[Il retroscena] La retromarcia di Toti, che ora si rinserra in Liguria e tenta la pace col Cav

La campagna d'autunno di Giovanni Toti non poteva iniziare peggio. E, decisiva, è stata la scelta sbagliata dei tempi

Giovanni Toti (Ansa)
Giovanni Toti (Ansa)

Eppure, il primo sondaggio ufficiale era stato ottimo, quasi entusiasmante per essere la prima rilevazione in assoluto, e che dava "Cambiamo!" al 2,3 per cento. Dato però mai più ripetuto: i numeri attuali parlano del 2 per cento nel più benevolo dei casi e dello 0,8 nel peggiore.

Eppure, alla Camera, si erano mossi in cinque deputati (Manuela Gagliardi, Giorgio Silli, Alessandro Sorte, Stefano Benigni e Claudio Pedrazzini) che hanno costituito la componente totiana del gruppo Misto "Cambiamo! - Dieci volte meglio" insieme ai due ex pentastellati Catello Vitiello e Silvia Benedetti.

Poi, però.

Poi, però è nato il partito di Matteo Renzi, con un arrivo immediato da Forza Italia e capacità attrattiva proseguita anche nei giorni successivi alla costituzione dei gruppi parlamentari con due ulteriori arrivi dal Pd, il leader dei "Moderati" Portas, e la senatrice Vono annunciata in viaggio dal MoVimento Cinque Stelle.

Poi, però Mara Carfagna è riuscita a portare a cena ben cinquantacinque parlamentari azzurri che oscuravano i numeri totiani.

Poi, però sono spariti dai radar alcuni di coloro che erano indicati come soci fondatori di "Cambiamo!", come Osvaldo Napoli.

Poi, però a Palazzo Madama - almeno fino alla seduta dell'8 ottobre, la prima programmata - delle fuoruscite da Forza Italia e della costituzione della componente "Cambiamo!" nel gruppo misto del Senato non c'è alcuna traccia e, addirittura, uno dei quattro senatori dati come certi, l'ex ministro ed ex presidente dei senatori azzurri Paolo Romani, non è più così certo.

Insomma, la campagna d'autunno di Giovanni Toti non poteva iniziare peggio.

E, decisiva, è stata la scelta sbagliata dei tempi: patto con Matteo Salvini chiuso nel momento dell'errore di valutazione del leader leghista e, soprattutto, un mese perso con il trappolone di Silvio Berlusconi che ha offerto a Toti la carica di co-coordinatore nazionale del partito, ma senza che alla carica corrispondesse un effettivo potere politico o volontà di rinnovamento interno della nomenklatura azzurra.

In questo modo - in modo politicamente cinico, ma intelligentissimo tatticamente anche se non è detto strategicamente - Berlusconi ha "sterilizzato" il movimento arancione del suo consigliere politico, trasformando quella che poteva essere una grandissima occasione, la convention del teatro Brancaccio il 6 luglio a Roma in una kermesse costosa, ma nè carne, nè pesce.

In politica, i tempi sono tutto e, finora, "Cambiamo!" li ha sbagliati tutti e completamente, anche non per colpa sua, capitata in mezzo a una tempesta perfetta fra la crisi di governo e la fondazione del partito di Renzi che, comunque, idealmente, va a pescare nello stesso elettorato moderato.

Il livello locale

E anche a livello locale, sui territori, le cose non funzionano perfettamente: in Lombardia dei sette consiglieri regionali dati per certi, per ora solo uno ha preso a due mani il coraggio di saltare il fosso; i gruppi nelle varie regioni procedono con il contagocce; addirittura, le cose procedono con difficoltà anche a Genova e in Liguria, che di Toti sono la casa e l'esempio di ottimo governo (martedì verrà inaugurato alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte il primo tratto di "impalcato", il nuovo Ponte post-Morandi, capolavoro del commissario Marco Bucci, della struttura guidata da Maurizio Michelini e di PerGenova, il consorzio fra la Fincantieri di Giuseppe Bono e la Salini, guidato dal direttore generale del colosso navalmeccanico Alberto Maestrini).

E così, nonostante tre assessori in Regione Liguria (Giacomo Raul Giampedrone, Marco Scajola e Ilaria Cavo) e due in Comune di Genova (Barbara Grosso, la più glamour degli arancioni, e Francesco Maresca, espertissimo di portualità), ancora non sono stati costituiti ufficialmente i gruppi di "Cambiamo!" nè in Regione Liguria, nè in Comune di Genova.

Giovanni Toti e Silvio Berlusconi (Ansa)

Insomma, Caporetto era un trionfo, al confronto.

