[Il retroscena] Tormentone Pd. Renzi: “Non è all’ordine del giorno un nuovo partito, basta scissioni”

Dopo l’uscita di scena di Minniti, smarrimento tra i renziani. L’ex segretario in serata prova a fare chiarezza: “Non sto lavorando a qualcosa di diverso”. I renziani cercano un nuovo candidato. Si danno 48 ore. Pressing su Guerini che fa resistenza. Il jolly Bellanova. Martina e Delrio in campagna acquisti. Zingaretti sente già il partito in tasca. Ma la situazione resta molto, molto fluida. Aperti tutti gli scenari. Il tempo delle scelte scade il 12 dicembre

Matteo Renzi
Matteo Renzi

“Di scissioni ne abbiamo viste già abbastanza, non è all'ordine del giorno e non sto lavorando a qualcosa di diverso. Se ho da dire qualcosa la dico in faccia e non mando avanti spifferi e retroscena”. A sera, dopo 48 ore sulle montagne russe, Matteo Renzi cerca di spengere l’ennesima renzeide agitata all’interno del Pd, e alla sua sinistra, anche ad uso e consumo di chi, non da oggi, ha un piano abbastanza chiaro in testa: superare il renzismo; annullare per sempre l’ex segretario.

Giornata surreale

E’ stata una giornata surreale: l’aula della Camera ostaggio di una Monovra che non solo è fantasma, nel senso che nulla di quello che contiene è reale, e su cui il governo ancora alla ricerca di una soluzione ha pure messo la fiducia; la quota renziana dei deputati Pd, orfani di un candidato alla segreteria dopo la marcia indietro di Minniti, sotto choc e vaganti in Transatlantico con la faccia a punto interrogativo: “E ora che si fa? Matteo ci dice che non si vuole occupare del congresso del Pd, che non fa il piccolo burattinaio al congresso. Ma noi sul territorio ci siamo impegnati e tanto per sostenere Minniti che ora ci saluta perché dice che non si sente supportato dai renziani…Assurdo”. Situazione in effetti surreale. E ancora molto fluida, per non dire incerta. Si capisce perché Maurizio Martina, e il padre nobile Graziano Delrio, fiutando il sangue abbiano iniziato la campagna acquisti degli orfani e depressi deputati renziani. Della serie, “venite con noi che siamo la novità e siamo già una squadra”. Un po’ come andare ad acquistare i pezzi buoni di un negozio che sta per chiudere. L’altro candidato, Nicola Zingaretti, si frega le mani, sente già il partito in tasca. Il caos, appunto. Da cui qualcuno ricorda citando Nietzche, “può sempre nascere una stella danzante”. Che in questa fase si fa molta fatica anche solo ad immaginare.

“In nome del Pd”

Minniti ieri mattina ha spiegato in un’intervista di aver deciso di lasciare “per favorire l’unità del partito” che sarebbe uscito “indebolito” se nessuno dei candidati, cosa probabile finchè sono stati in tre, avesse raggiunto il 50 per cento alle primarie affidando quindi all’assemblea l’onere di una scelta non più dei gazebo ma di un “laboratorio” come l’assemblea. L’ex ministro dell’Interno non si è addentrato su questioni divisive circa appoggi veri o presunti. Meglio così. Anche se i racconti di chi c’era dicono che nella famosa riunione di mercoledì pomeriggio nell’ufficio di Guerini a San Macuto, Minniti avrebbe preteso un impegno scritto e firmato da un centinaio di parlamentari a che nessuno se ne sarebbe andato qualora Matteo Renzi avesse organizzato un altro partito, o movimento, o comitato. Una “cosa sua”, anticamera di una nuova scissione. Richiesta, ovviamente, irricevibile. E che non pochi, si spiegava ieri, giudicano figlia della non disponibilità di Minniti “ad un confronto vero ed incerto fino all’ultimo”.
Sullo sfondo, come sempre, la figura, il ruolo e le intenzioni di Renzi. Il senatore di Scandicci, dopo aver letto attentamente tutti i giornali, ha affidato il primo commento a Facebook. L’attacco gronda rabbia: “Oggi i media parlano di nuovo delle divisioni del Pd. E naturalmente c’è sempre qualche fonte anonima che dà la colpa a Renzi. strano”. Il messaggio è chiaro: “Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso del Pd. Io non mollo di un centimetro la mia battaglia contro i cialtroni che stanno mandando l'Italia in recessione. Ma non chiedetemi di stare dietro alle divisioni del Pd”. La conclusione è amara: “Da mesi non mi preoccupo della Ditta Pd: mi preoccupo del Paese. Che è più importante anche del Pd”. Una presa di distanza che, se possibile, agita ancora più le acque. Sono le 9.55. La giornata sarà lunghissima.

