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Tra rinvii e meline, il caos delle concessioni balneari piomba sulla campagna elettorale

E sul centrodestra che sperava, anche in questo caso, di rinviare a dopo il voto. L’Europa chiede ma l’Italia non risponde quasi mai. E nel centrodestra tutti, non solo Salvini, alla fine vogliono “più Italia e meno Europa”. La beffa degli affitti: 45 milioni di incassi a fronte di 15 miliardi di fatturato medio annuo

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Tra rinvii e meline, il caos delle concessioni balneari piomba sulla campagna elettorale

L’Europa chiede ma l’Italia non risponde. Quasi mai. E arrivano le procedure d’infrazione che significano multe, soldi e, soprattutto, inaffidabilità.  L’ultimo capitolo dell’annosa questione balneari, in piedi ormai da quasi sedici anni, da quando – correva l’anno 2006 - l’europarlamento ha adottato la direttiva Bolkestein che vuole liberalizzare i beni e i servizi nei paesi della Ue. Tra queste le concessioni del commercio ambulante e le concessioni balneari. Anni di barricate, manifestazioni, sentenze e ricorsi e ancora l’Italia è ferma, praticamente, a sedici anni fa. Se vogliamo capire che tipo di Europa hanno in mente i partiti di maggioranza in questa campagna elettorale per le Europee al momento tutta sui nomi e zero sui contenuti, il dossier balneari ne è l’esemplificazione più plastica ed evidente: la concorrenza è il diavolo e guai a chi la vuole introdurre come regola di mercato. Soprattutto, ed è forse ciò che in questa fase interessa di più, lo Stato continua a percepire cifre irrisorie dall’affitto degli arenili nonostante gli affari vadano a gonfie vele.   

Un incasso ridicolo  

In base ai dati ufficiali dell’Agenzia del demanio, le sole concessioni balneari valgono 55,163 milioni di euro per 10.556 permessi. E’ una media di 5.226 euro richiesti per lido a partire da un canone minimo di 2698 euro all’anno. Il tutto rispetto ad un fatturato medio annuo di 15 miliardi. Non basta: c’è anche una quota di morosità pari a circa il 20,3%. Mettere a gara le concessioni dei lidi vorrebbe dire rivedere anche i canoni di affitto che invece restano fermi. Tutto sommato lo Stato potrebbe anche essere accusato di danno erariale per il mancato incasso di qualche centinaio di milioni. Come minimo. Il colmo è che il governo Meloni non solo non mette a gara i lidi ma nel 2024 ha anche abbassato “la misura minima di canone” scesa per tutto il 2024 a 3.225 euro contro i 3.377 dovuti nel 2023.  

Il Consiglio di Stato insiste   

L’ultima puntata è andata in scena proprio a cavallo del ponte del Primo Maggio. Il Consigli di Stato (sentenza n. 03940/2024) ha respinto uno dei tanti ricorsi e ha confermato la decisione già presa a dicembre 2021: non è possibile alcune deroga alle concessioni oltre il 31 dicembre 2023. I Comuni che hanno già derogato, devono immediatamente disapplicare le deroghe. Nella sentenza il Consiglio di Stato si richiama “ai principi della Corte di Giustizia Ue, 20 aprile 2023” per dare “immediatamente corso alla procedura di gara per assegnare la concessione in un contesto realmente concorrenziale”. Nella sentenza è contestato il fatto che la risorsa spiaggia “non sia scarsa”, tesi invece sostenuta da palazzo Chigi nella mappatura  realizzata dal governo e inviata a Bruxelles a supporto della mancata applicazione della direttiva Bolkenstein. In quella mappatura, in effetti, i tecnici pare abbiano contato tutto il litorale italiano, compresi scogli e aree non balneabili. 

Il problema è serio per tanti motivi: siamo alla viglia della stagione estiva; i concessionari vivono ormai da anni nell’incertezza e questa fa sì che vengano fatti pochi investimenti; siamo nel pieno della campagna elettorale per le Europee ed è chiaro che il dossier diventerà pane quotidiano nei duelli elettorali. 

