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Tre date per il voto a ottobre. Cancellerie straniere in pressing per convincere Draghi a restare

Il primo dei cinque giorni utili per un ripensamento lascia le cose come stanno. Sale forte il pressing interno e internazionale. 5 Stelle nel pallone, Conte vuol far dimettere i ministri, loro vogliono votare la fiducia. Di Maio: “Il Movimento non c’è più”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Mario Draghi (Foto Ansa)
Mario Draghi (Foto Ansa)

Chissà cosa lo farà più riflettere. Il titolo di prima pagina di Le Figaro, “La Bomba italiana” tutto dedicato alla crisi di governo italiana. “Il presidente del Consiglio italiano si crede così poco indispensabile - si legge - che ha deciso di dimettersi, stanco delle dispute assurde della classe politica. Ma chi osserva la situazione del suo paese incrocia le dita affinché riesca a superare l'attuale psicodramma e resti ai comandi”. Oppure l’appello a restare, molto pragmatico, senza voler interferire e però l’Italia,  l’Europa e l’Occidente “hanno bisogno di Mario” che arriva da Ursula von der Leyen e da Joe Biden. Quella frase diretta che butta là il senatore PierFerdinando Casini, “Draghi faccia un sacrificio, come anche la maggior parte degli italiani e resti”.

Il lavorio silenzioso di telefonate e messaggi che gli stanno arrivando in queste ore da vari leader e capi corrente, “Mario, per favore, fai uno sforzo e resta”. Che poi si va oltre la pura richiesta. Si tratta di appelli alla responsabilità nella consapevolezza che il quadro politico italiano è abitato da uomini e donne con scarso senso della misura e del contesto.  E che avere a che fare con questi signori ogni giorno nelle condizioni date di guerra, inflazione, speculazione e pandemia è un’impresa che può richiedere di andare oltre ogni ragionevole sforzo. A sera sono decine gli appelli in favore di Draghi che arrivano da ogni parte d’Italia, dai palchi di feste e dibattiti estivi,  da convention di partito (Italia viva oggi a Roma raccogliere firme così come sta facendo on line).  

Dimissioni sì, no, forse (dei ministri 5 Stelle)

O forse, ciò che il Presidente del consiglio tuttora in carica, con pieni poteri e mai sfiduciato ho osservato con più attenzione è l’ennesima giornata di psicodramma 5 Stelle, un ridicolo balletto di ministri stellati che Conte vuol far dimettere ma i diretti interessati non ci pensano neppure. Fino a minacciare l’ennesima scissione. Un’armata Brancaleone che vuol gestire una crisi di governo ma non conosce i fondamentali. A cominciare dal fatto che ministri e sottosegretari devono dimettersi. Siamo sicuri, deve aver pensato in qualche momento della giornata Draghi, che gente così sia meglio averla in casa, cioè in maggioranza, che fuori? Non lo sapremo mai. E il primo dei cinque giorni che il Presidente del consiglio ha concordato con il Presidente della Repubblica per “verificare in aula le condizioni della maggioranza”, se ne va  con gli stessi punti di domanda della mattina. Nessun vero indizio nuovo. Qualche spiraglio, forse: il pressing dei leader occidentali, molto preoccupati se anche l’Italia dovesse entrare in un tunnel di incertezza;.il pressing interno, della politica e della società civile.

Un piano inclinato

Per il resto, il primo dei cinque giorni di crisi sembra uno stallo ma è un piano inclinato che punta dritta su tre possibili date, 25 settembre, ancora meglio 2 o 9 ottobre: sono le tre domeniche utili per chiamare al voto gli italiani per votare i componenti della XIX legislatura. Perché quella attuale, la fatidica e inarrivabile XVIII, potrebbe chiudersi intorno alla fine di luglio.  Votare e uscire da questo pantano creato ad arte dal Movimento 5 Stelle e “nello specifico da Giuseppe Conte” sembra essere l’unica bussola che guida le mosse di palazzo Chigi e del presidente Draghi. Che ha dato cinque giorni di tempo per “giocare” i famosi “tempi supplementari” indicati dal ministro leghista Giorgetti (che ieri ha aggiunto: “Mi sembra però che le squadre siano arrivate un po’ stanche”). Le condizioni per andare avanti sono note: governo con i 5 Stelle e senza più condizioni continuamente sollevate che hanno l’unico scopo di logorare e indebolire l’azione di governo. Draghi è stato chiaro e non intende retrocedere da quanto ha detto: “Non ci sarà un Draghi bis senza i 5 Stelle (necessari anche per bilanciare da sinistra le pretese del centrodestra, ndr). E non si può governare con ultimatum e penultimatum”. Il Presidente della Repubblica ha ottenuto correttamente di parlamentarizzare una crisi extraparlamentare (Draghi non è mai stato sfiduciato). Ma le condizioni non cambiano. Si tratta quindi di leggere e analizzare ogni movimento e segnale in arrivo in queste ore dalle varie forze politiche. Prima di tutto dai grillini.

