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De Andrè, Toti e gli haters nell'anniversario della morte. Ma prima toccò a Salvini

Il tweet del governatore ligure scatena gli odiatori social. "Lui ti avrebbe schifato. No sei degno". Ma alla fine è Dori Ghezzi a zittire tutti

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
De Andrè, Toti e gli haters nell'anniversario della morte. Ma prima toccò a Salvini
L'immagine di denuncia postata da Toti su Facebook

Eppure il post di Giovanni Toti non era particolarmente rivoluzionario, anzi proprio il minimo sindacale per un governatore ligure. Foto in bianco e nero di Faber e testo minimal: “11 gennaio 1999. Ventidue anni fa la Liguria perdeva uno dei suoi più grandi e amati cantautori, Fabrizio De André. Ma la sua musica resterà per sempre”.

Oggettivamente difficile da contestare, anche perché oggettivamente poco poetico, quasi una fotografia. Tutto vero e tutto incontestabile, anche se un po’ freddo: morto 22 anni fa, era ligure, era uno dei più grandi e amati cantautori e la sua musica resterà. Tutto giusto, tutto ok.

Certo, per dire, se avessi dovuto scegliere un post per ricordare Fabrizio avrei preso quello di Vasco Rossi che ha scelto una sua foto insieme a De Andrè e a Dori Ghezzi e che, la sera del concerto al Carlo Felice di Genova per ricordare Faber, fu uno dei tre interpreti, fra i tantissimi, che mi arrivò dritto al cuore: Enzo Jannacci con una “Via del campo” da brividi, fatta a modo suo; Franco Battiato con le sue lacrime verissime e una “Amore che vieni, amore che vai” che ancor oggi fa sentire le pulsazioni e arrossisce le gote. E poi, per l’appunto, Vasco con “Amico fragile” che non è solo De Andrè, è anche Vasco. Non l’ha cantata quella sera, l’ha vissuta, perché Vasco “le molte feritoie della notte” e i loro spifferi li ha sentiti tante volte.

E così il post del Komandante trasuda come al solito pathos: "Anarchici, individualisti, noi, amici fragili, accomunati dalle nostre diversità. Duri nel cercare le libertà, contro il pregiudizio e i falsi moralismi... Quando Dori mi ha invitato al concerto per Fabrizio, ho accettato subito, istintivamente. Senza nemmeno chiedere di che cosa si trattasse. Mi basta sapere che io e Fabrizio abbiamo gli stessi valori. Che sotto le insegne dell'arte, della musica, si può parlare di disagio. Che la musica può essere messaggio. Senza volerlo. La musica può farti star bene, può commuovere o consolare... Può veramente unire e comunicare". Wiva Fabrizio De André!!!”. Del resto, Vasco e Faber erano accomunati anche dall’amicizia e dalla condivisione con don Gallo, che professava il suo amore per “il Vangelo secondo Fabrizio, il mio quinto evangelista”.

De Andrè, Toti e gli haters

Insomma, per tornare a Toti, aveva detto il minimo indispensabile. Eppure, mal gliene incolse, perché immediatamente si sono scatenati gli haters. Cito fior da fiore, ma potrei trovarne decine e decine, forse centinaia e mi scuso di qualche francesismo nelle citazioni letterali: “Quella chitarra minimo te la infilava nel culo”; “Lui ti avrebbe schifato”; “Non sei degno di parlare di De André”; “Sicuramente si vergognerebbe di avere un governatore come lei” (questo è uno colto ed educato);  “Ma lascia stare che tu non c’entri un cazzo con De Andrè. Va là, va là” e “Ma se ieri hai messo una foto insieme a Salvini che predica porti chiusi, stai zitto che fai schifo”.

E via di questo passo, quasi il contraltare “di sinistra” degli insulti razzisti e “di destra” che abbiamo raccontato dieci giorni fa, a Capodanno, quando Toti ha postato la foto della prima nata al San Martino di Genova, Greter una bimba di colore e di origine nigeriana, e si sono scatenati contro di lui i contrari allo “ius soli” e al fatto che il governatore avesse osato definirla “ligure”.

O, ancora, la seconda ondata di insulti, sempre “di destra”, per aver scritto che se avesse votato in America avrebbe votato Trump, ma il 6 gennaio si sarebbe pentito del suo voto dopo aver visto l’assalto al Campidoglio. Forse si poteva evitare di pentirsi non votandolo proprio, ma tant’è. Insomma, per farla breve. Toti viene insultato sia da destra che da sinistra e forse questo testimonia sul suo equilibrio positivo in questo periodo di riposizionamento al centro, che abbiamo raccontato per primi proprio qui su Tiscali.it.

Riposizionamento e visione di governo

E che, in qualche modo, è sublimato dal suo auspicio – sempre via social, il suo mezzo preferito – di un governo di larghe intese, esplicitato pochi giorni fa: “Come dopo le grandi tragedie, ad esempio la Seconda Guerra Mondiale, i partiti facciano un Governo di unità nazionale per far ripartire l’Italia, per prendere insieme le grandi decisioni. Ora, il Covid non è la Seconda Guerra Mondiale, ma guardandomi intorno non vedo neppure un De Gasperi o un Togliatti! Tutto in proporzione...”.

