Trappole, rischi e vie di fuga sul fronte della guerra dell’energia

Il rischio di interruzione esiste ma non conviene soprattutto alla Russia. Il doppio pagamento in euro e poi un rubli. Le trappole nel decreto. Draghi torna a chiedere il tetto al pezzo del gas. E si accelera la via dell’autonomia

gasdotto
Gasdotto (Foto Ansa)

Nella guerra del gas c’è anche una guerra di nervi. E una lunga lista di sfide. Quella di Putin che minaccia lo stop delle forniture se i paesi acquirenti non pagheranno in rubli. Quella dell’Europa che ieri, a ventiquattro ore del decreto di Mosca che impone il pagamento in rubli, ha ribadito di essere ferma sulle sanzioni, di non accettare ricatti e meno che mai il pagamento in rubli. Resisterà la compattezza? Che farà Orban che, in cerca domenica del quarto mandato presidenziale, ha già detto che “non accetterà di affamare il suo popolo” e quindi pagherà, nel caso, in rubli? C’è la sfida legale: da giovedì pomeriggio gli avvocati di ciascuno dei 27 governi, delle varie compagnie, gli staff a Bruxelles stanno studiando il decreto Putin in cerca della interpretazione autentica. Che ancora non c’è. Intanto il gas continua a scorrere nei tubi che dalla Russia dell’est passano dall’Ucraina, anche, e arrivano in Europa attraverso un reticolo di gasdotti. “Nessuna diminuzione dei flussi”. E ieri il valore del gas alla “borsa” europea, il TtF in Olanda ha ceduto il 6,7% del suo valore.

Il decreto e le sue trappole

Prima di tutto, cosa dovrebbe accadere da oggi. Ovverosia, come da oggi l’Europa deve versare i circa 800 milioni ogni giorno necessari per avere i metri cubi di gas che garantiscono industria, uffici e famiglie. Secondo il testo, “si richiede agli importatori europei di avere due conti in Russia, uno in euro e l’altro in rubli. Si pagherebbe in euro e poi una banca russa non soggetta a sanzioni (sono due, tra cui Gazprombank, ndr) cambierebbe questi euro in rubli e li metterebbe sul secondo conto intestato a Gazprom. A questo punto l’importatore darebbe l’ok per il pagamento”. Se le cose fossero realmente così, diceva ieri il ministro della Transizione ecologica mandato sulla tv nazionale nelle fasce top a spiegare la situazione, “tutto sommato non cambierebbe molto”. Si tratterebbe di una modalità che salva capra e cavoli, la grandeur di Putin (dà seguito alla minaccia del pagamento in rubli) e le casse del suo stato ma anche l’economia europea che dipende per il 60% del suo fabbisogno dal gas russo. Il problema sono le trappole. “E’ chiaro -ha spiegato Cingolani - che se ci fossero elementi adesso non ancora chiari che andassero contro le sanzioni o contro gli impegni contrattuali, le cose si potrebbero complicare. Al momento non sembra così”.

La trappola

Una trappola potrebbe essere, ad esempio, al punto 7 del decreto. “L’obbligo di pagamento da parte del compratore di gas - si legge - (ad esempio l’Eni, cdr) si considera compiuto solo quando i rubli sono trasferiti al conto di Gazprom”. In questo dettaglio si può annidare la diavoleria. Mentre i fondi passano da euro a rubli e poi dai rubli “nostri” - dei compratori per intendersi - ai rubli del venditore può capitare qualche improvvisa svalutazione o repentina rivalutazione rispetto all’euro. Qualcuno può giocare sul cambio del rublo che negli ultimi 40 giorni è stato una specie di ottovolante e dopo aver perso il 45% nelle prime due settimane di guerra ora è tornato ai livelli preguerra. Gli esperti di politiche monetarie dicono che non c’è da fidarsi molto di queste quotazioni perchè il fato oggettivo è che il rublo è una moneta congelata. Inutilizzabile. Qualcuno, però, in quel passaggio da euro a rublo potrebbe guadagnarci molto. O perderci molto. In questo caso, chi si accolla le perdite? Chi i guadagni? Servirebbe spiegare meglio quel punto. Ma chi è in grado in questo momento di spiegare a Putin una cosa del genere? Siamo sicuri poi che la voglia capire e che, invece, non l’abbia pensata apposta così? Fatto è che mentre martedì sera, nei vari colloqui con Draghi, Macron e Scholtz, Putin aveva il problema principale di spiegare il nuovo sistema di pagamento in euro/rubli, Draghi voleva parlare di come arrivare al cessate il fuoco. Due prospettive ancora molto lontane. O forse no. Almeno a sentire ieri Erdogan che registrava “importanti passi avanti” del tavolo di mediazione ospitato a Istanbul. “Putin e Zelensky si devono ora incontrare”.