Ma, nonostante i tanti errori degli ultimi mesi - riassumibili soprattutto nell'essersi affidato a un manipolo di fedelissimi che gli dice troppe volte di sì, anzichè contraddirlo quando serve o dargli consigli che vadano oltre il "sì Giò", "certo Giò", "hai ragione Giò" - ancor oggi Toti è uno degli animali politici più capaci che c'è in circolazione in Liguria e non solo. Uno davvero bravo e che ha governato bene la Liguria, facendone un laboratorio nazionale, come ha dimostrato anche gestendo benissimo da commissario l'emergenza del Morandi.

E quindi, seguendo anche i consigli di amici più amici e meno yes-man dei precedenti, Toti ha cambiato completamente strategia.

Innanzitutto, lasciando perdere imprese impossibili come la presentazione di una lista autonoma di "Cambiamo!" alle regionali in Umbria. E forse la stessa scelta verrà presa per i turni di elezione del governatore in Emilia-Romagna e Calabria.

Insomma, in questo modo, con la rinuncia alla "campagna del Sud" verrebbe lanciato un chiaro segnale di pace a Forza Italia e, soprattutto, verrebbe accettata la strategia consigliata da Matteo Salvini e dal suo plenipotenziario ligure Edoardo Rixi: "Toti in questo momento pensi alla Liguria".

E anche gli altri uomini forti della Lega in Liguria - dal capodelegazione del Carroccio all'europarlamento Marco Campomenosi, fine pensatore, all'assessore regionale alle Attività Produttive Andrea Benveduti, che interpreta al meglio e con stile l'ortodossia leghista - hanno insistito su questa linea, molto responsabile: appoggio totale della Lega a Toti, che sarà nuovamente il candidato del centrodestra, circostanza che a un certo punto non è apparsa scontata, a patto che la campagna d'Italia del governatore venisse immediatamente interrotta, perchè distraeva il presidente della Liguria dalla lotta per la rielezione, non più scontatissima per l'alleanza fra Pd e MoVimento Cinque Stelle, che sembrava impossibile.

Insomma, liberato in qualche modo dall'ala ultrà degli arancioni, Toti ha saggiamente abbassato i toni nei confronti di Forza Italia e anche la non belligeranza nelle Regioni potrebbe aiutare un "serrate i ranghi" pure in Liguria, dopo una serie di scontri pesantissimi all'arma bianca dialettica con il coordinatore dei gruppi azzurri in Parlamento Giorgio Mulè, candidato in Liguria proprio grazie al placet di Toti e poi diventato il suo avversario più duro.

I rapporti con Scajola

I rapporti con Claudio Scajola, sindaco di Imperia certamente mai totiano, sono nettamente migliorati negli ultimi tempi, mentre sono sempre stati ottimi quelli con l'ala "lealista" di Forza Italia, i deputati Roberto Cassinelli e Roberto Bagnasco, il votatissimo sindaco di Rapallo Carlo Bagnasco eletto con quasi l'80 per cento dei voti nel sesto Comune della Liguria, e il consigliere regionale Claudio Muzio. 

E potrebbe essere anche rivista la scelta di "svuotare" completamente i gruppi di Forza Italia in sette dei nove Municipi genovesi (negli altri due non era possibile perchè c'era un solo eletto azzurro) che sarebbero stati completamente travasati in "Cambiamo!", una dichiarazione di guerra forse inopportuna in questo momento, dopo un rimpasto di giunta comunale anche in questo caso interpretato come un atto ostile da Arcore per la sostituzione dell'assessore allo Sviluppo Economico Giancarlo Vinacci, vicinissimo al Cav e al suo medico Alberto Zangrillo.

Insomma, la situazione è magmatica.

Ma la correzione di rotta di Toti potrebbe essere la mossa vincente.

Leninianamente, fare un passo indietro oggi per farne due in avanti domani, senza lasciarsi travolgere dalla fretta e dagli ultrà.

In più, dalla sua, il governatore ligure ha una buona percezione dei suoi cinque anni di governo regionale e, soprattutto, l'appoggio del sindaco di Genova Marco Bucci, che oggi gode di una popolarità assoluta anche fra gli elettori pentastellati e di sinistra, ritenuto una risposta antipolitica alla politica, che invece viene vista incarnata anche nelle strategie di Toti.

Insomma, "Cambiamo!" può essere anche un verbo, un imperativo, una strategia interna per correggere i moltissimi errori di un partito in fasce.

E la capacità di Toti di aver seguito alcuni buoni e disinteressati consigli, lasciando perdere inutili ruvidezze dialettiche e scontri continui con Forza Italia, rafforza il suo fortino in Liguria. Da dove tutto è iniziato.