In superficie c’ è molta tattica e pretattica, da parte di tutti. Governo compreso. In Campo Marzio, la strada nel cuore di Roma dove ha sede il Movimento 5 Stelle, si aggiungono anche i teatrini. Il Consiglio nazionale del Movimento è ormai convocato in forma permanente, un po’ in presenza e l’altro po’ a distanza. Conte fa la spola dalla sua abitazione distante poche decine di metri e la sede del Movimento. Dal portone entrano ed escono capigruppo e ministri. Il tema ieri sono stati proprio i tre ministri D’Incà, Patuanelli e Dadone, i sei sottosegretari e le rispettive dimissioni. Conte avrebbe spiegato che non si può più traccheggiare e che il momento chiede il sacrificio dei loro incarichi. E’ mezzogiorno quando le agenzie di stampa battono con le stellette dell’urgenza la notizia che “Conte valuta il ritiro dei ministri”. Il tempo di verificare l’indiscrezione, che pare vera e fondata, e da palazzo Chigi filtra un commento: “Se così è, diventa inutile aspettare mercoledì, le dimissioni di Draghi diventano irrevocabili”. Passa un’altra oretta e la notizia fa retromarcia. Conte smentirà di persona questa richiesta ma solo a sera. I ministri Patuanelli e D’Incà, Agricoltura e Foreste e Rapporti con il Parlamento, fanno invece filtrare entro un paio d’ore che il tema delle dimissioni non è sul tavolo. Anzi, dicono i ministri in coro con i capigruppo, che è “giusto votare la fiducia al governo Draghi. Il nostro dissenso è sul decreto e non sul governo”. Il tema resta sul tavolo. Ed è il vero nodo di queste e delle prossime ore: se si dimettono, le dimissioni di Draghi diventano irrevocabili; se non si dimettono, si spaccano, ci sarà una nuova scissione perchè il piano di Conte è quello de Il Fatto Quotidiano: andare all’opposizione ma Draghi deve stare al suo posto, continuare la legislatura e farsi logorare.

Il Papeete è di Conte. Non di Draghi

Tanto che anche nel tardo pomeriggio Luigi Di Maio rompe ogni indugio e attacca: “Se Conte ritira i ministri dal governo Draghi di fatto si va allo scioglimento delle Camere, non ci sarà nessuna possibilità di mandare avanti il governo. Io lo voglio dire ai cittadini molto chiaramente: questa crisi avrà effetti pesanti”. Di Maio dice anche altre due cose: il Movimento non c’è, soppiantato dal “partito padronale di Conte” il quale è mosso ormai da tempo non da logica politica ma “da istinto di vendetta”. Signori e signore, siamo agli stracci e ai titoli di coda.

Il tema dimissioni è dunque la cartina di tornasole della crisi di governo. E non è un caso se in queste ore rimbalzano sui social alcuni “errori”. L’ex sottosegretario del Conte 1 e 2 Riccardo Fraccaro, fedelissimo di Di Maio che però è ancora nel Movimento ha pubblicato su whatsapp un fotomontaggio con l’immagine del leader della Lega in versione dj al Papeete nell’estate del 2019, quando decise di staccare la spina al governo gialloverde. Al posto del volto di Salvini, a torso nudo e con un bicchiere di mojito in mano, c'è però quello di Conte. Ora se c’è una cosa che Conte teme come la peste è che si addossi a lui la crisi e il voto anticipato. “E’ stato un errore” ha spiegato Fraccaro che formalmente è ancora nel Movimento. 

Lo sforzo principale dell’ex premier e dei suoi fedelissimi è proprio liberarsi dal rischio “Papeete di Conte” e trasformarlo nel “Papeete di Draghi”. Il Presidente del consiglio lo sa e farà di tutto per evitarlo. Il giorno prima era stata la ministra Dadone a finire in un fotomontaggio. E raffigurata in versione contestatrice di Femen al cospetto di Mario Draghi. La vignetta era stata postata dal compagno della ministra Ergys Haxhiu in vista del Cdm di giovedì. Cn questa didascalia: “Il Consiglio dei ministri come lo immagino io”. Peccato che Dadone sia la più convinta nel dire no alle dimissioni. Per non parlare dei sottosegretari. Ma se non ci si dimette non si può aprire una crisi di governo.