Trappola numero 2

La seconda trappola sta nel passaggio del decreto in cui una speciale Agenzia dello stato dovrà “entro dieci giorni” stabilire la lista dei paesi ostili. Lista che, da quel che si capisce, sarebbe soggetta a periodiche valutazioni. Questo si chiama ricatto. Dove il vero obiettivo, evidente, è spaccare il blocco europeo una volta preso nel cappio della carenza di gas. Quell’Europa che tante volte Putin ha visto distratta e divisa e che non solo ha reagito compatta ma ha anche fatto muro con gli Usa e la Nato. Un Occidente coalizzato è un nemico che Mosca non può reggere a lungo. Chi finirà quindi nella black list dei paesi ostili a Mosca? Decisive sono le telefonate continue tra Parigi, Bruxelles, Berlino, Roma, Madrid. Ieri pomeriggio Bruxelles - dopo il vertice con la Cina dove Xi ha auspicato che Cina e Ue “lavorino insieme per stabilizzare un mondo turbolento” - è stato ribadito che “i governi europei sono compatti” nel rifiutare il ricatto di Vladimir Putin di pagare in rubli le forniture di gas. I contratti, hanno spiegato fonti vicine al dossier, “devono essere osservati e rispettati e valutati nelle valute previste. Cioè euro e dollari”.

Il tetto al prezzo del gas

Cingolani ieri ha rassicurato: “Il rischio del taglio del gas esiste, è reale, ma in realtà non conviene soprattutto a Putin”. Che dal conto suo canto bluffa come un navigato gambler al tavolo della Storia. “Inizialmente - ha spiegato Cingolani - il presidente Putin aveva detto che avrebbero accettato solo pagamenti in rubli per le loro esportazioni di gas. Ma questo avrebbe infranto i contratti con gli importatori europei che sono firmati con valuta europea o dollari. Così ha escogitato il doppio binario di pagamento”. “Se anche dovesse interrompere il flusso del gas - ha continuato Cingolani - l’Italia non ha problemi nell’immediato grazie alle scorte. Sullo stoccaggio per l’anno prossimo siamo un pezzo avanti ma è chiaro che dobbiamo molto accellerare”. Mario Draghi, nei suo colloqui informali, è tornati alla carica con il tetto al prezzo del gas. E’ un suo pallino da settembre dell’anno scorso, da quando è iniziata la crisi. E’ diventato palese a gennaio quando Putin diminuì il flusso del gas, non c’era ancora la guerra in Ucraina ma doveva far assaggiare cosa sarebbe poi succedere: un’accanita speculazione sui mercati del gas. Il tetto europeo - un prezzo fisso oltre il quale non si può andare - sarebbe l’assicurazione migliore per fare adesso lo stoccaggio (e invece la aste stanno andando deserte per i prezzi troppo instabili) ed assicurarsi la copertura del prossimo inverno. Mentre che diventa operativo il Piano B, ovverosia l’indipendenza energetica. Cioè fare a meno del gas russo. “L’indipendenza energetica è una questione di sicurezza nazionale” ha specificato Cingolani. Per cui servono misure eccezionali. Bruxelles nicchia ma sta valutando mentre è stato approvato l’altro corno del problema: acquisto e stoccaggio saranno comuni ai 27.

