Taglio dei parlamentari. La battaglia, persa in partenza, del comitato del No al referendum

L’ultima speranza è nella decisione della Consulta del 12 agosto. L’election day potrebbe saltare il "fronte del No" spuntarla.

Taglio dei parlamentari. La battaglia, persa in partenza, del comitato del No al referendum

“Non tagliamoci le palle!” – nel senso di non ‘tagliare’ il numero di quanti siamo e potremmo essere, in Parlamento, perché non siamo tanti e perché, per la democrazia, serviamo tutti e 945 – potrebbe/dovrebbe essere lo slogan della campagna referendaria che il comitato del No potrebbe lanciare. Magari servirebbe un po’ di ironia e di coraggio, ma certo che se ne dovrebbero inventare parecchi, di slogan e di idee, i ‘resistenti’ alla diminuzione del numero dei parlamentari, referendum che è stato indetto e che si terrà, Covid permettendo, il 20 settembre prossimo.

Il referendum costituzionale chiederà, al popolo italiano, di ‘tagliare’ la rappresentanza dei parlamentari portandola dagli attuali 945 (630 deputati e 315 senatori) a soli 600 (400 deputati e 200 senatori), con un taglio netto di -345 (-230 deputati e -115 senatori), mentre resterebbero in vigore i 5 senatori a vita nominati per decreto presidenziale. La cosa curiosa, in negativo, è che il referendum ‘taglia’ la rappresentanza, sostenendo che i parlamentari sono ‘troppi’, ma senza variare in alcun modo né il metodo di elezione delle Camere (elettorato attivo e passivo restano diversificati) né il loro funzionamento (le Camere continuerebbero a fare le stesse identiche cose, mantenendo quello che si dice un regime di ‘bicameralismo perfetto’). Inoltre, a prescindere dalla legge elettorale, sia quella in vigore (il Rosatellum) che un altra (il Germanicum o altre ancora), la rappresentanza di molte regioni, le più piccole, specialmente al Senato, verrebbe compressa in modo forte. Insomma, un pastrocchio indigeribile e del tutto inutile, la cui volontà si deve solo e soltanto ai desiderata dei 5Stelle, nel silenzio ‘inoperoso’ del Pd come pure del centrodestra.

Il fronte dei contrari al referendum costituzionale combatte una lotta impari contro la vulgata della Casta. “Finirà 80% per il sì e 20% per voi del No, nella migliore delle ipotesi, qualsiasi campagna elettorale facciate in qualsiasi giorno dell’anno si tenga il referendum” ha confidato il direttore dell’Istituto Ipr Marketing, Antonio Noto, a uno dei promotori del Fronte del No, il quale, però, cocciuto come un mulo, si è buttato a capofitto nella pugna. 

Una battaglia impari, praticamente già persa, e in partenza, dunque. E una specie di grido ‘a cercar la bella morte!” che echeggiava nei militanti della Rsi, i repubblichini di Salò, quelli che stavano, durante la guerra, dalla parte sbagliata. Ma anche uno sprone a farla per davvero, e dura, la battaglia contro il Fronte del Sì e le ‘ragioni’ di chi ritiene ‘indispensabile’ il taglio del numero dei parlamentari. Ora, si capisce, remare contro la vulgata comune, quella che – da anni, anzi da decenni – dice e sostiene che la Casta Politica ‘fa schifo’, “son tutti ladri, tutti rubano alla stessa maniera”, che i parlamentari sono tutti “fancazzisti, nullafacenti, peones, voltagabbana, trasformisti, voltagabbana, panciafichisti, etc.”, è impresa ardua, titanica, disperata. Ma quelli del Comitato del No ci si sono buttati a capofitto.