Occhi sul Quirinale e le grandi cancellerie

Un altro luogo da monitorare è certamente il Quirinale. E le sedi di governo delle grandi capitali. Draghi, si spiega, potrebbe essere molto sensibile al richiamo dei leader europei, Usa e non solo. In queste ore i russi stanno brindando alla sua uscita di scena. Johnson dimissionario, Macron azzoppato, Biden alle prese con la scadenza molto difficile del mid-term, Draghi dimissionario: cosa resta del grande blocco europeo ed atlantico anti Putin e in favore delle democrazie?  Insieme a quello dei mercati, della borsa e dello spread, il richiamo dei paesi stranieri e il rischio di indebolire il suo standing internazionale potrebbe essere un ottimo motivo per andare avanti anche senza 5 Stelle. L’appello arrivato ieri da Bruxelles, “Mr Draghi, stay” e dalla Casa Bianca vanno esattamente in  questa direzione.  Così come la petizione di Italia viva. E gli appelli a tappeto in arrivo dal Pd e dai centristi.

I colloqui Draghi- Mattarella sono coperti dal massimo segreto. Qualche spiffero però esce sempre. Per fortuna. Si dice che il Capo dello Stato abbia persuaso Draghi a provarci di nuovo. Anche a condizioni meno rigide rispetto a quelle previste. Ad esempio andare avanti anche senza i 5 Stelle. L’invito è a guardare alla formazione di Di Maio dove stanno affluendo giorno dopo giorno deputati e senatori. Non è un caso che il ministro degli esteri  abbia iniziato a definire il Movimento “il partito padronale di Conte” e a rivendicare alla sua formazione “l’eredità del vero Movimento”.  E’ l’operazione svuotamento, l’altra dinamica più sommersa da tenere sotto controllo. 

In carica con pieni poteri

Intanto il governo resta in carica con pieni poteri. Dettaglio fondamentale. Tanto che, se la situazione dovesse precipitare senza trovare una nuova sintesi, su al Colle potrebbero ragionare sullo scioglimento ritardato delle Camere per far stare il più possibile alla guida un premier e un governo con pieni poteri perché mai sfiduciato. Questo timing, ad esempio, darebbe la possibilità a Draghi di approvare entro fine luglio il decreto Aiuti bis. Si tratta di una misura su cui stanno lavorando il sottosegretario Garofoli e il ministro Franco, un altro pacchetto di miliardi, ottenuti senza scostamento di bilancio, per tamponare quell’inflazione al 10% che piega le gambe alle famiglie e alle imprese. Un decreto dove dovrebbe esserci una forma di price cap per calmierare i prezzi di gas, luce e petrolio.

E molto altro per aiutare le famiglie in difficoltà e i lavoratori. Un decreto atteso, che può essere varato solo da un governo con pieni poteri e non certo dimissionario e in carica per gli affari correnti.  Poi si tratta di calcolare bene i tempi della conversione, da fine luglio si andrebbe a fine settembre, in tempo ad esempio per votare la prima o seconda settimana di ottobre. E anche per preparare almeno la cornice della legge di bilancio che deve essere presentata alla Camera entro il 15 ottobre. Il nuovo governo non avrebbe il tempo di farlo e rischierebbe l’esercizio provvisorio.

Il contrappeso dei 5 Stelle

Ma siamo andati troppo in là. Occorre vivere alla giornata. Intanto ieri Draghi è stato in Campidoglio per rendere omaggio all’amico Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica morto a 98 anni e suo compagno di confronti politici ed economici. Lunedì sarà in Algeria, viaggio importantissimo per aumentare le forniture di gas e non solo. Draghi ha deciso di accorciare il viaggio “insieme ai suoi ministri” e di tornare a Roma già lunedì sera. Anche il Quirinale ha cancellato impegni istituzionali previsti per martedì e mercoledì. 

Il piano della crisi di governo è, appunto, molto inclinato e verso una direzione sola. Poi, certo, la ragion di Stato alla fine può sempre prevalere. Ma un governo senza i 5s sarebbe sotto ricatto perenne della Lega, a trazione destra-centro e schiaccerebbe il Pd. Draghi lo sa e di certo non vuole passare dagli ultimatum stellati a quelli padani. Anche Letta lo sa. La destra di governo, Lega e Forza Italia, ieri hanno fatto un comunicato “avanti senza i 5 Stelle o al voto”. Meloni vuole votare ieri. Meloni premier. Siamo così sicuri che Lega e Forza Italia possano accettare questo che è molto più di uno scenario? C’è molto nervosismo in giro. Le dimissioni di Draghi hanno spiazzato tutti. E a tutti alla fine converrebbero ancora qualche mese di governo prima di andare al voto.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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