[La polemica] Il patto del Nazareno è ancora vivo. Così Pd e Forza Italia combattono insieme per privatizzare il trasporto locale. Contro il sindacato

Il referendum sull’Atac e sul trasporto, che si svolge nella Capitale oggi - dopo quelli sull’acqua e sui servizi pubblici - sta diventando un altro test cruciale sulla politica italiana, e soprattutto sulla sinistra. E’ ancora (una volta) una sorta di prova “a contrario” sul principale partito di opposizione che si avvicina proprio in questi giorni al suo congresso. Ma, oltre la politica, in questa occasione Il Pd si schiera anche - e soprattutto - contro il sindacato: non solo contro la Cgil, che ha fatto una forte campagna contraria, ma (stavolta) anche contro Cisl e Uil, schierate per il No

Atac
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Privatizzare i trasporti o no? È un referendum apparentemente “locale”, quello che sta per svolgersi, ma nella Capitale d’Italia di locale non c’è mai nulla. Ed è formalmente un referendum “consultivo”, anche se non sarà proprio così, visto che il sindaco Virginia Raggi ha già detto che terrà conto del risultato in ogni caso. E’ - infine - un referendum che mette alla prova il Pd, la sua linea politica, il suo posizionamento, la sua stessa identità, su un terreno cruciale come quello dei servizi pubblici, perché un voto a Roma è sempre un voto nazionale, di qualsiasi tema si dibatta.

Così il referendum sull’Atac e sul trasporto, che si svolge nella Capitale oggi - dopo quelli sull’acqua e sui servizi pubblici - sta diventando un altro test cruciale sulla politica italiana, e soprattutto sulla sinistra. E’ ancora (una volta) una sorta di prova “a contrario” sul principale partito di opposizione che si avvicina proprio in questi giorni al suo congresso: dopo i grandi proclami su “riconquistiamo il voto delle periferie”, e su “abbiamo imparato la lezione delle politiche”, preso da uno dei suoi sorprendenti istinti alla Dottor Jeckill e Mister Hide il Pd ha deciso di schierarsi a favore del Si alla “liberalizzazione” e contro il cosiddetto “monopolio naturale” (che in questo caso però sarebbe il servizio pubblico). Attenzione: il Pd si ritrova ancora una volta  insieme Forza Italia e ai radicali (che sono promotori della consultazione), lasciando al M5s, a Fratelli d’Italia e a Sinistra Italiana il fronte dell’opposizione. Ma, oltre la politica, in questa occasione Il Pd si schiera anche - e  soprattutto - contro il sindacato: non solo contro la Cgil, che ha fatto una forte campagna contraria, ma (stavolta) anche contro Cisl e Uil, schierate anch’esse per il No.

In che modo la cessione del servizio di trasporto pubblico ai privati dovrebbe e potrebbe migliorare la gestione di una delle più disastrate aziende pubbliche italiane, in verità è un singolare mistero di fede difficile da spiegare anche con le doti dialettiche e immaginifiche del segretario dei radicali italiani Riccardo Magi, grande sponsor della sfida di Roma. Anche perché questa consultazione si svolge - per paradosso - nel primo anno e nel primo semestre in cui Atac ha registrato un risultato netto di 5.2,milioni di euro, con ricavi che per una volta sono in leggerissimo aumento: le vendite dei biglietti crescono del 2%, i controlli del 9% e finalmente stanno arrivando i nuovi autobus (dopo i 29 bruciati in questo anno di roghi). Un tenue vento di ripresa, che si leva timidamente dopo il baratro del concordato. In che modo la “liberalizzazione” dovrebbe agevolare il servizio e aumentare la ripresa? Su quali tratte i privati dovrebbero realizzare profitti, e con quali investimenti? Altro mistero.

Persino il car sharing, malgrado il suo successo apparente, in una città estesa come Roma continua ad essere una attività che fatica a pareggiare i conti economici, e soprattutto limitata nello spazio (il servizio non funziona in periferia per l’impossibilità di coprire con un un numero adeguato di veicoli una superficie così estesa). I promotori del referendum  - tuttavia - curiosamente invocano l’esempio virtuoso delle ferrovie. Un paragone  che davvero con l’Atac c’entra poco, dato che in questo caso (al contrario che in quello di Trenitalia) c’è una tariffa imposta con margini di ricavo molto più stretti (da biglietti e abbonamenti arriva solo il 25% delle spese). Ed è altrettanto curioso che uno dei supporter del referendum, Andrea Giuricin - su Il Fatto - usi come strumento di propaganda argomentazione  che i trasporti a Roma costano il 40% più che a Milano, come se la capitale lombarda fosse paragonabile alla città più estesa d’Italia, d’Europa, ma - nel contempo - anche a una metropoli che ha 2000 abitanti per chilometro quadrato (Roma) con una che ne ha poco meno di 7mila (Milano). Ma la perla è un’altra: secondo Giuricin i privati, rompendo “il monopolio naturale” dell’Atac potrebbero addirittura “far viaggiare gratis i passeggeri” e “nel contempo ridurre i costi”.