Le ‘belle teste’, e trasversali, del Comitato per il No

Va detto che il ‘comitato del No’ al referendum sul taglio del numero dei parlamentari è composto da belle teste di tutti i partiti: i senatori Pagano e Cangini (giornalista, ex direttore di Qn) di FI come i deputati Baldelli (ha appena scritto un libro per sostenere le ragioni del NO: “Il coraggio di dire NO al taglio della nostra democrazia”) e Bergamini (vicedirettore del quotidiano il Riformista), il radicale Magi, noto per le sue battaglie garantiste, il dem Nannicini, persino alcuni 5stelle sia ancora in carica, come Colletti (incredibile: l’M5s non lo ha ancora espulso…), ed ex grillini, come Dell’Osso, oggi in FI, ex radicali poi diventati renziani o boniniani (Giachetti e Della Vedova), un paio di eletti all’Estero come Ungaro e Fantetti, la deputata di LeU Muroni, il partito Radicale, quelli di SI (nel senso di Sinistra italiana come Fratoianni). Insomma, un milieu trasversale a tutti i gruppi presenti in Parlamento e che gode anche dell’appoggio di intellettuali (Petruccioli, Giacalone) e blasonate Fondazioni (la ‘Giulio Einaudi’).

Solo che, appunto, ci vorrebbe inventiva, genio, fantasia, ironia, da parte del Comitato per il No. Baldelli ha scritto il libro, è giovane, fresco, lotta palmo a palmo. Giachetti e Magi ci mettono la tigna degli ex radicali, abituati a fare referendum su referendum (e a perderli). Cangini, portavoce di ‘Voce libera’, la rete della Carfagna, tesse i rapporti istituzionali del Comitato e parla con i suoi vecchi colleghi giornalisti per strappare interviste e articoli.

Una battaglia improba. Mosse e idee del Fronte del No

Certo è che, quelli del No, le stanno provando davvero tutte. Baldelli contatta ‘Gazebo’ di Zoro, e il disegnatore Maxxox, cui chiede aiuti, vignette, twitt. Rilancia il direttore dell’Espresso, giò convinto di suo, a dedicare la copertina del suo settimanale al No al taglio e Marco Damilano ci commissiona un fior di numero. E via così.

Intanto, Cangini – che, nel gruppo di testa, è quello serio, roccioso, tutto d’un pezzo – ottiene il ricorso alla Consulta (e, come vedremo poi, con qualche chanche di vincerlo), tuona in Parlamento e sulle agenzie contro l’election day, scova cavilli costituzionali e legali per ogni tipo di ricorso. Invoca l’incontro con i presidenti di Camera e Senato, che ottiene, e i vertici della Rai, che si guarda bene dal far partire la par condicio e la campagna informativa sul tema (non che, a dirla tutta, La 7 e Mediaset la stiano facendo).

Arriva persino, Cangini, a contattare il Colle e a trovare tutte le orecchie istituzionali più attente per spiegare perché sia fissare il referendum nel giorno dell’election day, come deciso dal governo, è, più di un vulnus, è una vera e propria ‘porcata’, sia perché il referendum lede diritti costituzionali sanciti dalla nostra Carta, provocherebbe un restringimento della democrazia forte, a prescindere dalla legge elettorale che, in conseguenza al suo risultato, verrebbe applicata. Il problema è che tutto cade nel vuoto, nel silenzio assordante di un Paese che ha tutt’altro cui pensare (la crisi economica, il Covid che rialza la coda, il lavoro che non c’è, etcetera) e di una classe politica che si balocca ogni giorno con i soliti ‘giochi di Palazzo’ (tenuta del governo, votazioni, nomine e presidenze, trasformismi vari), ma che della ‘tenuta’ e del profilo e qualità della nostra democrazia s’interessano poco.

La curiosa ‘strategia’ dei grillini

Ma oltre al silenzio complice, quanto disattento, dei media (lodevole eccezione Gr Rai Parlamento che già informa), rispetto alla competizione referendaria del 20 settembre, c’è anche il silenzio scientifico e programmato dei 5Stelle che hanno deciso di non parlarne più e in nessuna occasione. Come se il referendum costituzionale che proprio loro hanno voluto, imposto e fatto votare in Parlamento, non esistesse più, non si dovesse neppure votare, quel giorno, figurarsi imbastirci una campagna elettorale sopra.

