[L'analisi] Toti, Zingaretti, Solinas e gli altri: il retroscena sul partito dei governatori

Quello del governatore o del consigliere regionale, è molto più “posto fisso” rispetto a quello del presidente del Consiglio o del parlamentare

Christian Solinas, neo governatore della Sardegna
Christian Solinas, neo governatore della Sardegna

A rendere il tutto molto più interessante è la congiuntura storica, per così dire: da un lato, la battaglia delle Regioni del Nord per l’autonomia differenziata, che è una bandiera della Lega e che Matteo Salvini tiene sullo sfondo, pronto però a tirarla fuori al momento opportuno, anche su pressione dei suoi, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti al ministro degli Affari Regionali Erika Stefani, ovviamente ai presidenti leghisti delle Regioni del Nord.

E poi anche la prevedibile durata limitata del governo. L’esecutivo sembra essere a scadenza mentre, al di là delle volte in cui sono capitati dei ribaltoni “giudiziari”, solitamente i consigli regionali restano in carica per tutti e cinque gli anni di mandato e, comunque, gli scioglimenti anticipati di assemblee legislative di Regioni si contano sulle dita di una mano, nella storia repubblicana.

Quindi, detto male, quello del governatore o del consigliere regionale, è molto più “posto fisso” rispetto a quello del presidente del Consiglio o del parlamentare. E, ancora, è chiaro che un presidente di Regione scelto dai cittadini con l’elezione diretta o un consigliere eletto con le preferenze ha un ruolo più pesante di quello di un deputato o un senatore andato a Montecitorio o a Palazzo Madama con le liste bloccate e solo per volontà di un capopartito.

Insomma, siamo nell’era dei governatori, che diventano sempre più spesso personaggi nazionali, molto più “pesanti” della stragrande maggioranza dei ministri o delle cariche istituzionali delle Camere.

E così la Conferenza Stato-Regioni diventa una specie di “superConsiglio dei ministri”, un "partito dei governatori" dove si decidono strategie importantissime per il Paese e, soprattutto, vengono create leadership. Anche con alleanze inattese: ad esempio è in Conferenza Stato-Regioni che si sono cementate amicizie e collaborazioni trasversali come quella fra Sergio Chiamparino, penultimo presidente poi dimissionario, e Giovanni Toti, di gran lunga il più mediatico e appetibile a testate unificate fra tutti i governatori.

Toti e Chiamparino sono diventati amici non sulla base di qualche strano inciucio destra-sinistra, ma molto più semplicemente - oltre che per una stima e un'amicizia personale - sulla base della condivisione di uno sviluppo comune del NordOvest  che passa anche attraverso la Lombardia di Roberto Maroni prima e di Attilio Fontana oggi.

E Toti, dalla Liguria, “una striscia di terra sotto i piedi”, vincendo tutte le elezioni possbili immaginabili, con tutti i sistemi elettorali possibili immaginabili, si è costruito un percorso politico che sarà decisivo per la creazione del nuovo soggetto politico con Giorgia Meloni, se abbandonerà un profilo troppo di destra, settore già abbondantemente presidiato da Salvini in tutte le sue declinazioni, Guido Crosetto, Raffaele Fitto e soprattutto un altro governatore: Nello Musumeci.

Il presidente della Sicilia, che può contare su uno Statuto di rango costituzionale approvato addirittura prima delle Carta del 1948, è un timidone, poco mediatico, ma ha dalla sua una stima bipartisan con una fama che lo precede di persona integerrima, proba e onesta, caratteristiche riconosciute anche a sinistra, e – esattamente come Toti – riesce ad essere il rappresentante non del suo partito, circostanza che lo ridurrebbe a esponente di parte, ma dell’intera coalizione, anche dei centristi ex ennecidini e lupiani che ha subito coinvolto.

Insomma, è l’ex centrodestra unito, che ora si chiama “modello Liguria”, ma era il "modello Berlusconi" quando Berlusconi era Berlusconi. E, sempre per restare al tandem del NordOVest, Chiamparino ha saputo ritagliarsi il ruolo di “capo dei Sì TAV”, quasi il fidanzato perfetto per tutte le madamine. E SuperSergio ha anche il volto sufficientemente emaciato per piacere a tutte loro.

