[Il caso] Una storica toga rossa è il capo dei pm in Cassazione. E nella maggioranza continua il braccio di ferro sulla prescrizione

Giovanni Salvi nominato Procuratore generale, il n°1 dei pm italiani. Il plenum si divide ancora una volta in base alle correnti. Davigo e Area prendono il comando. Intanto Bonafede avvisa gli alleati: “Nessuna proroga alla prescrizione”. Pd e Iv: “Così non va, trova tu una soluzione”

[Il caso] Una storica toga rossa è il capo dei pm in Cassazione. E nella maggioranza continua il braccio di ferro sulla prescrizione

“Sapete cosa ci facciamo da qui in avanti con i regolamenti interni? Li buttiamo nel cestino. Tanto, per quello che valgono…”. Loredana Miccichè, togata di Magistratura indipendente ha appena perso la sua battaglia in quell’arena foderata di velluto – ma non per questo meno agguerrita - che è l’aula Bachelet dove si riunisce il plenum del Consiglio superiore della magistratura. Sono le 16 e 20 di ieri pomeriggio e alla presenza del Presidente della Repubblica il plenum ha appena eletto il nuovo procuratore in Cassazione. Non è stata una decisione unanime: il procuratore generale di Roma Giovani Salvi, incarico per delicatezza e funzioni appena sotto quello del Pg di Cassazione, è stato eletto con 12 voti, 4 sono andati a Luigi Riello (procuratore generale a Napoli, Mi e “candidato” di Miccichè) e 3 a Marcello Matera, avvocato generale in Cassazione (supportato da Unicost). Ben cinque gli astenuti, oltre al Presidente e al Vicepresidente che lo fanno per prassi, anche i laici di destra.

Il Csm cambia pelle ma comandano le correnti

Il punto è che cinque mesi dopo lo tsunami giudiziario che ha quasi messo in ginocchio la magistratura, il plenum ha cambiato pelle, facce ed equilibri interni. Ma non ha perso il “vizio” delle correnti. “Oggi si volta pagina” disse il 21 giugno il Presidente Mattarella, rispetto al “quadro sconcertante e inaccettabile” svelato dall’inchiesta di Perugia che oltre a fatti specifici di presunta corruzione (riguardanti il sostituto procuratore Luca Palamara), ha raccontato riunioni e cordate per decidere chi doveva fare il procuratore a Roma, a Palermo, a Firenze, Torino e via di questo passo. Per quella storia si sono dimessi 5 consiglieri togati su 16 (tre di Mi e due di Unicost) e poi anche il procuratore generale in Cassazione Riccardo Fuzio (Unicost). Al loro posto sono entrati tre di A&I, la corrente di Piercamillo Davigo che ora ha la maggioranza (5) dei togati nel plenum, un giudice di Mi (ora in tre contro i cinque dell’inizio) e per il quinto si deve aspettare dicembre (dovrebbe andare ad Area, la corrente più a sinistra) che potrebbe così arrivare a 5 togati in plenum.

 

Ruoli ribaltati

Insomma, cinque mesi dopo nel plenum che stava per andare a casa per impossibilità ad operare, la situazione è questa: i vincitori delle elezioni di aprile, Mi e Unicost, le correnti di centrodestra, hanno perso molto, quasi tutto visto che hanno lasciato per strada anche il PG della Cassazione. Sopravanzano invece le correnti di sinistra (Area) di cui il neo Pg Giovanni Salvi è un rappresentante storico. E la corrente di Davigo che ha arruolato al Csm una toga “scomoda” come l’ex pm del processo Stato-mafia Nino Di Matteo. Un quadro che non può piacere alla destra e molto poco anche a chi si definisce garantista ed è schierato contro i giustizialisti.

 

Davigo ha votato Salvi

La nomina di Salvi è la migliore che il plenum potesse fare: vent’anni sostituto a Roma dove ha coordinato le inchieste più delicate contro il terrorismo rosso e nero; procuratore a Catania dove ha organizzato con metodo e successo l’ufficio contro una minaccia nuova, quella del racket dei migranti; poi procuratore generale a Roma, un ruolo delicatissimo perché competente anche sulle intercettazioni, sulle indagini all’estero e sulle autorizzazioni alle missioni dei servizi segreti. Un curriculum, con tutto il rispetto, troppo più largo e superiore rispetto a Riello e Matera che magari, in base alle tabelle di quei regolamenti e indicatori che la togata Micicchè vuole “buttare nel cestino che tanto sono inutili”, forse avevano anche più punti. Ma “gli indicatori vanno pesati e interpretati” ha ricordato il togato di Area Giuseppe Cascini. Salvi è stato il candidato di Piercamillo Davigo, uno che certo che non fa sconti a nessuno. Il fatto che Salvi fosse stato “punito” un anno fa nella corsa a Pg della Cassazione proprio dal patto Mi-Unicost (che favorì Fuzio sulla base dei titoli) è solo un dettaglio figlio del caso che visto oggi acquista il sapore di una piccola rivincita.

 

A sinistra e manettara?