Pane da campagna eletottorale   

Dove il centro destra è per una volta molto compatto, da Forza Italia alla Lega passando per i Fratelli:  “La mappatura delle coste, svolta nei mesi scorsi dal tavolo tecnico sulla base dei dati forniti dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, è frutto di un lavoro serio che ha visto coinvolti tutti i ministeri competenti. I risultati di tale lavoro sono oggetto dell’interlocuzione in corso tra il governo e la Commissione europea, volto a superare la procedura di infrazione e a definire una norma di riordino dell’intero settore che dia certezza agli operatori e alle amministrazioni locali”. 

Insomma, wait and see, aspettiamo e vediamo e intanto passa un’altra stagione. Nel frattempo magari cambia la Commissione che magari cestinerà la Bolkestein. Questa la speranza di oltre diecimila concessionari che alla fine possono diventare trentamila voti (contando famiglie di almeno tre persone ma in realtà sono anche i benefici della concessione riguardano anche due, tre generazioni). Le Associazioni di categoria lanciano l’allarme, “10 mila famiglie a rischio di perdere il posto di lavoro” che poi, a seconda di chi parla, diventano 300 mila. E sono anche molto irritate: “La politica ci sta prendendo in giro”.  Riccardo Padovano, presidente del Sindacato Balneari (Sib) Pescara ieri ha provato a mettere in fila i fatti partendo dalla fine: “Adesso basta con questa melina, non possiamo più fare finta di nulla”. La politica, ha accusato, “ci ha sedotto e abbandonato”.  

“Il caos”  

Dal centrosinistra si accusa il governo perché sta lasciando il settore nel caos. E questo è controproducente per tutti. “Basta con la propaganda - dice Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, presidente di Ali, coordinatore dei sindaci dem e candidato alle Europee nella circoscrizione Centro - Servono linee guida nazionali chiare per tutti e in tempi brevissimi. Basta con letture consolatorie per non dire favolistiche”. Anche perchè l’allora governo Draghi una soluzione l’aveva trovata sulla base della prima sentenza del Consiglio di stato emessa alla fine del 2021 dal presidente Filippo Patroni Griffi. A pagina 47 infatti si legge  che il bando può prevedere procedure ad hoc che tengano conto nello specifico delle realtà attuali, con tutte le loro esperienze, peculiarità e caratteristiche di gestione locale. In pratica bandi di gara con requisiti così specifici da tenere le multinazionali ben lontane dalle stesse gare. Anche perché, come ricordava ieri Luciano D’Alfonso (Pd) “ci sono anche due direttive europee, la 2014-89-UE e la 2008-56-UE, che affidano ai concessionari la responsabilità di quote di tutela dello spazio marittimo”. Fissate tutte queste specifiche, è assai difficile che si presenti qualche soggetto imprenditoriale straniero. Almeno però si fanno le gare, lo Stato incassa di più e si chiude la procedura d’infrazione. 

“La famosa mappatura delle spiagge italiane è solo una presa in giro, un escamotage per aggirare le norme europee. Norme che servono alla concorrenza, quindi sia al sistema produttivo che agli utenti. Si mettano subito a gara le concessioni e si aumentino i canoni” ripete Riccardo magi di +Europa.  

Il quasi silenzio di Palazzo Chigi   

Palazzo Chigi tace. Giorgia Meloni ha ricevuto il re Abdallah di Giordania e si è ben guardata dal dire una parola sul dossier che scotta. Ci mette una parola il viceministro Tajani e capolista per le Europee Antonio Tajani. “Stiamo lavorando ad una soluzione in dialogo con la Ue. Cerchiamo di rispettare le norme senza penalizzare le imprese”. Il leader di Forza Italia vorrebbe tanto sopire e troncare. Almeno rinviare. Ma stavolta pare proprio non sia possibile. La questione andava risolta un anno fa, nei tempi previsti. Non sarebbe capitata come un macigno in una campagna elettorale ad alta tensione dove la maggioranza vorrebbe tanto più Italia e meno Europa (lo slogan di Salvini) ma non può dirlo. 

 

 

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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