La lista dei presidenti che, dalla Regione, sono riusciti a costruirsi un profilo nazionale passa per Luca Zaia – capo dei leghisti che ricordano a Salvini le sue radici – e arriva anche al Pd.

Su tutti,  Nicola Zingaretti che dalla Pisana, il palazzone sulla Cristoforo Colombo sede della Regione Lazio, è riuscito addirittura a diventare il segretario del Pd, con una gestione intelligente delle alleanze e delle non belligeranze dal centrodestra ai Cinque Stelle a livello regionale;  una serie di vittorie senza sconfitte in tutte le elezioni dirette in cui si è presentato in Provincia ed in Regione; e un lavoro all’interno del partito che ha permesso di raccogliere tutte le spinte anti o post renziane e di farne un valore aggiunto.

E’ andata peggio a Michele Emiliano che, sempre dalla sua Regione, la Puglia, si è costruito un profilo da “Pierino” nel partito, eterno oppositore molto movimentista, a tratti quasi antropologicamente grillino, ma chiaramente perfetto per un ruolo da oppositore interno anche nel suo partito. E quello che fa sorridere è che il profilo di governo del suo predecessore, Nichi Vendola, che veniva da Rifondazione e da una sinistra bertinottiana e molto più movimentista, anche nel momento della fondazione di Sel e della partecipazione alle primarie del centrosinistra, è stato molto più “governativo” e “moderato” del suo successore. Comunque, sta di fatto che anche Emiliano si è costruito un profilo nazionale come governatore.

E, ovviamente, c’è il re della capacità di penetrazione mediatica e dell’essere anche politicamente scorretto all’interno del suo partito: Vincenzo De Luca lo era già da sindaco di Salerno, lo è stato da viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e riesce ad esserlo ancora di più da governatore della Campania, dove ha comunque un ruolo istituzionale più alto dei capigruppo parlamentari e pari solo a quello di Zingaretti.

E ora è in arrivo un altro personaggio, su cui in moltissimi scommettono per un ruolo da governatore che possa trasformarlo in leader nazionale ed è il neopresidente della Sardegna Christian Solinas. Innanzitutto, occorre passare da un’osservazione: oggi il presidente della Conferenza Stato-Regioni è un esponente del centrosinistra, basandosi su un equilibrio politico modellato nel momento in cui il Pd aveva la quasi totalità delle giunte regionali. Prima era Sergio Chiamparino, poi il governatore piemontese si è dimesso e al suo posto c’è Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna, che però si porta dietro il peccato originale della scarsa affluenza al voto che portò alla sua elezione.

E Giovanni Toti, che è stato ed è il vice di entrambi, ha già una sua statura nazionale per la quale non ha bisogno di essere il numero uno della Conferenza Stato-Regioni.

Ed è qui che le caratteristiche di Solinas potrebbero venire buone: eletto dal centrodestra unito e forze civiche (undici forze), con uno stretto accordo con Matteo Salvini, quindi graditissimo al leader del Carroccio che in suo onore ha anche aggiunto la dizione “Partito sardo d’azione” alla denominazione del gruppo leghista a Palazzo Madama, ma per l’appunto non leghista doc, ma segretario del Psdaz, il più storico dei partiti presenti in Parlamento e quindi “potabile” anche per i governatori non salviniani.

E ancora, come Musumeci, Fedriga, il valdostano, il trentino e l’altoatesino, Solinas ha dalla sua lo Statuto speciale che, ad esempio, lo equipara a un ministro per tutte le materie in cui il consiglio dei ministri decide su questioni sarde. Ma, soprattutto, Solinas ha un tratto umano, una cortesia, una dialettica un’attenzione ai dettagli e una capacità di studiare seriamente i dossier sul suo tavolo e di maneggiare la politica degna della prima Repubblica, e non potrei fargli complimento migliore.

Un democristiano nell’animo – e anche qui siamo nel massimo dei complimenti – ma un democristiano cossighiano, inventivo, rivoluzionario nell’approccio, ma sempre moderato.

Non un doroteo, ma uno zapatista della conservazione.

Quasi un ossimoro vivente.

Un Che Guevara sardo.

Duro, ma senza mai perdere la tenerezza.

Incapace di litigare con qualcuno, ma capace di andare d’accordo con tutti.

Può essere davvero il miglior presidente possibile per la Conferenza Stato-Regioni.