Certo, molti parlamentari pentastellati ‘temono’, mentre ne conversano a Montecitorio, che il referendum non passi, nonostante l’abbinamento con l’election day e nonostante sia un gioco da ragazzi rendere ‘appetibile’ le ragioni del taglio del numero dei parlamentari: vedono, sospettano e temono ‘manovre’ in corso da parte del Pd per dare ai propri iscritti ‘libertà di coscienza’ e temono che, negli elettori italiani, scatti un riflesso quasi ‘pavloviano’, condizionato, che vada contro il loro tanto amato quesito. 

La verità è che i 5Stelle sono presi nelle loro magagne interne, che sono pure belle grosse, nei loro scontri tra aree e correnti, nei loro ‘posizionamenti’ pro o contro Conte e che, del ‘loro’ referendum non gliene importi un fico secco.

Eppure, Beppe Grillo invocava il taglio nei suoi spettacoli, nei suoi ‘Vaffa Day’, e tutti i 5Stelle ne hanno fatto, per anni, una bandiera. Quando la riforma costituzionale è passata in via definitiva in Parlamento (ottobre 2019) i grillini hanno inscenato pure una ‘festa’ in piazza con tanto di ‘assegno’ che indicava i ‘risparmi’ (modesti) che deriverebbero dal taglio. Dibba ci fece su pure un tour, in motocicletta, per l’Italia, Di Maio la rivendicava come una sua battaglia, Fico pure, governisti e movimentisti dentro i Cinque Stelle erano tutti lì a dire ‘quanto cambieremo il Paese, con un bel taglio secco dei parlamentari’ e ora muti.

Del resto, almeno così credono nel quartier generale M5s, se il referendum è, come appare, ‘già vinto’, è assai inutile perderci tempo, soldi ed energie sopra. Se verrà perso, sarà una catastrofe, ma il Movimento non si sarà troppo esposto.

Assurdo l’election day per un referendum costituzionale

E dire che, per vincerlo subito, a ‘tavolino’, il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, il governo Conte le ha messe in pratica tutte. Con la complicità del Pd (è stato il deputato dem Stefano Ceccanti a ‘armare la mano’ dell’onorevole Macina del M5s, la sventurata Macina ha risposto, eseguito l’ordine e lo ha messo per iscritto) e nel sostanziale disinteresse delle opposizioni di centrodestra (neppure Salvini e Meloni vogliono remare controcorrente, quando si tratta di attaccare la ‘Casta’) ha fatto passare, in entrambe le Camere, un decreto legge ‘elettoral’, che grida vendetta a Dio. Infatti, il referendum costituzionale, sulla base del decreto legge 20 aprile 2020, n. 26, è stato fatto approvare in fretta e furia dal Parlamento. E’ nato così l’abbinamento – una mostruosità, sul piano giuridico – del referendum costituzionale con le elezioni Regionali e le elezioni amministrative del prossimo 20/21 settembre, che è diventato, per il solito inglesismo, giorno di election day.

La verità è che i grillini sperano che chi vota ‘sì’ al quesito referendario poi metta la croce, in una sorta di fantasioso effetto ‘trascinamento’, al logo M5s sulla scheda elettorale. Pie illusioni, ma intanto la frittata è stata fatta e servita, con l’ausilio dei ‘volenterosi carnefici’ del governo, i democrat.

Il comitato del No ha gridato, non senza buone ragioni, al ‘golpe’ per il mai visto prima abbinamento. Non a caso, mai un referendum costituzionale, nella storia d’Italia, era stato abbinato ad altre forme di competizioni elettorali. La previsione più ovvia e scontata è che l’affluenza al voto sarà molto alta nelle sei regioni a statuto ordinario al voto (Veneto, Liguria, Marche, Toscana, Campania, Puglia, più la piccola Valle d’Aosta) e nei mille comuni pure al voto e, invece, molto bassa in tutte le altre regioni e comuni italici.