Un mezzo dell'Atac

Una meravigliosa moltiplicazione dei pani e dei pesci una chicca da tatcherismo tardivo e lisergico. Perché mantenendo in piedi il vecchio carrozzone pubblico - mutilato ma necessariamente ancora attivo - pagando i vecchi dipendenti, non licenziando nessuno (lo assicurano i promotori nella speranza di non perdere i voti dei dipendenti Atac), continuando a fare investimenti e manutenzioni sul suo parco - sempre secondo i promotori - l’azienda dovrebbe riuscire anche a distogliere quote dei fondi pubblici con cui si finanzierebbero le meravigliose  “best practice” delle linee private, ovviamente virtuose ed efficienti - in omaggio al celebre adagio di Stefano Ricucci - “con il buco di culto degli altri”. E i privati, ovviamente, in questo sogno ad occhi aperti, dovrebbero anche trarre dai costi di gestione la quota dei loro profitti. Alla fine di questo quadro demenziale mi ritornano in mente le corse che facevo sugli autobus notturni dell’Atac partendo da Termini quando ero ragazzo, per tornare nella mia periferia spenta, a Cinecittà est. Andare ad una banalissima festa e lasciarla come Cenerentola, per me, significava tornare a casa, sul Conte del raccordo anulare, alle 2.00 di notte.

Quelle corse che ancora oggi tengono aperto un filo di vita e di cittadinanza per chi non abita nei salotti del centro, sarebbero oggi “in perdita” secondo la logica costi/ricavi dei promotori. Linee, dove ogni ora partiva un autobus stipato all’inverosimile, di cui sarei curioso ad assistere alla “gara” per scrutare le facce dei privati desiderosi di aggiudicarsela. E così - mentre in Gran Bretagna la sinistra alza la bandiera della ricostruzione del welfare nella Capitale d’Italia il Pd parla delle “best practice”.

Come il partito possa essere ancora una volta caduto dentro questa trappola vetero-liberista è un vero enigma. Ai tempi del referendum sull’acqua pubblica il partito contenne le pulsioni liberalizzatrici dei suoi dirigenti, de tutto contrario al sentimento della sua base:  con molta fatica, ma con più furbizia, cercando di boicottare la linea del bene pubblico in ogni modo, ma poi saltando sul carro del vincitore all’ultimo momento. Questa volta si è collocato dall’altra parte: ha fatto ricorso ad una sorta di referendum interno dove la linea del si alla privatizzazione Decisa dalla segreteria (che in questo caso è ancora renziana) ha prevalso con il 60% dei consensi e grazie ad un piccolo escamotage. Il voto, infatti, è stato contestato dai Dem contrari al referendum che hanno criticato il metodo di computo: “In realtà - ha spiegato il consigliere regionale Eugenio Patané - solo 1726 iscritti hanno votato per il Si, il 47%, mentre il 53% ha votato per il no o per l’astensione”. L’appoggio sarebbe frutto di una forzatura nella lettura dei dati relativi? A questo punto conta davvero poco, se è vero che  dado è tratto. Dopo quella consultazione il capogruppo del M5s Giuliano Pacitto ha commentato: “Non deve meravigliare che il Pd nostro la sua vera faccia sui servizi pubblici. Prima hanno spolpato l’Atac e adesso la vogliono dare ai privati”.

Dato questo feroce clima di scontro, dato il peso sulla politica nazionale della Raggi, dato la battaglia ideologica che è in atto da anni sulle municipalizzate (“Con i profitti delle nostre - spiega il presidente dell’Anci Antonio De Caro, tra l’altro anche lui Dem - noi sindaci ci paghiamo i servizi sociali”) il voto di Roma, il suo risultato e il quorum che si raggiungerà diventeranno un termometro importante:  l’ultimo tassello di una grande battaglia infinita in atto da anni tra liberisti e pubblicisti. Auguri.