Indipendenza dal gas russo

Il governo continua il lavoro per smarcarsi dal suo fornitore numero uno. Sempre il ministro Cingolani ha descritto un lavoro “molto serrato” per siglare “in tempi brevissimi” contratti con altri paesi e puntare a diventare indipendenti dalla Russia “in tempi veramente molto rapidi”. Il premier Draghi ha annunciato la scorsa settimana a Bruxelles “un piano di diversificazione energetica dettagliato”. Un pezzetto è certamente nella telefonata avuta ieri con il presidente algerino Adbelmadjid Tebboune. Un altro pallino di Draghi è che i med men, anche i cosiddetti vecchi Pigs cioè Portogallo, Italia, Spagna e Grecia, possano diventare il blocco di paesi che avvia un nuovo hub energetico con i paesi dell’Africa verso il resto d’Europa. Non più est-ovest, dal sud al nord. Da un mese Draghi e il ministro Di Maio hanno intensificato rapporti e contatti per avere nuove e diverse forniture.L'import di gas dalla Russia in Italia ammonta a circa 29 miliardi di metri cubi nel 2021 con cui vengono coperti il 38% dei consumi del Paese. E’ già partita la campagna per rifornirsi di gas per l'inverno 2022-2023, ma le prime aste per lo stoccaggio sono andate quasi deserte. I prezzi della materia prima generano “oneri finanziari elevatissimi” per gli operatori, aveva segnalato l'Eni il mese scorso in un'audizione alla Camera. Per correre ai ripari, il governo sta studiando una regolamentazione ad hoc che solleciti la risposta da parte degli operatori.
Poi c’è la diversificazione delle fonti. La prima strada è ovviamente il Nord Africa. Nel breve periodo, il Mite ha indicato come possibile un aumento fino a 9 miliardi di metri cubi l'anno dal gas algerino attraverso Transmed e di circa 1,5 miliardi dall'Azerbaijan attraverso il Tap. Chi ha già dato disponibilità all'invio di gas in Europa è il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha raggiunto un accordo per fornire agli alleati 15 miliardi di metri cubi di Gnl. All’Italia ne dovrebbero andare 2-3. Si tratta di gas naturale liquefatto che deve essere trattato nei rigassificatori per essere immesso nella rete. L'Italia ha tre rigassificatori (a Porto Venere, Rovigo e Livorno), che potrebbero lavorare fino a 6 miliardi di metri cubi di materia prima in più. Snam ha poi il mandato di negoziare per altri due rigassificatori galleggianti (la concorrenza è serrata perchè ci sono dieci navi in tutto il mondo ma dovremmo avere l’esclusiva su una nave), che potrebbero essere operativi in 12-18 mesi, una volta avute le autorizzazioni. Un nuovo impianto potrà essere a Piombino, l'altro, forse, a Ravenna. Un ulteriore aiuto verso l'indipendenza energetica arriva dalla produzione nazionale di gas che il governo ha chiesto di aumentare di 2,2 miliardi di metri cubi, in aree come Cassiopea, nel Canale di Sicilia, e nelle Marche, per destinarla in primis ad aziende energivore e pmi. In questo modo, in autunno avremmo sostituito circa il 30-40 % dell’import russo.

La sfida sulle rinnovabili

Il governo calcola come ogni 8 gigawatt di potenza elettrica installata faccia risparmiare in media 3 miliardi di metri cubi di gas. Il decreto bollette in discussione alla Camera prevede una decisa liberalizzazione per gli impianti fino a 200 kW dopo le misure del dl semplificazioni. Queste le intenzioni. Dopo di che il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, denuncia che ci sono ancora “400 impianti fermi per una folle burocrazia italiana”. Degli impianti eolici e solari presentati nel 2021, il 90% non ha superato lo stadio cartaceo. E lo scorso anno sarebbero stati realizzati progetti per 1.300 Mw, un terzo di quelli necessari per il Pnrr. L’affrancamento al 100 per cento dal gas russo resta comunque un percorso lungo. “Almeno tre anni” aveva detto Cingolani. Occorre accellerare. Che la burocrazia si levi di mezzo. Se non ora, quando? Se poi ci saranno - e ci saranno i soliti delinquenti che approfittano delle situazioni di crisi, polizia e magistratura faranno bene il loro lavoro. E la giustizia saprà dare risposte nei tempi giusti. Potrebbe servire mettere in campo misure e restrizioni da economia di guerra. Il governo non ha intenzione di passare dall’attuale stato di preallaerta (early warning), il più basso di una scala di tre (i successivi sono alert ed emergency). Ieri una nota di palazzo Chigi ha smentito il passaggio ad una fase di alert. La preallaerta significa che è in corso un monitoraggio continuo. Alcuni studi però dicono che potremmo risparmiare fino a 3 miliardi di mc di gas se abbassassimo di 1-2 gradi il riscaldamento nelle case e meno illuminazione pubblica.