Ha vinto la rabbia ed ora il Governo è una zattera nella tempesta

E' un voto balcanizzato, a macchia di leopardo

Luigi de Magistris

La Playstation con cui giocavano disinvolti Renzi e Orfini, scrive La Repubblica, stavolta è rimasta chiusa nell'armadio. Fateci caso è un voto balcanizzato, a macchia di leopardo. Non ci sono due città, fra le grandi, in cui si vada al ballottaggio le stesse coalizioni. Non c'è un partito nazionale che possa essere il cardine di una maggioranza di governo. Gli ultimi exit poll correggono le prime previsioni e ci consegnano questo scenario frastagliato e incerto. 

Molti risultati inaspettati

A Roma clamorosamente, per buona parte della notte, sembrava che si dovessero sfidare la Raggi e la Meloni, ovvero M5s e destra (poi in extremis sembra recuperare Giachetti). A Milano il duello è fra centrodestra e centrosinistra, come se si fosse ancora ai tempi d'oro della seconda repubblica. A Napoli il duello è tra sinistra (senza centro) e centrodestra. A Torino si sfidano centrosinistra (in affanno) e M5s. Il colpo d'occhio stravolge tutte le vecchie geografie. I vecchi partiti si sono squagliati, ma non ne emergono di nuovi in grado di garantire una offerta nazionale unitaria su tutto il territorio. A Roma la Raggi trascina al 35% i Grillini. A Torino riesce la stessa impresa alla Appendino. Ma a Napoli e a Milano il movimento al ballottaggio non c'è: vincono le candidate intriganti della Casaleggio, perdono i volti del movimento. A Napoli De Magistris fa il botto, a Cagliari Zedda è in vantaggio, ma l'Italia arancione di cinque anni fa non c'è più. Sinistra italiana, senza un leader nazionale è inchiodata al 5% (Airaudo a Torino, Fassina a Roma), ma quei voti diventano vitali per un Pd in affanno. E prende comunque più di Forza Italia, che pare liquefatta a percentuali da vecchio partito repubblicano a Roma e a Torino. Marchini doveva andare al ballottaggio con la fanfara, e invece è al palo, con consenso dimezzato rispetto al suo esordio, nelle liste. Fratelli d'Italia esplode a Roma, ma non a Milano e non nel profondo nord. La Lega è l'azionista di maggioranza di Parisi, ma a Roma, con la formula "Noi con Salvini", malgrado il recupero della Pivetti sembra rimasta al palo. Anche il Carroccio non varca le sue colonne d'Ercole. Fateci caso: c'è una indicazione molto chiara degli elettro di centrodestra: dove sei unito per vincere io ti premio, dove ti dividi (Roma) io ti punisco.

E poi c'è il Pd

Da tempo continuavo a chiedermi come potesse avere il 30% nei sondaggi nazionali, dati i molteplici segnali premonitori. Adesso abbiamo la certezza che quella media non può esistere: il partito è ridotto allo stato pulviscolare a Napoli (con una figuraccia attenuata solo dalle liste di supporto), è dimezzato a Roma, rispetto alle passate amministrative, quasi dimezzato rispetto alle europee del famoso 40.08. Il partito di Renzi perde voti anche a Torino, tiene con percentuali non più bulgare a Bologna, malgrado un sindaco uscente: ed è costretto al ballottaggio con la Lega. I candidati del Pd faticano per arrivare secondi a Roma e a Napoli. Fassino si difende con fatica a Torino, solo Sala ha una performance degna di un partito di governo. Ma se Milano doveva essere la vetrina di un modello, il testa a testa con Parisi (che ha ampi serbatoi di opposizione su cui contare per il ballottaggio) è una sconfitta.

Un dato pare chiaro

Il racconto Renziano delle europee, degli ottanta euro, del nuovo miracolo si è appannato, ha perso consensi. Agli italiani è sembrato una favola da bar. Al sud il premier non riesce a convincere l'elettorato, non è in connessione con il disagio di un pezzo importante di società italiana. Se questo dato venisse proiettato sulle politiche, con l'Italicum che il premier si è disegnato su misura (avendo un mente il dato delle europee), Renzi oggi non avrebbe nemmeno la certezza di andare a secondo turno.  Il centrodestra diviso ha più voti del Pd. Altro dato: i partiti del No al referendum a cui il premier ha legato il suo futuro politico, sono divisi, ma hanno una maggioranza schiacciante nel paese. Ultima osservazione rilevante: ammazzare il centrosinistra non è convenuto al Pd. Tant'è vero che dove sopravvive la coalizione prendono più voti sia il partito di Renzi sia i suoi alleati. Gli elettori fuggono, tranne che a Milano. Vince quasi ovunque la rabbia. In ogni diverso microclima elettorale questo sentimento trova un modo diverso per esprimersi: Grillini metropolitani, leghisti nordisti, masanielli di sinistra, meloniani di periferia. Il cambiamento non è un progetto o un'idea, ma uno stato d'animo romantico, iracondo e tumultuoso. Ma anche il governo non è più un polo solido intorno a cui si aggrega il consenso, ma una zattera nella tempesta. Ieri sera Renzi non ha dormito. Ma anche gli altri hanno poco da festeggiare, per ora. È un campo di battaglia pieno di caduti, ma senza vincitori.