La riunione al Senato

A palazzo Madama i senatori di stretta osservanza renziana si riuniscono nell’ufficio del capogruppo Marcucci per decidere il dà farsi. L’ipotesi di chiedere il rinvio del congresso e, a Gentiloni, di traghettare il partito oltre la primavera e la tornata di appuntamenti elettorali nasce e muore nel giro di un’ora: Martina e Zingaretti, interpellati, hanno rifiutato ogni rinvio o congelamento. L’ordine a tutti i renziani, un centinaio tra Camera e Senato, è di restare “calmi”, segno che veramente lo smarrimento, al di là di quello che può sembrare, è forte. Restano due opzioni: trovare un nuovo candidato; decidere di convergere su uno dei due candidati in campo, Martina o Zingaretti. Inizia il pressing su Guerini che però è categorico: “La mia candidatura non esiste. Ho lavorato con impegno e generosità e tanta pazienza alla candidatura di Minniti. L’hanno fatta saltare con irresponsabilità. Ho perso. Adesso tocca ad altri”. A sera i renziani scommettono ancora su di lui. Senza ottimismo. Il Piano B potrebbe chiamarsi Teresa Bellanova, l’ex viceministro allo Sviluppo economico è la candidata più pop del renzismo. Lei non si tirerebbe indietro. Basta una telefonata, chiara, senza incertezza.

Martina all’attacco

Nel frattempo gli altri due candidati si fregano le mani per il “colpo di fortuna”. Di colpo si spalanca una prateria, soprattutto per Martina, il ministro cui Renzi affidò la scommessa, vinta, dell’Expo, segretario fino al 17 novembre, ultimo a scendere in campo nella corsa per la segreteria. Con lui ci sono Orfini, Delrio, Matteo Richetti, tre pezzi importanti del renzismo quando era vincente. Inizia un’operazione “porta a porta” in cui l’ex segretario tende la mano a deputati e senatori renziani, contattati uno dopo l’altro e con rare eccezioni per chiedere di passare dall’altra parte. Cinismo e sangue freddo sono condizioni necessarie per fare politica, non esiste memoria, solo il presente e il futuro. “Sappiamo che molti dei nostri sono già stati contattati per chiedere di passare con loro, sia alla Camera che al Senato” si racconta. Del resto, al pari di questo, su siti e agenzie iniziano a circolare ricostruzioni giornalistiche che danno per fatto (“a gennaio”) il nuovo soggetto politico e in cui si parla di “renziani ormai senza Renzi” nel senso che nella testa dell’ex segretario ci sarebbe un partito di nomi e facce nuove. Sono le quattro del pomeriggio. La slavina sembra inarrestabile. I big, Guerini, Rosato, Marcucci, Lotti fanno circolare un messaggio chiaro: nessun tana libera tutti, nessuna smobilitazione, cerchiamo un altro candidato altrimenti decideremo il dà farsi. Soprattutto, nessuna lascia il Pd.