Il caso degli insulti per aver semplicemente pubblicato foto e ricordo di De Andrè deflagra ed è lo stesso governatore ligure ad intervenire: “Stamattina ho ricevuto insulti quando con un post ho ricordato Fabrizio De André, un grande cantautore, poeta, italiano, genovese e ligure. Un atto sentito personalmente e dovuto da presidente di Regione Liguria. In questi anni abbiamo valorizzato molto i nostri cantautori, inserendo anche un corso specifico nelle scuole, in modo da tramandare anche ai più giovani la loro poesia e le nostre tradizioni. Siamo stati i primi in Italia a farlo e di questo sono orgoglioso. L'arte non è di destra o di sinistra. L'arte è un bene universale, di tutti e per tutti. Trovo quindi vergognose e fuori luogo le critiche di chi scrive che io non sia degno di nominare De André, né di ascoltarlo. Ma davvero la vostra idea di libertà e democrazia, che tanto difendete, è questa? Fino a che punto arriva la vostra superiorità morale se vi arrogate anche il diritto di decidere chi è degno o no di ascoltare certa musica? Ma quanto è fastidioso e miope credersi sempre superiori e dalla parte del giusto, perfino del bello? Uso una frase di Faber per rispondervi, se mi è concesso: "Se i cosiddetti ‘migliori’ di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po' vivremmo in un mondo infinitamente migliore”. Viva De André!”.

Toti come Vasco

E, stavolta, la conclusione è proprio la stessa di Vasco, come se Toti avesse indossato dialetticamente il suo “chiodo” di pelle che è una delle sue giacche preferite. La citazione di De Andrè è perfetta (ma nella poetica di Faber è facilissimo trovarne di adatte a ogni situazione), ma soprattutto è vero che, da sempre, Regione Liguria porta avanti il ricordo di Fabrizio De Andrè: lo fece il centrosinistra con la straordinaria mostra interattiva di Palazzo Ducale voluta da Luca Borzani e con la presidenza di Claudio Burlando che propose a Dori Ghezzi di renderla permanente in uno dei Palazzi dei Rolli patrimonio dell’Unesco.

Ma, se possibile, la giunta Toti ha fatto ancora di più grazie all’assessore alla Cultura e totiana di ferro Ilaria Cavo che ha organizzato i corsi sui cantautori nelle scuole liguri, con fra gli altri Ivano Fossati e Marco Ansaldo, e sta andando avanti come un treno sul progetto della “Casa dei cantautori” all’Abbazia di San Giuliano in corso Italia, sul litorale di Genova, che avrà alcune sale dedicate ovviamente proprio a De Andrè. Eppure gli insulti odierni a Toti non sono un’esclusiva del governatore ligure, ma ormai una ricorrenza classica dell’11 gennaio.

Il precedente: Salvini

Nel 2019, a vent’anni dalla morte, toccò infatti a Matteo Salvini – che di De Andrè è veramente e sinceramente appassionato musicalmente sopra ogni cosa, pur oggettivamente non avendo introiettato il messaggio di molte canzoni di Faber, a partire da quelle, splendide, del testamento spiritale di “Anime salve”, le più belle di sempre e dedicate agli ultimi – postare una foto di Fabrizio con alcuni versi de Il pescatore: "All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore”.

Ciao Fabrizio, grazie poeta" aveva scritto Salvini, allora ministro degli Interni e vicepremier, scatenando gli utenti social che avevano replicato: "Probabilmente non ha capito nemmeno la storia del Pescatore”, identificandolo nel paladino della “sbirraglia”. Ne nacque una polemica. Con Cristiano De Andrè che spiegò: "Salvini dice di essere un grande fan di mio padre ma credo si sia fermato a Il pescatore. E forse non ha neppure capito che il 'pescatore' era Gesù Cristo, che viene da una novella ecclesiastica. Forse non lo ha assimilato ed è rimasto al 'la la la la la la la".

Eppure, Salvini è straordinariamente sincero quando dice: “Lo amavo e lo amo. L'ho scoperto grazie ai miei genitori. Le sue non sono canzoni, lui è over, è sopra. Quando vado a Genova, se riesco faccio anche una scappata al cimitero monumentale a Staglieno". E, forse, le parole più adatte a chiudere questa storia – Toti, Salvini o chiunque altro – sono quelle di chi più di tutti ha condiviso vita e pensiero con Fabrizio, Dori Ghezzi. “Non ho motivo di dubitare che Salvini sia sincero: la musica di Fabrizio appartiene a tutti, e l'ultima cosa che lui voleva era dire agli altri cosa pensare”.

Parole bellissime, come la loro chiosa sempre firmata Dori: “Credo che tutti possano ascoltare Fabrizio senza per questo dover assumere una certa posizione politica. Certo, sarebbe meglio che, ascoltandolo, si intendesse fino in fondo l'umanità che raccontava, e da quale punto di vista lo faceva. Non credo, però, che le canzoni di Fabrizio siano proprietà di una parte politica o dell'altra, benché tutti abbiano provato a tirarlo per la giacchetta”. Ecco, così.

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