “L'autonomia è un vantaggio per tutti, rispetta la Costituzione e l'unità nazionale. E non toglie un euro a nessuno” ha detto il consigliere lombardo M5s Dario Violi. Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, parla di “dibattito un po’ scomposto e avulso dai contenuti” per cui il governo “farebbe in ogni caso bene a fugare timori più o meno infondati, fornendo risposte e rassicurazioni”.

Una visione d’insieme

Quello sull’autonomia rafforzata potrebbe anche essere, sulla carta, una buona occasione per vedere di dare una scossa a quella parte del paese che resta sempre indietro. Per fornire ai cittadini la possibilità di misurare i propri amministratori senza alibi e confermarli se sono capaci, mandarli a casa se non lo sono. Il problema è, come sempre, nell’insieme. Ed è la visione d’insieme che preoccupa. Questo governo sta portando avanti due riforme costituzionali: il Senato ha già approvato in prima lettura (ne servono quattro) il taglio dei parlamentari (da 630 a 400 i deputati; da 315 a 200 i senatori); la Camera – aula ieri interrotta dopo una mezza rissa tra Fico e il Pd provocato da un 5 stelle che aveva fatto il gesto delle manette – sta approvando la riforma del referendum che dovrebbe diventare la porta d’ingresso della democrazia diretta. Il governo ha in testa un ddl, un riassetto normativo, che nei fatti svuota il Parlamento su temi chiave come energia, concorrenza e appalti.

L’insieme, per l’appunto, racconta di un Parlamento che si svuota e di uno Stato che si frammenta. E questo è contrario alla Costituzione.