Dunque una magistratura che sembra posizionarsi da sinistra e a favore di manette. E che si trova a dover interloquire con una maggioranza di governo Pd-M5s-Leu-Iv con cui dovrebbe, in linea teorica, andare d’accordo. Ma una maggioranza con il fiato sul collo delle destre e anche molto divisa all’interno tra nuovo processo penale, prescrizione congelata, trojan e manette per tutti. Una maggioranza che, tra le altre cose, vuole anche cambiare i criteri di elezione dei membri del Csm e affidare il plenum del Csm alla cabala del sorteggio. Finora hanno interloquito poco perché c’era da superare il trauma dell’inchiesta. Ma ora che sono a pieno regime, è facile immaginare un’interlocuzione serrata e piuttosto vivace tra Csm, governo e Parlamento.

 

Fumata nera dal vertice a Chigi

I guai potrebbero arrivare prima del previsto. Il dossier giustizia è pieno di spine e imminenti scadenze. Che si sommano a passaggi stretti come la legge di bilancio, il dl fiscale, il destino dell’Ilva e dei suoi lavoratori, le sciagure come Venezia. Ieri pomeriggio, mentre il plenum votava, il premier Conte ha convocato un vertice a palazzo Chigi proprio sulla giustizia. E’ durato più di due ore e alla fine è stallo totale. I più ottimisti parlano di “timide aperture”. Ed è un problema per tutti. Al vertice c’erano il ministro Bonafede e il suo staff, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis (Pd) cui il ministro non ha ancora dato le deleghe, per il Pd Alfredo Bazoli e Michele Bordo, per Italia Viva Maria Elena Boschi, Giuseppe Cucca e Lucia Annibali, per Leu Piero Grasso e Federico Conte. Da una parte Bonafede e i 5 Stelle con la loro idea di giustizia, la riforma della prescrizione (sospesa dopo il primo grado di giudizio) che, approvata un anno fa con la legge spazza-corrotti, deve entrare in vigore il primo gennaio 2020. E poi un nuovo processo penale (al massimo quattro anni per il primo grado), la riforma del Csm con i togati sorteggiati, le norme contro l’evasione fiscale, pene più alte (fino a 8 anni) e soglie più basse (sopra i 100 mila euro sei un evasore). Dall’altra Pd, Iv e anche Leu compatti nel dire che, ad esempio, non si può sospendere all’infinito la prescrizione perchè “un processo senza fine non è compatibile con un paese civile e democratico”. Diverso se i processi hanno tempi certi e contenuti.

“Nessun rinvio”

Giorgis ha presentato alcune proposte scritte, prima tra tutte la proroga di un anno dell’entrata in vigore della nuova prescrizione. Bonafede si è irrigidito, “nessuna marcia indietro, non se ne parla neppure, è un punto irrinunciabile della nostra azione politica”. Si narra di un botta e risposta piuttosto acceso Bonafede-Boschi con la capogruppo di Iv che ha ricordato le proteste di camere penali e avvocati, il disegno di legge Costa (Fi) in commissione giustizia che prevede lo “spazza Bonafede”, cioè l’abolizione in toto della legge, l’opposizione serrata di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia che potrebbe creare tranelli avrebbe gioco facile ad attirare la maggioranza in un tranello d’aula. Della serie che bisogna fare i conti anche con quello che accade intorno a noi. Lucia Annibali (Iv) ha a sua volta ricordato che “la norma così com’è è ad alto rischio di costituzionalità” tra diritto alla difesa, ragionevole durata del processo e il diritto a scontare la pena subito e non dopo anni. Tutti diritti negati dallo spazza-corrotti. Bonafede ha tenuto il punto finché Giorgis ha spiegato come “noi siamo tutti qui per cercare una soluzione nell’ambito della maggioranza” invitando il ministro “a trovare una soluzione”. Si sono aggiornati al prossimo martedì.

 

La mediazione

La mediazione potrebbe essere trovata nel fatto che la nuova prescrizione entra in vigore a gennaio ma poiché non può essere retroattiva e i primi effetti saranno reale nel 2021-2022, c’è il tempo per intervenire nel disegno di legge delega che riforma il processo penale con “alcuni correttivi” che in sostanza stabilirebbero i tempi di prescrizione del processo (4 anni il primo grado; due il secondo; uno il terzo). A quel punto la prescrizione avrebbe un tempo di inizio e di fine.

Il confronto è poi passato al decreto fiscale che contiene le nuove pene contro gli evasori fiscali. Ancora una volta Pd e Iv hanno ricordato al ministro che in giro ci sono emendamenti soppressivi che prima o poi saranno votati. Magari con voto segreto. Rischi che è meglio evitare. Anche su questo Bonafede sarebbe disposto “a trovare correttivi”. E’ un suicidio politico non riuscire a smontare slogan come “manovra di tasse, manette e profughi”. Questo quello che filtra dall’incontro. Peccato che appena su agenzie e siti escono parole come “punti di mediazione sulla giustizia”, Bonafede fa uscire due righe: “Ora basta tergiversare, ora tagliare traguardo”. La sensazione è che il Movimento non abbia più una linea e una testa. Si rivedranno martedì sera. Significa che la mediazione continua. Ma i presupposti non sono tra i migliori.