Gli appuntamenti fake

Se il giorno prima c’erano state false agenzie di stampa e pagine Facebook taroccate, ieri un contributo al panico lo ha dato Dagospia che nel primo pomeriggio se ne esce con un articolo che titola così: “Segnatevi questa data, 16 dicembre: è l’inizio della nuova “cosa” di Renzi…”. Si fa riferimento all’iniziativa di Sandro Gozi - ex sottosegretario alla Presidenza ai tempi di Renzi, con lui a Bruxelles mercoledì per una serie di incontri con Juncker, Moscovici e i leader di Verdi e Liberali e di Pse, da sempre grande sponsor della “nuova cosa” di Renzi - che il 16 riunirà a Roma la “Ciudadanos italiana” sulle orme del movimento centrista spagnolo. L’ufficio stampa di Renzi è costretto all’ennesima smentita di giornata: l’appuntamento del 16 non riguarda Renzi. Per fortuna l’ex premier e segretario ha dato appuntamento alle 18 per una diretta Facebook. “Finalmente arriverà qualcosa di chiaro e preciso…” è la speranza di molti.

Occhio a Calenda

Tra le ipotesi in circolazione c’è più una nuova cosa per l’Europa, il fronte allargato centrista progressista con Macron e i Ciudadanos spagnoli appunto, che non un nuovo partito in Italia. Renzi ne avrebbe parlato mercoledì mattina a Bruxelles quando ha incontrato gli eurodeputati. Nell’inner circle renziano si scommette che alla fine non se ne farà nulla: “Una lista per le europee con i comitati di Scalfarotto? Auguri. Un conto è quello che fa Gozi ma attribuirlo a Renzi... E poi lasciare il Senato per l'Europa e per fare cosa? Lui nel Pd sarebbe sempre un interlocutore con cui fare i conti”. Di sicuro Renzi osserva con attenzione come si sta muovendo Carlo Calenda, l’ex ministro allo Sviluppo economico in tour, con successo, con il suo libro e al lavoro, pare, per una lista antisovranista alle Europee distinta però da quella di Renzi. “Stanno contattando gli stessi finanziatori” sussurra una fedelissima molto perplessa. Renzi avrebbe accelerato proprio per non farsi bruciare da Calenda. Che si fa sentire via twitter: “L’eventuale lista di Renzi non sarebbe un nuovo partito liberal-democratico. Si tratterebbe del partito di Renzi. Nel bene e nel male è l'unica dimensione in cui riesce a operare. Non fa per me”. Calenda in uscita dal Pd? Zingaretti si augura di no: “Non credo e spero di no. Penso che Carlo Calenda possa essere uno dei principali protagonisti della stagione che noi dobbiamo aprire in Italia. Uno dei principali protagonisti della battaglia che dovremo affrontare alle elezioni europee, di un nuovo gruppo dirigente, di un nuovo Pd che guarda alla pancia della società per cambiare e per renderla protagonista”. Come si possa conciliare Calenda, profilo confindustriale, con la prospettiva tutta a sinistra di Zingaretti, è un teorema difficile da comprendere. Ma nel Pd in queste ore può accadere di tutto.

La diretta Facebook

Inizia con un po’ di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Dopo una raffica di risposte sui temi del giorno - la manovra “fantasma” e lo sconcerto negli occhi dei commissari incontrati a Bruxelles, la “vaccata” della tassa sull’auto, la farsa del balconcino da cui Di Maio spiegò di aver sconfitto la povertà, il giustizialismo e come conciliare l’ambiente con le infrastrutture - Renzi dedica al tema del giorno solo gli ultimi 5 minuti di una diretta lunga 45. “Quando ho qualcosa da dire lo dico e non lo affido ai retroscena… la visione di partito che tiene ancora conto delle correnti è vecchia e comunque non fa per me: non sarò mai il capo nè il burattino di una corrente. Io non mollerò mai, non lascerò mai il mio ruolo di senatore dell'opposizione, tutto il resto appartiene al chiacchiericcio. Non ho preteso di mettere un mio candidato al congresso per lavorare tutti insieme senza inseguire le beghe delle correnti”. Sarà ancora più chiaro un’oretta più tardi ospite di Radio Zapping su Radio 1: “Non è all’ordine del giorno la creazione di un nuovo soggetto politico”. Parole chiare. Ma non bastano. Non c’è dubbio che l’ex segretario sia molto arrabbiato. I renziani, con Renzi, si sono dati altre 24 ore per trovare un loro candidato. La situazione è molto fluida. Nulla è escluso. Tutto è ancora possibile. Cinque giorni, da qui al 12 quando chiuderanno le candidature, sono un tempo infinito.