L’ultima speranza del NO: il ricorso alla Consulta…

Ma il comitato del No – che si costituisce, come sempre, quando c’è un referendum, in potere dello Stato per il periodo della consultazione – ha fatto ricorso alla Consulta. Anzi, i ricorsi alla Consulta, che li ha fissati tutti nella stessa udienza, il prossimo 12 agosto, sono ben quattro: uno, a firma Alfonso Celotto, è del Comitato del No, un secondo lo avanza un altro organo costituito dello Stato, la Regione Basilicata, il terzo è di un singolo senatore, Gregorio De Falco (ex M5s), il quarto è dell’Associazione ‘Più Europa’, cioè dell’area Bonino. Basilicata e Comitato del No saranno sicuramente ammessi, come ricorrenti, De Falco e +Europa probabilmente no. Ma cosa chiedono, nello specifico, tutti e quattro i ricorrenti?

Due sono i punti sostanziali. Il primo è quello già detto: l’accorpamento con elezioni di altra foggia, specie, natura: corrisponde a un “grave errore” mischiare competizioni politiche e amministrative col voto di rango costituzionale previsto in un referendum in cui il popolo si fa legislatore”.

Il secondo punto del ricorso del comitato del No è molto più sottile e ricorda da vicino il grande dibattito che si è aperto, negli Usa, da parte dello stesso presidente Trump, sul ‘voto per corrispondenza’. Infatti, come si sa, da quando è in vigore la legge per il voto degli italiani all’estero (‘legge Tremaglia’), anche gli emigrati italiani con passaporto italiano concorrono alla formazione del Parlamento (sono 18: dodici alla Camera e sei al Senato). Solo che, per farli votare, atto che possono compiere sia nei consolati italiani che in seggi ad hoc sia per corrispondenza, serve tempo, plichi con le schede preparate e vidimate, controlli dell’anagrafe, molti altri adempimenti burocratici. Il governo, ora, è con l’acqua alla gola e, in particolare, lo è il Viminale: dal ministero dell’Interno assicurano che, entro il 28 luglio, le pratiche necessarie siano formalizzate. Ma il voto degli italiani all’estero, a causa del Covid, sta rendendo impossibili operazioni burocratiche semplici in molti Paesi e interi continenti (America, Usa e Brasile in testa, ma anche Asia e Oceania) e potrebbe concretamente ledere il diritto di voto dei nostri connazionali all’estero. Un vulnus che danneggerebbe il loro diritto all’esercizio del voto e la parità del loro voto rispetto ai residenti in Italia.

Un argomento, quello della parità del voto, che potrebbe trovare orecchie sensibili e attente, dentro la Consulta, oggi presieduta da una fine giurista come Marta Cartabia. Certo, è difficile che la Cartabia non ascolti, sul punto, cosa ne pensi il Colle e questi, per quieto vivere, potrebbe voler evitare problemi con un eventuale, clamoroso, slittamento della data di voto del referendum costituzionale, ma nulla può essere, ad oggi, escluso. I promotori del Comitato del No guardano, con speranza e attesa, alla decisione che la Consulta sfornerà in un caldissimo, non solo per l’afa, prossimo 12 agosto. Poi, però, ove invece i loro ricorsi venissero rigettati, non resterebbe una campagna elettorale improba, cortissima e non illuminata dai riflettori dei media ma con quasi tutti i partiti e il senso comune dei cittadini contrari alle loro ragioni. Non resterebbe loro, dunque, che ‘andar a cercare la bella morte’, ma ne varrebbe la pena. Le battaglie (perse) a difesa della Costituzione son le migliori.